LA MEMORIA DEL BUIO
Lorenzo Bianchini, con La memoria del buio, torna con un horror che riecheggia vagamente le sue prime opere, ma lo fa guardando al ghost movie più classico, anche se al centro della narrazione ci sono la solitudine degli ultimi anni e le incertezze economiche, veri motori propulsori di tutto il film. Non vi sono jumpscare, che innestano una voluta paura improvvisa né una vera e propria tensione narrativa, ma vi è un’inquietudine lenta, progressiva, che nasce più dall’atmosfera che dagli eventi.
Solitudine, precarietà e il nulla da perdere
Paolo Rinaldi (l’attore Paolo Fagiolo), rimasto solo e in evidenti ristrettezze economiche, accetta di fotografare una fabbrica abbandonata nella campagna friulana. Una volta recatosi lì, conosce un uomo (Marco Marchese, attore di punta nei film di Lorenzo Bianchini) che è alla ricerca di una grande quantità di denaro, nascosta proprio in quel luogo oscuro e fatiscente. Inizia una vera caccia al tesoro, con altri individui intenzionati a dare del filo da torcere e che vengono uccisi brutalmente. Ma nulla è come sembra e Paolo si ritrova faccia a faccia con atmosfere soprannaturali. La memoria del buio si inserisce formalmente nel filone dei ghost movie, ma lo fa in modo anomalo, lontano dalle convenzioni attuali del genere, perché, paradossalmente, è in linea con i canoni a cui siamo stati abituati più nel passato. Ci viene mostrato un protagonista che si barcamena tra lucidità e follia, tra voglia di non soccombere e ferocia della sopravvivenza.
Un ghost movie tra l’atipico e il tipico

Lorenzo Bianchini sa essere attuale, anche se non guarda affatto al cinema horror contemporaneo. Piuttosto, ne prende le tematiche (come la solitudine dei tempi, la precarietà lavorativa ed economica, il denaro come salvezza dal baratro e un mettersi in gioco che non guarda in faccia nulla, perché nulla si ha davvero da perdere) e le adatta a un classicismo di cui c’è sempre voglia: quello dei fantasmi, della musica e dei suoni che creano tensione, dei luoghi che viene voglia di esplorare (come quelli abbandonati, che hanno creato l’amatissimo, quanto pericoloso, fenomeno dell’urbex). Chi guarda La memoria del buio sa che nelle situazioni narrate i conti non tornano, che i dialoghi non sempre combaciano con gli eventi e che Paolo Rinaldi crede di vivere qualcosa che, in fondo, non c’è. Non è chiaro cosa sia reale e cosa, invece, non lo sia e questo intento diventa una sorta di piacevole sfida per chi assiste al film. Si lavora, quindi, più sulla percezione dello spettatore che sulla trama e si viene catapultati in un’esperienza sensoriale che si mischia a un racconto tradizionale di fantasmi.
Suono, silenzio, memoria e luoghi

Uno degli elementi fondamentali di La memoria del buio è il lavoro sul suono. Più che mostrare, Bianchini suggerisce, instilla e, spesso, la narrazione passa prima dall’audio che dall’immagine: rumori lontani, passi, echi, suoni ambientali e una musica che accompagna i momenti più concitati, come nei principali canoni dell’horror cinematografico. Anche il silenzio ha un ruolo centrale, perché non è mai un silenzio fine a se stesso, ma è carico e sembra nascondere qualcosa. Il film costruisce così una tensione sottile, fatta di attesa e di incertezza, in cui si è portati ad ascoltare, oltre che a guardare. È un horror che lavora per sottrazione, dove ciò che non si vede diventa spesso più importante di ciò che viene mostrato. Nel film il tempo sembra perdere consistenza e diventare qualcosa di instabile, difficile da collocare. Presente e passato sembrano sovrapporsi, i fantasmi si svelano a poco a poco e non si è sicuri su chi sia il morto e il vivo. La fabbrica abbandonata è l’altra grande protagonista e non è solo uno spazio fisico, ma il contenitore di tutta la progressiva inquietudine. Il finale, quasi liberatorio, fa da contraltare a tutta la storia e al senso di precarietà del vivere del Rinaldi.
Lorenzo Bianchini e il suo cinema

Con La memoria del buio, Lorenzo Bianchini continua a portare avanti un’idea di cinema personale e riconoscibile, lontana sia dalle logiche dell’horror commerciale sia da quelle del cinema d’autore più costruito e festivaliero o consapevolmente per alcune nicchie. Ci sono piccoli richiami al mistero dei suoi lavori delle origini (come Radice quadrata di tre), ma anche i luoghi abbandonati, come accade in Oltre il guado (in cui recita Marco Marchese come personaggio protagonista). Il suo è un cinema fatto di luoghi che sembrano parlare, così fortemente presenti, e di tempi dilatati, con storie che sembrano nascere direttamente dagli spazi in cui sceglie di ambientarle. Il Friuli Venezia Giulia non è solo la sua terra, ma anche un vero e proprio personaggio di ogni film. Un territorio bello e ridente come quello del Nordest diventa bacino di inquietudine, di spazi abbandonati che rievocano un vissuto semplice e che la decadenza ha trasformato in orrore e angoscia. I lavori di Bianchini non nascono per compiacere, ma per narrare e creare immersione, con voluti echi al cinema del passato (in primis al Pupi Avati horror, presente nel mai distribuito Occhi), ma senza scimmiottamenti o omaggi che pompano autoreferenzialità. Non punta nemmeno al mercato estero (come molti fanno in modo smaccato), ma a una diffusione per appassionati così come per neofiti o cultori di un cinema che sa fare paura con un certo garbo.
Locandina

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Scheda
Titolo originale: Echoes in the Dark
Regia: Lorenzo Bianchini
Paese/anno: Italia / 2024
Durata: 107’
Genere: Horror
Sceneggiatura: Lorenzo Bianchini, Michela Bianchini
Fotografia: Alessandro Galliera
Montaggio: Lorenzo Bianchini, Claudio Zorzenon
Musiche: Lorenzo Bregant
Produttore: Claudio Zorzenon, Marco Fabbro, Giuseppe Tissino, Lorenzo Bianchini
Casa di Produzione: Arte Video
Distribuzione: Amazon Prime Video

