BORGMAN

BORGMAN

Presentato nella sezione Europe, Now! del Bergamo Film Meeting 2026 - che quest’anno omaggia il regista Alex van Warmerdam - Borgman è una satira antiborghese feroce e piacevolmente dissacrante; un’opera che si muove tra suggestioni à la Haneke e la destrutturazione del filone home invasion, “profetizzando” persino (si era nel 2013) alcune intuizioni del successivo, celebrato Parasite di Bong Joon-ho.

Home Sweet Home

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“Fratelli coltelli”, ma in questo caso sono coltelli affilati! Ad introdurre in sala un’opera cinematografica sottilmente e piacevolmente dissacrante come Borgman (2013) non abbiamo trovato il regista, quell’Alex van Warmerdam cui il Bergamo Film Meeting 2026 rende omaggio nella sezione Europe, Now!, bensì suo fratello Marc, il produttore. E ad arricchire ulteriormente un quadretto già così da “fratelli Avati dei Paesi Bassi” va aggiunto il fatto che l’ansiogena colonna sonora, comparto curato altrove dallo stesso Alex, sia opera qui come in altri loro lungometraggi del terzo fratello, il musicista Vincent van Warmerdam. Quando la famiglia opera tutta assieme escono fuori lavori del genere, in cui le sicurezze borghesi vengono inesorabilmente smontate, con beffarda ironia.

Spiace semmai che dopo un film di culto come Il vestito (1996) il pubblico e soprattutto la distribuzione italiana si siano un po’ scordati del cinema di Alex van Warmerdam, nonostante la presenza in concorso a Cannes proprio di Borgman, per esempio. Al contrario pare che robuste dosi di “cretinismo festivaliero” (parafrasando quello “parlamentare” caro a Marx ed Engels) pure in quell’occasione abbiano contagiato la nostra critica, se – guardando il dito e non la Luna – su un piccolo sito di cinema ci si lamentava, all’epoca, dell’aver relegato il pur pregevole La danza de la realidad di Alejandro Jodorowsky alla Quinzaine des réalisateurs (quasi fosse una punizione e non una sezione tra le più autorevoli) preferendogli magari in concorso un Borgman definito dal recensore, per l’occasione, “profondamente vuoto, inerte e in fin dei conti innocuo”. Per quanto nel rispetto della soggettività dei giudizi possa venirci spontaneo assolvere toni così perentori con l’abituale “de gustibus”, la fresca visione bergamasca di siffatto lungometraggio ci fa riflettere su come parte della critica non abbia colto la natura perfida e destabilizzante dell’opera, per quanto mascherata da un impianto ludico e in sintonia con determinati generi cinematografici. Tornando idealmente a Cannes, il già menzionato produttore Marc van Warmerdam (protagonista qui a Bergamo anche di un incontro col pubblico, lunedì 9 marzo) ha voluto invece ricordare lo stupore suo e del fratello riguardo alle così fitte presenze e allo sfarzo di quel red carpet, tra i pochi ad averli realmente colpiti, quando di solito si trovano concordi nell’apprezzare maggiormente il mood cinefilo e di ricerca che caratterizza altri festival, magari più piccoli. Altra traccia significativa presente nella breve intro del produttore olandese è l’invito a non porsi troppe domande (perché tanto non arriveranno risposte), a non approcciare insomma troppo razionalmente la trama del film, dato che qui è sostanzialmente superfluo chiedersi: “Ma chi diavolo è Borgman?”

Un inizio da favola (nera)

Borgman, Pierre Bokma, Benjamin Boe Rasmussen e Reinout Scholten van Aschat in una scena del film
Borgman, Pierre Bokma, Benjamin Boe Rasmussen e Reinout Scholten van Aschat in una scena del film

Asettico e fondamentalmente anaffettivo, il luciferino Camiel Borgman (impersonato con fosco carisma da Jan Bijvoet) coi suoi degni compari (tra cui il biondo Ludwig, interpretato dal regista stesso) si ritrova più che altro a rappresentare una “funzione” nella contorta logica di un racconto, indubbiamente metaforico e surreale, dove il “villain” di turno e i suoi sinistri aiutanti hanno soltanto il compito di “stanare” la famiglia borghese distruggendola dall’interno e minandone ogni sicurezza, a partire da quella domestica. La loro psicologia ci interessa senz’altro meno, quella delle future vittime – debolezze comprese – vanta già una rilevanza e uno spessore diverso.

Ad ogni modo proprio la sequenza iniziale o prologo è a modo suo una “dichiarazione di poetica”: apparentemente senza alcun nesso logico, vediamo prima un cacciatore con il cane al seguito, poi un giovane che sta affilando una lancia e infine un sacerdote pronto a sua volta ad imbracciare un’arma unirsi, in silenzio, per una singolare caccia all’uomo. Il loro bersaglio è una sorta di vagabondo che si è creato uno spartano rifugio nel bosco, sotto terra, protetto da una fitta coltre di foglie, ma che riesce ad accorgersi del loro arrivo grazie a un buffo stratagemma, quel periscopio piantato nel terreno dal quale può osservare cosa gli accade intorno. Seppur con una certa fatica e qualche rischio riesce a sottrarsi agli inseguitori, mettendo in salvo pure un paio di compagni acquattati in rifugi simili. Sembrerebbero loro le potenziali vittime di un assurdo linciaggio. Ma il prosieguo dell’allucinato racconto ci dirà ben altro…

Indovina chi viene a cena?

