INTERIOR
di Pascal Schuh

Uno spunto bizzarro come quello alla base di Interior, esordio nel lungometraggio cinematografico del regista tedesco Pascal Schuh, poteva portare in tante direzioni: in questo caso, l’idea di un divano usato come “cavallo di Troia” per introdursi nell’intimità domestica altrui, porta a un’opera centrata e (genuinamente) disturbante, che riflette sull’ossessione del controllo dei corpi e sulla loro irriducibile resistenza. Il film è stato presentato a Roma nell’edizione 2026 del Festival del Cinema Tedesco.
Il divano rivelatore
Ci sono casi in cui qualsiasi definizione, per un film – sia pure quella più ampia di weird, che include una grande varietà di atmosfere e filoni cinematografici – finisce per stare stretta. Casi in cui un’opera va oltre l’idea stessa di contaminazione – di generi e/o di mood specifici – e in cui il risultato, più che una sintesi di varie influenze, finisce per essere un oggetto del tutto originale, da meditare e rielaborare con attenzione dopo la visione. Una modalità di approccio al cinema, e al pubblico, che prescinde dalla “difficoltà” specifica di fruizione o dalla complessità della trama – che anzi può essere anche, in sé, estremamente basica: ed è esattamente questo, di fatto, il caso di Interior, esordio nel lungometraggio cinematografico per il tedesco Pascal Schuh, presentato lo scorso sabato 21 marzo 2026 nel corso del Festival del Cinema Tedesco di Roma. L’idea alla base del film di Schuh è infatti semplice quanto bizzarra (e, a dispetto di tutto, bizzarramente credibile): un uomo che si introduce nelle case altrui nascondendosi all’interno di un divano, per registrare meticolosamente, tramite videocamere e strumenti elettronici, la vita degli abitanti con lo scopo di carpirne le emozioni. Kasimir, questo il nome dell’esperto di intrusioni, lavora per il neurochirurgo Liebermann, che sta effettuando una sorta di curioso, eccentrico studio sulle emozioni umane. Le regole, per il collaboratore del medico, sono semplici: mai farsi scoprire, mai interagire coi soggetti osservati, pena la non genuinità del risultato. Lo spunto – proprio nel segno della “bizzarra credibilità” di cui si diceva, cifra che caratterizza un po’ tutto il film – nasce da un evento di cronaca accaduto negli anni ‘70, che aveva visto il compimento di alcuni furti attraverso un divano dotato di scomparto segreto.
Una singolare “osservazione sul campo”

Lo spunto di partenza di Interior (la polisemia del titolo, molto indovinato, diventa chiara mano a mano che si procede con la trama) sembra mutuato un po’ da Ferro 3 di Kim Ki-duk, un po’ dal poco ricordato esordio indie di Christopher Nolan, Following (1998); opere che trattavano entrambe – in modi e con finalità diverse – proprio il tema dell’intrusione silenziosa nell’ambiente domestico, con l’osservazione muta e “sul campo” della sfera privata di individui sconosciuti. Tuttavia, il film di Pascal Schuh immerge l’istanza di partenza in un coté visivo di algido, metallico fascino – con interni in cui dominano tonalità tra il il malva, il grigio e il blu desaturato – e in un’atmosfera sospesa tra il gelido e lo straniante. Le prime sequenze di Interior fanno venire in mente anche, ovviamente, il cinema di Michael Haneke con le sue radiografie cliniche (e spietate) su certi meccanismi della vita borghese; ma il riferimento al maestro austriaco, e la fugace sensazione di trovarsi di fronte a una specie di Funny Games muto e (quasi) senza contatto tra aggressori e aggrediti, sfumano a loro volta, presto, in un discorso che si rivela più complesso e personale. Se è vero, infatti, che il carattere weird e sopra le righe dello spunto iniziale è in qualche modo debitore al recente cinema sudcoreano (lo stesso regista, nel Q&A che ha seguito la proiezione, ha citato anche i film di Bong Joon-ho) e che l’incedere del racconto (con la calcolata “distanza” dallo spettatore) ha assorbito qualcosa della lezione di Haneke, è pur vero che il film di Pascal Schuh porta presto la trama – e chi guarda – in direzioni perlopiù inedite: il rapporto di dominazione/sottomissione che lega (ambiguamente) i due protagonisti, le metodiche ritualità che scandiscono le loro interazioni, così come le improvvise, deraglianti virate verso il registro grottesco (tra cui spicca un singolare karaoke) rafforzano l’idea di un oggetto cinematografico indefinibile, radicale nel suo coniugare semplicità (di ingredienti di partenza) e complessità (di tematiche che ne emergono).
Il corpo che non si piega

Il risultato è un’opera che risulta tanto fuori dagli schemi quanto “disturbante”, seppur in un’accezione diversa da quella che siamo abituati a dare al termine: di violenza esplicita, in Interior, ce n’è pochissima (ma quella che c’è, in una scena che fa anche un vago ammiccamento bunueliano, colpisce molto duro) eppure il film fa respirare comunque un deliberato, dilatato sadismo, probabilmente inconsapevole ma comunque, in qualche modo, inscritto nello sviluppo della storia. Quella del Liebermann interpretato, con gelida e straniata precisione, da Knut Berger (ma il suo collega Daniil Kremkin, dalla sua posizione in qualche modo “privilegiata” nella storia, gli ruba spesso la scena) è un’ossessione di controllo sui corpi, una volontà di assorbimento (e asservimento) della dimensione stessa del corporeo, nella speranza di trovare la chiave – magari fisicamente situata – delle emozioni. Un violare il corpo (attraverso la violazione della sua dimensione più intima, quella domestica) tramite l’uso strumentale di un altro corpo asservito e ridotto al mutismo (quello, non a caso spesso nudo, del subordinato Kasimir) nella speranza di penetrare qualcosa che però, per sua natura, resta comunque tenacemente impenetrabile: un esempio eloquente è quello dell’unica scena “onirica” propriamente detta presente nel film, in cui un bizzarro – e, anche in questo caso, non del tutto inverosimile – intervento di neurochirurgia con accompagnamento musicale, genera una visione che sembra ribadire l’impenetrabilità del territorio emotivo per il medico. Almeno fino alla fine, fino alla svolta più dura e radicale (per quanto non del tutto inattesa), segnata da un elemento dal forte carattere simbolico (la tigre che campeggia sulla locandina) e dall’intelligente scelta di un quasi-fuoricampo: di nuovo, la mostra esplicita della violenza non fa parte del vocabolario cinematografico di Interior, ma la resa delle sue conseguenze (differite), quella sì. Quella è centrale. Una resa che allontana, per questo notevole esordio, qualsiasi sospetto di vuoto e gratuito intellettualismo.
Locandina

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Scheda
Titolo originale: Interior
Regia: Pascal Schuh
Paese/anno: Germania / 2025
Durata: 96’
Genere: Drammatico, Thriller
Cast: Alma Löhr, Andreas Nickl, Benjamin Kramme, Daniil Kremkin, Jennifer Sabel, Johannes Kühn, Knut Berger, Kristina van Eyck, Ludwig Simon, Malaya Stern Takeda, Manuel Ossenkopf, Monika Lennartz, Niels Bormann, Smilla Löhr
Sceneggiatura: Pascal Schuh, Timo Ackermann, Joe Hofer, Ron Jäger
Fotografia: Greta Isabella Conte
Montaggio: Fredrick Francke
Musiche: Erik Johann Fodi
Produttore: Timo Ackermann, William Eggert
Casa di Produzione: U5 Filmproduktion GmbH
