SE SOLO POTESSI TI PRENDEREI A CALCI
Prodotto dal maggiore dei fratelli Safdie (autore di Marty Supreme), il secondo film di Mary Bronstein arriva nelle sale italiane dopo essere stato al Sundance e alla Berlinale. Se solo potessi ti prenderei a calci mostra, attraverso il disgregamento di una donna, un lato oscuro e poco esplorato della maternità. Un racconto intenso in cui far precipitare lo spettatore senza alcun paracadute, grazie alla performance viscerale della sua attrice protagonista, una Rose Byrne in odor di Oscar, che si muove all’interno di un mondo totalmente ostile. Con una sceneggiatura più compatta e meno dedita al simbolismo e alla ridondanza, avrebbe potuto essere un’opera ancora più convincente.
Emergenza sul pianeta Linda
Madre, terapeuta ma anche paziente a sua volta, Linda (Rose Byrne) vede la propria vita crollare quando un enorme buco si apre sul soffitto della sua camera, costringendola a trasferirsi in un hotel con la figlia. Una voragine nella quale si rimane schiacciati tra misteriosi disturbi alimentari, terapeuti tutt’altro che di aiuto, mariti a distanza costantemente assenti, pazienti e addetti al parcheggio molesti. Se solo potessi ti prenderei a calci è quindi lo scivolo verso un crollo da cui non si può scappare, non per forza o coraggio ma perché non si hanno alternative, forse… La sceneggiatura di Mary Bronstein costruisce un racconto incentrato totalmente sulla sua protagonista. L’approccio registico del film si basa su claustrofobici primi piani o mezzi busti che ruotano principalmente attorno alla performance di Rose Byrne, qui lanciata in un dramma dopo una sfilza di commedie e i quattro capitoli di Insidious. Logico che una scelta registica del genere debba servirsi di una interpretazione potente e, in questo senso, la nomination per la miglior attrice agli imminenti premi Oscar è (Deo gratias!) inappellabile. Del resto marito e figlia della nostra protagonista sono consapevolmente ridotti a elementi fantasmagorici della narrazione, sottolineando il profondo senso di alienazione di quest’ultima, contestualmente ad una struttura narrativa frammentata. Questi segmenti intrappolano gli spettatori nel mondo interiore di Linda, rifiutando una narrazione convenzionale in senso stretto per esplorare in parallelo la disintegrazione psicologica e una maternità intesa anche come forma di pressione sociale che le donne affrontano loro malgrado.
L’inadeguatezza di essere genitori

Se maternità non significa necessariamente avere figli, come sostiene l’omonimo romanzo della canadese Sheila Heti (2019, Sellerio), è altrettanto vero il paradosso al contrario. Se solo potessi ti prenderei a calci racconta infatti concrudezza l’esperienza materna. Linda pensa di essere una cattiva madre e si incolpa per questo, rendendo evidente perché non si vede praticamente mai il volto di sua figlia nonostante trascorra costantemente tempo con lei: come possiamo avere qualcosa in più di una voce di qualcuno che ci è estraneo e ci porta a ricoprire un ruolo che non sentiamo nostro? Da questo punto di vista una parte importante del film è il rapporto che Linda ha con una sua paziente (Danielle Macdonald) che sta vivendo la vita in cui lei stessa è intrappolata. Una donna infelice, che ha appena partorito, incapace di lasciare il proprio bambino perché teme che possa succedergli qualcosa. Due donne accomunate dal medesimo senso di inadeguatezza genitoriale.
Nessuna via di fuga

