GOOD BOY
di Jan Komasa

Primo lungometraggio in lingua inglese di Jan Komasa prodotto, tra gli altri, anche da Jerzy Skolimowski, Good Boy può essere considerato come una commedia nera dalle gradite tonalità del thriller; tuttavia, di fatto, man mano che la storia va avanti, vediamo come il regista, attingendo a piene mani da quanto realizzato in passato, abbia dato vita a un prodotto che si fa immediatamente metafora dei tempi in cui viviamo.
A mali estremi estremi rimedi
Correva l’anno 2019 quando, alla Mostra del Cinema di Venezia, all’interno della sezione Giornate degli Autori, veniva presentato un piccolo, prezioso lungometraggio atto a rivelare a un contesto internazionale un nome che già da diversi anni aveva reso il cinema polacco ancora più ricco e coraggioso. Stiamo parlando del regista Jan Komasa, che con il suo Corpus Christi ha piacevolmente sorpreso pubblico e critica grazie a una commedia coraggiosa, in grado di trattare anche temi piuttosto delicati. Non stupisce, dunque, il fatto che Good Boy, ultima fatica del cineasta di Poznan, sia tra i lungometraggi maggiormente attesi nelle sale italiane (dopo la sua prima mondiale al Toronto Film Festival). Sarà riuscito anche questa volta il regista a soddisfare le nostre aspettative? Presto detto.
Una vita spericolata

Protagonista di Good Boy, dunque, è il diciannovenne Tommy (impersonato da un ottimo Anson Boon), dedito a una vita sregolata fatta di uscite in discoteca, droghe, alcool e atti violenti. Una sera, sulla strada di ritorno verso casa, il giovane viene seguito da una macchina, per poi essere rapito da una famiglia a lui sconosciuta. Chris (Stephen Graham), sua moglie Kathryn (Andrea Riseborough) e il loro figlioletto Jonathan (Kit Rakusen) terranno il nostro Tommy legato in cantina, al fine di attuare un estremo programma di rieducazione. A loro si unirà, suo malgrado, anche la giovane Rina (Monika Frajczyk), che lavora come domestica presso la suddetta famiglia e che non potrà in nessun modo assecondare le richieste del ragazzo.
Non una semplice commedia nera

Primo lungometraggio in lingua inglese di Komasa prodotto, tra gli altri, anche da Jerzy Skolimowski, Good Boy può essere considerato come una commedia nera dalle gradite tonalità del thriller; ma, di fatto, man mano che la storia va avanti, vediamo come il regista, attingendo a piene mani da quanto realizzato in passato (impossibile non pensare, giusto per fare qualche esempio, a Dogtooth di Yorgos Lanthimos), abbia dato vita a un prodotto dalla ben marcata personalità che si fa immediatamente metafora dei tempi in cui viviamo. E, se vogliamo, tale interpretazione rende il tutto ancora più inquietante.
Una cura speciale

Chris e la sua famiglia sono incredibilmente gentili e amorevoli. Sempre calmi e sorridenti, trattano il giovane Tommy – almeno a parole – come se fosse un figlio. Eppure, le loro azioni fanno da forte contrappunto a tali atteggiamenti: Tommy ha costantemente una catena al collo, dorme su un vecchio materasso, a stento riesce a raggiungere il bagno e, come se non bastasse, è costretto a guardare quasi tutto il giorno video – da lui stesso postati in passato sui social – che lo mostrano intento a fare pazzie, corse con la macchina e atti di bullismo insieme ai suoi amici. Egli è sottoposto, in pratica, a una sorta di “cura Ludovico” il cui reale effetto sembra avere tuttavia un esito incerto. Ma cosa accadrebbe se il nostro Tommy dovesse realmente cambiare atteggiamento?
Inquietanti metafore

Complesso, stratificato e con grande attenzione a ogni sfaccettatura dell’animo umano, Good Boy, attraverso una regia essenziale, cupa e che vede nella casa in cui viene tenuto prigioniero Tommy un ulteriore, essenziale personaggio, si fa dunque terribile metafora del mondo in cui viviamo; di come i governi di turno siano soliti tenerci costantemente sotto scacco promettendoci una vita finalmente serena (a patto che noi stessi seguiamo determinate regole) che si traduce, tuttavia, in una libertà fittizia (lo stesso Tommy, una volta che può muoversi liberamente per la casa, resta comunque legato a una catena). E in casi come questi, cosa potrà mai accadere? Reale senso di adattamento, attesa di fuga o, peggio ancora, Sindrome di Stoccolma? Jan Komasa mette in scena il tutto in modo estremamente lucido e spietato, all’interno di un lungometraggio atto a fornirci non pochi spunti di riflessione. E questa, si sa, è sempre cosa assai gradita.
Locandina

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Scheda
Titolo originale: Heel
Regia: Jan Komasa
Paese/anno: Regno Unito, Polonia / 2025
Durata: 110’
Genere: Drammatico, Thriller
Cast: Andrea Riseborough, Stephen Graham, Anson Boon, Austin Haynes, Callum Booth-Ford, Kit Rakusen, Monika Frajczyk, Noah Manzoor, Savannah Steyn
Sceneggiatura: Bartek Bartosik, Naqqash Khalid
Fotografia: Michal Dymek
Montaggio: Agnieszka Glinska
Musiche: Abel Korzeniowski
Produttore: Jeremy Thomas, Jerzy Skolimowski, Ewa Piaskowska
Casa di Produzione: Recorded Picture Company (RPC), Skopia Film
Distribuzione: Minerva Pictures Group, Filmclub Distribuzione
Data di uscita: 06/03/2026
