DERIVA
di Danilo Monte

Già presentato fuori concorso alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, esordio nel lugometraggio di fiction di Danilo Monte, Deriva è un’opera orgogliosamente indipendente, radicale nel suo descrivere un’erranza, una dolorosa perdita di centro (non spiegata, autoevidente) che da personale si fa collettiva e generazionale. Ma senza manifesti espliciti, anzi giocando felicemente di sottrazione.
L’artista errante
Il cinema italiano autenticamente indipendente, pur se sempre più soffocato, negli ultimi anni, da un mainstream che ha ormai imposto (e si è imposto) i suoi stilemi in modo più che mai trasversale, continua orgogliosamente a esistere. Fa piacere, quindi, che un prodotto genuinamente “marginale” – in tanti sensi, come vedremo – come questo Deriva, esordio nel lungometraggio di finzione del documentarista Danilo Monte, stia circolando nelle sale italiane. Il film di Monte, già presentato fuori concorso nella 61esima edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, mostra una certa radicalità già nella concezione, prima ancora che nella “confezione”: una troupe ridottissima (spesso composta dal solo regista, a volte accompagnato dal montatore Alessandro Aniballi), una sceneggiatura “aperta”, poco più di un canovaccio, l’omaggio dichiarato in partenza – e sottolineato, nel film, con un esplicito spezzone di repertorio – a un cineasta che della radicalità ha fatto precisa cifra stilistica, quale Alberto Grifi. La “deriva” del titolo è innanzitutto, probabilmente, un omaggio a quell’utilizzo del linguaggio filmico come dispositivo di svelamento spontaneo, non-predeterminato negli esiti, che informava l’opera del regista romano; ma è anche e soprattutto la simbolica erranza del protagonista Mario D’Ambrosio (non a caso anche co-sceneggiatore), artista e uomo in crisi, alle prese col perdurare delle porte sbattute in faccia – spesso con condiscendenza – rispetto al suo lavoro, con un figlio estraniato e fisicamente lontano, e coi ricordi del passato che diventano fantasmi, vividi flash analogici che accendono improvvisamente la memoria. Su tutto, gli ultimi sprazzi del campionato di calcio di serie A, con l’esplosione di gioia popolare per il ritorno del tricolore a Napoli dopo oltre vent’anni. Altra occasione per (ri)accendere la memoria, e tentare di reintegrarla col presente.
Singolare e generazionale

Il regista, nelle interviste che hanno accompagnato il lancio del film, ha spesso definito Deriva come una sorta di “manifesto” (le virgolette sono ovviamente d’obbligo) di uno spaesamento generazionale che caratterizza gran parte dei 40-50enni. Far parte, come spettatori, della Generazione X – quella che accomuna tanto lo stesso Danilo Monte quanto il protagonista – aiuta ovviamente, in questo senso, a entrarci in sintonia: la generazione di mezzo, quella che è stata socializzata tardi (a età adulta già iniziata) all’uso di internet e dei social, che ha cercato di resistere alla dichiarata fine delle ideologie immaginando e ricreando possibili spazi di espressione. Poi, il G8 di Genova 2001, un trauma collettivo che in qualche modo ha segnato l’inizio di un “riflusso” (inteso come ripiegamento nel privato) analogo a quello che un ventennio prima aveva caratterizzato il movimento del ‘77. In questo senso, a livello politico prima ancora che estetico, il filo conduttore col lavoro di Alberto Grifi – che proprio in quel clima proponeva il suo cinema di radicale rottura – è più che mai avvertibile; ma, proprio come i lavori del compianto cineasta romano (scomparso nel 2007), Deriva rifugge qualsiasi dichiarazione di appartenenza esplicita, si tiene lontano dal farsi ritratto generazionale propriamente detto, lavora di sottrazione restando incollato al suo protagonista e alle sue peregrinazioni.
Marginalità liriche
Lo sguardo da documentarista di Monte, che sceglie il cinema di fiction piegandolo alle sue esigenze, è del tutto visibile durante la visione di Deriva: alla cura della composizione dell’inquadratura si accompagna la fascinazione per i luoghi, gli spazi che circondano il protagonista, le geometrie urbane più decadenti (specie quelle dei quartieri di Avellino intorno alla casa del protagonista) e poi le strade e i vicoli napoletani pronti a esplodere per la festa dello scudetto. In entrambi i casi, la marginalità della figura di D’Ambrosio, di cui parlavamo in apertura, resta plasticamente visibile: troviamo il protagonista ripreso spesso in campo lungo, fuori campo oppure a una delle due estremità dell’inquadratura, in particolare durante le riprese dei festeggiamenti. Solo all’interno del suo appartamento (e poi in quello in cui va a fare visita al figlio, in una dolorosissima sequenza tutta nel segno dell’understatement – come del resto l’intero film), “l’artista” interpretato da D’Ambrosio – così appellato nei titoli di coda – sembra ritrovare una sua pur problematica centralità. Centralità che torna, più come auspicio che come conseguimento reale, nell’ultima inquadratura, forse un inizio di tentativo di riappropriazione di uno spazio e di un tempo che parevano ormai fuori portata di mano.
Spazi di resistenza

C’è tanto, nei 79 minuti di Deriva, certo più di quanto la sua scarna articolazione narrativa tenderebbe a suggerire; forse anche più di quanto noi stessi siamo riusciti a cogliere in questo tentativo di analisi. Il discorso generazionale dichiarato dal regista va ad emergere, non a caso, attraverso le sue interazioni con la tecnologia, con la pratica di quello scrolling sul cellulare (ben reso nella prima sequenza, poi richiamato a più riprese successivamente) che sostituisce lo zapping tra i canali televisivi a cui eravamo abituati nei decenni passati, accentuandone il carattere di erranza e la ricerca di un centro di senso che, in questo caso, neanche si intravede. Un centro che appare più a portata di mano nelle immagini di repertorio, non a caso riprese per la maggior parte nel più stretto 1.33:1 (laddove il formato del film è, di base, quello panoramico): un contesto più definito e situato, in cui risulta più facile, per il futuro artista (di volta in volta studente, attivista, e persino giovanissimo tifoso) emergere dallo sfondo e trovarsi in figura. Un contesto “fantasmatico” per definizione, ma paradossalmente più vivido di gran parte del presente – un presente in cui spesso l’uso del fuori fuoco va a sottolineare il senso di spaesamento che pervade il film. E poi c’è l’arte e la sua mercificazione, attraversata dal protagonista, contestata a più riprese, eppure, in qualche modo, scoglio con cui ci si deve scontrare, ieri come oggi. Il dialogo col gallerista, con la sua enfasi retorica sul “trovarsi gli spazi” (sottolineatura di un individualismo liberista ormai tracimante, in ogni spazio della vita sociale) è in questo senso rivelatore. Una mercificazione a cui comunque, ieri come oggi, appare obbligatorio almeno tentare di resistere. Anche attraverso il cinema.
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Scheda
Titolo originale: Deriva
Regia: Danilo Monte
Paese/anno: Italia / 2025
Durata: 79’
Genere: Drammatico
Cast: Daniele Ciampi, Mario D’Ambrosio, Massimiliano De Serio, Stefano Forgione
Sceneggiatura: Danilo Monte, Mario D’Ambrosio
Fotografia: Danilo Monte
Montaggio: Alessandro Aniballi
Produttore: Danilo Monte, Mario D’Ambrosio, Alessandro Aniballi, Laura D’Amore
Casa di Produzione: Fai Cinema
Distribuzione: Fai Cinema
Data di uscita: 24/03/2026
