PRESENCE
Steven Soderbergh si addentra nel cinema horror in una forma atipica, trasformando la macchina da presa in una presenza soprannaturale che osserva la quotidianità di una famiglia, tra silenzi, tensioni e dinamiche destinate a incrinarsi. Presence si costruisce, così, come un’esperienza percettiva più che narrativa, in cui da spettatori si è chiamati a immergerci nello sguardo, partecipando agli eventi da una posizione attiva, ma inevitabilmente impotente.
Il punto di vista di una presenza
Presence si apre all’interno di uno spazio domestico apparentemente ordinario, spiccatamente borghese e in cui sembra che l’armonia possa regnare indisturbata. Una presenza soprannaturale all’interno della casa segue la quotidianità di una famiglia che si muove tra abitudini, silenzi e tensioni nascoste. I rapporti tra i membri non vengono mai esplicitati in maniera diretta, ma è chiaro che Rebekah (Lucy Liu) è il perno della famiglia Payne, dominante sul marito Chris (Chris Sullivan) e con una lieve preferenza per il figlio maschio, Tyler. La figlia, Chloe, invece, è turbata per la morte di una sua amica, Nadia. Un equilibrio fragile emerge attraverso piccoli gesti, distanze e incomprensioni che suggeriscono scenari destinati a raggiungere un climax. La presenza attraversa gli ambienti senza essere vista, limitandosi a osservare ciò che accade. Non vi è un’immediata rottura della normalità, ma un progressivo slittamento percettivo, in cui ciò che appare familiare inizia a rivelare crepe sempre più evidenti. A ciò, si aggiunge l’incontro tra Chloe e Ryan, amico di Tyler, e la trama si arricchisce di uno slancio ulteriore.
La casa, altra protagonista

La casa, inizialmente vuota, dai grandi ambienti e con la presenza già lì in attesa dell’arrivo di nuovi inquilini, è al centro della narrazione. I pavimenti lucidi in parquet, le grandi finestre, gli angoli che riflettono la luce diurna accompagnano lo sguardo in una sorta di esplorazione, quasi come se si fosse con la famiglia Payne nella visita della casa. Gli spazi, attraversati dalla macchina da presa, quando vengono abitati, assumono una dimensione ambivalente: da contenitori della quotidianità (immersa in ordine, design tra il classico e il minimal) a superfici che riflettono le progressive fratture interne dei personaggi. È proprio attraverso questa esplorazione dettagliata dei vari punti della casa che Presence costruisce la propria tensione, con approccio più sottile, con un’inquietudine che nasce dalla percezione sempre più evidente della presenza, soprattutto dalla parte di Chloe. In particolare, la sua camera da letto è un luogo che si fa microcosmo, con il letto spesso disfatto, i libri buttati sopra, le luci colorate e la scrivania piena di interessi di una ragazza che, costantemente, fa i conti con le proprie ansie.
Lo sguardo come dispositivo narrativo

Steven Soderbergh, in Presence, costruisce l’intero impianto visivo attorno a un punto di vista non umano, trasformando la macchina da presa in un soggetto attivo ma privo di intervento, se non con manifestazioni che richiamano il fenomeno del poltergeist. La tecnica immersiva del POV funziona per eliminare la distanza tradizionale tra chi guarda il film e l’immagine, generando un coinvolgimento diretto che si fonda sull’osservazione continua. Si ha, quindi, la sensazione di vivere la quotidianità di una famiglia come tante, in qualsiasi luogo, non solo in una periferia benestante statunitense. La scelta di rinunciare a gran parte dei codici dell’horror classico, pur essendo a tutti gli effetti una ghost story, contribuisce a definire un’esperienza che si sviluppa in maniera controllata e spontanea, lasciando spazio a una dimensione contemplativa e destabilizzante. La successiva presenza di elementi a tinte thriller è uno sviluppo che può definirsi naturale, atto a chiudere il percorso dell’intero film.
Un film che divide

Presence non è l’horror dei jumpscare, ma nemmeno quello canonico con il fantasma che appare e scompare. La scelta, che risulta, forse, fin troppo radicale, di rendere il soprannaturale come presente e assente al contempo e come l’occhio che guarda tutto è originale e di impatto. Soprattutto, può rappresentare, al tempo stesso, il principale punto di forza e il limite dell’opera. L’assenza dell’effetto orrorifico tout court potrebbe, infatti, risultare respingente per una parte del pubblico, specie per chi si avvicina al film aspettandosi un horror “nei canoni”. L’andare per sottrazione permette paradossalmente al film di Steven Soderbergh di distinguersi e di farsi ricordare, proponendo un’esperienza che privilegia la percezione e lo sguardo rispetto alla costruzione di un racconto lineare. L’altro elemento che potrebbe dividere chi assiste a Presence è la dettagliata descrizione visiva degli ambienti, che fa da contraltare all’azione e alla profondità dei personaggi. Proprio il senso di quotidiano, che talvolta sovrasta la narrazione dell’inquietudine e dei successivi sviluppi più “cinematografici”, potrebbe rischiare di annoiare chi è alla continua ricerca di colpi di scena. Invece, questa tecnica funziona proprio perché chi assiste al tutto è portato, in fondo, a sentirsene parte.
Locandina

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Scheda
Titolo originale: Presence
Regia: Steven Soderbergh
Paese/anno: Stati Uniti / 2024
Durata: 84’
Genere: Horror, Drammatico, Thriller
Cast: Lucy Liu, Chris Sullivan, Julia Fox, Abigale Coakley, Benny Elledge, Callina Liang, Daniel Danielson, Eddy Maday, Jared Wiseman, Lucas Papaelias, Natalie Woolams-Torres, Nathaly Sabino, Robert M. Jimenez, West Mulholland
Sceneggiatura: David Koepp
Fotografia: Steven Soderbergh
Montaggio: Steven Soderbergh
Produttore: H.H. Cooper, Samara Levenstein, Claire Kenny, Ken Meyer, Gus Gustafson, Julie M. Anderson
Casa di Produzione: Extension 765, The Spectral Spirit Company
Distribuzione: Lucky Red
Data di uscita: 24/07/2025