Borgman, Jan Bijvoet, Hadewych Minis e Jeroen Perceva in una scena del film
Borgman, Jan Bijvoet, Hadewych Minis e Jeroen Perceva in una scena del film

Sporco, coi vestiti logori, appena giunto in città Borgman comincia a cercare un posto nuovo dove insediarsi, suonando a ogni porta e mettendo in crisi il quieto vivere borghese di chi abita lì con una semplice ma insidiosa richiesta, quella di un bagno dove farsi la doccia. Rifiuto dopo rifiuto, sarà la reazione di una coppia prima comprensibilmente turbata e poi scomposta, finanche violenta, a permettere all’uomo di individuare il proprio bersaglio. Le strategie da lui adottate per introdursi in casa d’altri possono ricordare, volendo, la falsa gentilezza seguita dall’improvvisa e brutale rottura di determinati schemi formali che all’inizio di Funny Games (in risposta al belante “mi scusi”, in tedesco “entschuldigen sie”, adoperato di continuo durante tali conversazioni) costituiva il biglietto da visita dei due gelidi assassini vestiti di bianco. E difatti come nel cult movie di Haneke pure in Borgman sarà questo l’incipit di un rituale gioco al massacro, di una programmatica destrutturazione dei thriller e degli horror fondati sulla “home invasion”.

(Ri)visto oggi il film di Alex van Warmerdam appare sfacciatamente cinefilo ma in un certo senso persino “profetico”, contenendo avvisaglie di quella progressiva sostituzione del nucleo famigliare benestante che, in forma naturalmente più corrosiva, strutturata e coerente, vedremo poi attuarsi in Parasite, il capolavoro di Bong Joon-ho. Laddove in Borgman da “sistemare”, in un modo nell’altro, con esiti letali o di “semplice” plagio/manipolazione, vi sono non soltanto la coppia protagonista ma i tre figlioletti, la governante, il giardiniere e persino il medico di famiglia. Molte altre però sono le suggestioni presenti nel lungometraggio olandese. Dal macabro umorismo con cui sono rappresentate le varie uccisioni, che per la metodica particolarmente cinica e l’ironia dello storytelling possono ricordare Il cameraman e l’assassino (C’est arrivé près de chez vous, 1992) dei “vicini di casa” belgi Rémy Belvaux, André Bonzel e Benoît Poelvoorde. Per approdare magari al potere seduttivo esercitato sulla donna dall’intruso, coi suoi più o meno latenti elementi misterici, in cui non è poi così azzardato scorgere una parafrasi del morboso triangolo messo in scena da Jerzy Skolimowski in quell’etereo, metafisico gioiellino, tratto peraltro da un racconto di Robert Graves, che è L’australiano (The Shout, 1978). E con ciò l’elenco delle inquietudini più profonde prodotte in noi dalla visione di Borgman può dirsi non esaurito, ma sufficientemente enucleato.

Locandina

Borgman, la locandina del film
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Scheda

Titolo originale: Borgman
Regia: Alex van Warmerdam
Paese/anno: Paesi Bassi, Danimarca, Belgio / 2013
Durata: 113’
Genere: Drammatico, Thriller
Cast: Gene Bervoets, Jan Bijvoet, Pierre Bokma, Reinout Scholten van Aschat, Sara Hjort Ditlevsen, Tom Dewispelaere, Abdenbi Azzaoui, Alex van Warmerdam, Annet Malherbe, Ariane Schluter, Benjamin Boe Rasmussen, Bert Bunschoten, Dirkje van der Pijl, Elve Lijbaart, Eva van de Wijdeven, Hadewych Minis, Ismael El Tarhabi, Jeroen Perceval, John Meerzorg, Marc van Warmerdam, Mees van Warmerdam, Mike Weerts, Pieter-Bas de Waard, Reinier Bulder, Ria Eimers
Sceneggiatura: Alex van Warmerdam
Fotografia: Tom Erisman
Montaggio: Job ter Burg
Musiche: Vincent van Warmerdam
Produttore: Marina Blok, Koen Mortier, Mogens Glad, Tine Mosegaard, Eurydice Gysel, Marc van Warmerdam
Casa di Produzione: Mollywood, Czar Film, Angel Films, Graniet Film BV, Epidemic, Dansk Filmfotograf Forbund (DFF), NTR

Trailer

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Giornalista, critico cinematografico e organizzatore di svariati eventi, tra i quali spiccano le prime tre edizioni di Indiecinema Film Festival, ha esordito in ambito critico negli anni '90, quale redattore della storica rivista Cinemasessanta. Nel tempo ha allargato i suoi orizzonti occupandosi anche di teatro, libri, musica, mostre, sport ed eventi enogastronomici, mentre la passione per il cinema lo ha spinto a collezionare diverse altre collaborazioni, tra il web e il cartaceo, per cui ci si limita qui a segnalare il mensile Taglio Corto, Movieplayer, Hotdog Magazine, Gothic Network, Taxi Drivers, Sicilia Cinema, CineClandestino, Sul Palco e, per l'appunto, Asbury Movies. A livello saggistico si possono ricordare i suoi scritti sull'animazione nipponica per Laboratorio Bizzarro edizioni, i saggi sul cinema giapponese di Nihon Eiga, il ritratto della cineasta spagnola Icíar Bollaín presente in una pubblicazione dell'Associazione Museo Nazionale del Cinema e, soprattutto, l'originale focus su "Zardoz" di John Boorman contenuto in "Cinema e Società", volume edito da Tabula Fati.

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