IL CASO 137
di Dominik Moll

Una magnifica Léa Drucker è una poliziotta che indaga sul presunto abuso di potere di un gruppo di colleghi in Il caso 137, il teso e potente poliziesco (ma non solo) diretto da Dominik Moll e passato a Cannes 2025.
La polizia che indaga sulla polizia
Bisognerebbe indagare (!) sulla familiarità del pubblico francese con la sigla, IGPN, prima e dopo l’uscita del film. Comunque siano andate le cose lì, inevitabile che finisca per saperne un po’ di più anche quella parte di pubblico italiano che sceglierà Il caso 137, al cinema dal 16 aprile 2026 per Teodora Film. Regia di Dominik Moll (La notte del 12), co-scritto con Gilles Marchand, applaudito a Cannes 2025 e César 2026 alla straordinaria protagonista, Léa Drucker, il film è un poliziesco che esce dal perimetro, l’intreccio di verità documentaria e drammatizzazione, di stampo antiretorico e non superficialmente schierato. È la storia di un’ingiustizia e del tentativo – va capito quanto fortunato – di sanarla, ed è costruito attorno a una sigla emblematica: IGPN, i poliziotti che indagano sui poliziotti. Il caso 137 ha un quando che è un lasso di tempo non specificato tra la fine del 2018 e i mesi seguenti – le agitazioni dei gilet gialli – e un dove sdoppiato, Parigi e la provincia, cioè la piccola città di Saint-Dizier. È la radiografia di un mondo fratturato. Partendo dalla polizia.
O, per meglio dire, quelli a cui va male due volte

Se le forze di polizia patiscono l’ostilità più o meno latente della società, a quelli dell’IGPN va male due volte: non piacciono ai civili perché poliziotti, e ai poliziotti perché indagano su di loro. Il dipartimento però serve, anche quando lavorarci non è facile. Il caso 137 è la storia di un team, ma soprattutto della donna che gestisce la task force dedicata a un caso potenzialmente esplosivo, numero protocollare 137 (il titolo italiano è cucito sull’originale, che è Dossier 137). Stephanie (Léa Drucker) stava alla narcotici ma l’ha abbandonata per spostarsi all’IGPN perché, con un compagno poliziotto, serviva almeno un genitore con orari sostenibili per prendersi cura del figlio. Ora è una madre single non troppo soddisfatta del suo lavoro. Di lei sappiamo quanto il film, la regia sottile di Dominik Moll e il lavoro chirurgico (splendidamente reticente) di Léa Drucker ci consentono di sapere: poco, se si guardano le cose da un punto di vista prettamente didascalico, molto in termini di puro cinema. Stephanie e la sua decorosa ricerca di verità e giustizia, le sue gioie e fatiche private, si esprimono in sguardi, silenzi e pause studiate. L’approccio, controintuitivo, è dannatamente cinematografico.
Verità è giustizia, ma non è facile arrivarci

Il caso 137 si impone, spietatamente, una dieta a base di sobrietà, lucidità di sguardo e rigore espositivo, a cominciare dall’attitudine della protagonista. È così che conserva la schiena dritta, ed è grazie alla sua integrità che non smarrisce la lucidità degli argomenti. Succede che Stephanie debba indagare sul ferimento, con proiettile di gomma, di un adolescente di nome Guillaume, venuto a Parigi con la madre, la sorella e il ragazzo di lei per partecipare alla manifestazione dei gilet gialli. Guillaume soffre per effetto del colpo gravi danni neurologici, ma prima di procedere ci sono responsabilità da accertare. Sono stati i ragazzi, per primi, a dar prova di comportamenti provocatori verso le forze dell’ordine, o si è trattato di un abuso di potere? Guillaume è di Saint-Dizier, un piccolo centro che, incidentalmente, è il posto da cui viene anche Stephanie. Forse è anche per questo che prende il caso particolarmente a cuore. Molti ostacoli la allontanano, e con lei Guillame e famiglia, dalla verità, qualunque cosa significhi la parola. Lo spirito di corpo dell’istituzione poliziesca, la reticenza dei testimoni oculari che paventano ritorsioni e lamentano ingiustizie (disparità razziali) nella gestione della crisi, differenti concezioni di patriottismo e fedeltà allo stato, la dialettica città provincia. Il caso 137 cerca di dare conto di tutto, del bisogno di giustizia e dei “contrattempi” che ne frenano la soddisfazione, e lo fa con gradi diversi di efficacia. Detto questo, si parli della materia, dell’approccio, dell’armonia tra forma filmica e sostanza tematica: il bersaglio è centrato.
Cinema in equilibrio tra fatti e drammatizzazione, tra sostanza e forma