In Se solo potessi ti prenderei a calci la maternità viene dunque intesa come una sfida incessante e una responsabilità imposta da una società che pretende di controllare i corpi femminili fin da quando si è piccoli, in cui tutto sembra più premuroso ma in realtà è esattamente l’opposto. L’indifferenza e l’aggressività socio-istituzionale sono esemplificate dalla dottoressa che ha in cura la figlia di Linda (interpretata dalla regista stessa), da suo marito Charles (Christian Slater), voce telefonica scollegata dalle sfide quotidiane che la moglie sta vivendo, etrasudano dai luoghi in cui si muove Linda, come il parcheggio dell’ospedale e la casa che attende di essere riparata. Ma soprattutto dalle sedute che la donna ha con il proprio terapeuta (esordio assoluto dell’anchorman televisivo Conan O’Brien), incapace di fornire risposte alle comprensibili domande formulate da Linda. Il fatto che uno psicoterapeuta non abbia la capacità di aiutare se stesso appare del tutto credibile, rafforzando l’idea che siamo tutti umani. Un po’ più incredibile appare invece passare da un ruolo all’altro senza soluzione di continuità per giunta nello stesso spazio. Se la resa nel rapporto terapeuta/paziente di fronte ad una sofferenza va ricercata altrove (La stanza del figlio morettiana, ad esempio), il senso di vacuità delle sedute che ha Linda non viene comunque meno. L’unico scorcio di compassione umana è offerto da James (A$AP Rocky) il receptionist dell’hotel in cui madre e figlia vanno momentaneamente a vivere,mettendo ulteriormente in luce la rarità di un rapporto vagamente empatico. Unico quanto breve.
Il buco nero

Inquadrature claustrofobiche, una colonna sonora spesso e volentieri disorientante, frammentarietà narrativa. Cosa manca? Il simbolismo. Personaggi senza volto, tubi medici lunghissimi e soprattutto un buco nero, oramai topos cinematografico (Nezouh – Il buco nel cielo tanto per citarne un altro recente) che fa da motore nel momento in cui tutto sfugge di mano e riappare in modi diversi durante il film. Elementi che permettono di fare l’occhiolino anche all’horror ma che non si incastrano completamente. A volte si divaga, dimenticando rapidamente alcuni di questi aspetti; le scene non si concludono, a fronte di quella frammentarietà di cui si è detto sopra, portando ad una serie di situazioni pensate per accentuare lo stesso concetto. Una sceneggiatura più compatta e immersiva avrebbe tralasciato tutto ciò privilegiando domande ancora più difficili. Ciò non toglie che Se solo potessi ti prenderei a calci riesce ad essere un film teso e spesso estenuante, da cui scaturisce una sgradevolezza meritevole. Un’opera quindi sulla sofferenza, sulla necessità di chiedere aiuto e ripensare le proprie relazioni. Non da ultimo uno sguardo diverso su un lato “altro” della maternità. Non ci sono risposte o soluzioni facili, ci dice. La vita stessa non funziona così.
Locandina

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Scheda
Titolo originale: If I Had Legs I’d Kick You
Regia: Mary Bronstein
Paese/anno: Stati Uniti / 2025
Durata: 113’
Genere: Drammatico, Thriller
Cast: Josh Pais, Rose Byrne, Christian Slater, Conan O’Brien, A$AP Rocky, Danielle Macdonald, Ivy Wolk, Lark White, Alan Scott, Amy Judd Lieberman, Char Sidney, Daniel Zolghadri, Delaney Quinn, Ella Beatty, Eva Kornet, Helen Hong, Jason Matthews, Jodi Pynn Gabree, Laurence Blum, Manu Narayan, Mark Stolzenberg, Mary Bronstein, Ronald Bronstein, Victor Broadley
Sceneggiatura: Mary Bronstein
Fotografia: Christopher Messina
Montaggio: Lucian Johnston
Produttore: Ryan Zacarias, Eli Bush, Sara Murphy, John Paul Lopez-Ali, Lauren Ebner, J. Izon, Conor Hannon, Margaux Beck, Tatiana Bears, Ronald Bronstein, Richie Doyle, Josh Safdie, Rita Walsh, Bruno Vernaschi-Berman
Casa di Produzione: A24, Bronxburgh, Central Pictures, Fat City
Distribuzione: I Wonder Pictures
Data di uscita: 05/03/2026