La lotta di Stephanie è in due parti e a Dominik Moll non importa combacino. C’è un dentro, l’indagine poliziesca, e un fuori: la famiglia, le differenze sociali, di censo (la capitale privilegiata e i sobborghi), razziali, di genere (è una donna che indaga, su e contro un mondo di uomini). Chiaro che al film interessi soprattutto il dentro, come l’indagine interna definisca – e frustri, e alimenti, e sorregga – il bisogno di verità di Stephanie. Il caso 137 racconta le cause dell’ingiustizia e come producano effetti perturbanti (l’abuso di potere, la sopraffazione del più debole). Lo fa con un leggero squilibrio di efficacia, nel senso che le disparità sociali che stanno alla base della violenza non sono esplorate dalla storia con la stessa (millimetrica) precisione dell’indagine. È un limite strutturale ed ha più a che fare con i vincoli di durata del film che con una disattenzione di storytelling dell’autore. Il controllo della messa in scena di Dominik Moll, la sua postura, lucida e non giudicante ma non per questo ipocritamente neutrale, è totale. Il film ha una sobrietà rinfrescante nella costruzione dell’inquadratura, merito anche della fotografia, fredda ma non asettica, di Patrick Ghringhelli, e adatta, interessante paradosso, la forma sul tema in modo esuberante ma misurato.
Un buon equilibrio

Il film si permette, dopo aver lavorato sui toni trattenuti ma pieni di verità di una splendida Léa Drucker, di ragionare sul potenziale di verità e menzogna intrinseco a ogni immagine – sia una foto, un video, un materiale di repertorio, un contenuto social – con la forma che si modella quasi d’istinto sulle necessità della storia. Ora poliziesco standard, ora accenno di cinema della quotidianità, di una bella forza documentaria nella ricostruzione degli interrogatori (una messa in scena pazzesca), Il caso 137 trova un efficace punto di equilibrio tra fatti e rielaborazione drammaturgica, tra sostanza – la lotta per la verità in un mondo ostile e ingiusto – e forma, quest’ultima che mai scade in pretenziosa ricercatezza. Dominik Moll ha cura, con il suo cinema, di scegliere le domande giuste, lasciando piena libertà sullo spettatore circa le risposte. Rinfrescante, potente, vero, Il caso 137 può permettersi aggettivi interessanti.
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Scheda
Titolo originale: Dossier 137
Regia: Dominik Moll
Paese/anno: Francia / 2025
Durata: 115’
Genere: Drammatico, Poliziesco
Cast: Aleksandra Yermak, Claire Bodson, Léa Drucker, Antonia Buresi, Gauthier Battoue, Geneviève Mnich, Laurent Bozzi, Florence Viala, Guslagie Malanda, Jonathan Turnbull, Mathilde Riu, Théo Costa-Marini, Christian Sinniger, Côme Péronnet, Hélène Alexandridis, Julien Lilti, Mathilde Roehrich, Pascal Sangla, Sandra Colombo, Solàn Machado-Graner, Stanislas Merhar, Steve Driesen, Valentin Campagne, Yannick Morzelle
Sceneggiatura: Gilles Marchand, Dominik Moll
Fotografia: Patrick Ghiringhelli
Montaggio: Laurent Rouan
Musiche: Olivier Marguerit
Produttore: Carole Scotta, Simon Arnal, Caroline Benjo, Barbara Letellier
Casa di Produzione: Haut et Court, France 2 Cinema
Distribuzione: Teodora Film
Data di uscita: 16/04/2026
