LEE CRONIN – LA MUMMIA

LEE CRONIN – LA MUMMIA

Alla sua terza regia, Lee Cronin prende di petto un’icona dell’horror, specificando già dal titolo di volerla fare del tutto “sua”: Lee Cronin – La mummia ha poco di esotico e molto di terreno e sanguigno, anche se la sua forza si stempera un po’ nel citazionismo (altrimenti rivolto) che si fa sentire lungo tutto il film. Comunque, ci si diverte, e a tratti ci si spaventa a sufficienza.

Innocenza mummificata

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Iniziamo questo articolo facendo una sottolineatura, forse ovvia ma più che mai da evidenziare, in tempi di reboot infiniti di saghe storiche riprese e rilanciate con pochissime variazioni: questa nuova versione de La mummia, diretta da uno dei più nomi interessanti della più recente ondata di nuovi autori horror – l’irlandese Lee Cronin – riazzera per una volta letteralmente la saga, dimenticando la fortunata serie avventurosa interpretata da Brendan Fraser (ma anche l’infelice tentativo di Alex Kurtzman con protagonista Tom Cruise) e riportando l’iconico mostro cinematografico alla sua dimensione orrorifica originale: la stessa, cioè, che lo aveva visto apparire al cinema per la prima volta ormai quasi un secolo fa, nell’omonimo classico del 1932 diretto da Karl Freund. Ma il talentuoso regista, che ha qui voluto addirittura inserire il suo nome nel titolo – quasi a marcare ancor più nettamente la distanza coi predecessori – non si è limitato a questo: coerentemente con quanto avevamo visto sia nell’esordio Hole – L’abisso (2019) che nel successivo La casa – Il risveglio del male (2023), Cronin cala infatti la storia originale in un contesto (di nuovo) “casalingo” e legato all’istituzione familiare, in cui lo spazio domestico diviene contenitore ideale e incubatrice simbolica dell’orrore; e in cui l’apparente purezza degli affetti familiari viene deturpata da una forza tanto maligna quanto (apparentemente) irresistibile. Nei due film precedenti questa forza veniva incarnata, rispettivamente, dalle misteriose creature fuoriuscite da un buco apertosi nel terreno dietro casa (di nuovo, il perturbante che confina col familiare e lo invade), e da un antico libro fuoriuscito dal suo ideale “luogo” di elezione: il risultato, tuttavia, non cambia poi di molto. Il male trova comunque la sua via per minacciare un’umanità che, comunque, di base non ne è certo priva.

Dall’Egitto con orrore

Lee Cronin - La mummia, un'immagine del film
Lee Cronin – La mummia, un’immagine del film

Un male che, in piena coerenza col soggetto, in questo Lee Cronin – La mummia arriva da lontano, a livello spaziale ma soprattutto temporale: più precisamente, da un antico sepolcro egizio, incautamente aperto nell’incipit e già custode di un’entità demoniaca che (ovviamente) sarebbe stato meglio lasciarvi confinata per qualche altro millennio. A farne le spese, stavolta, è la famiglia dei Cannon, Charlie (Jack Renoir) e Larissa (Laia Costa), americani trapiantati in terra egiziana per il lavoro di documentarista di lui; la figlia più piccola, Katie, scompare praticamente da sotto i loro occhi, vittima di un misterioso quanto inspiegabile rapimento. Otto anni dopo, la coppia è tornata negli States, senza aver ancora elaborato il trauma della scomparsa della bambina – nonostante nel frattempo al figlio maggiore Sebastián si sia affiancata Maud, che ha ora la stessa età di Katie. Poi, l’incredibile: una telefonata dal commissariato di polizia egiziano avvisa i due che Katie è stata ritrovata, traumatizzata, coperta di terribili lesioni, ma viva. La riunione della ragazzina con la sua famiglia non si tradurrà ovviamente nella festa sperata; Katie è cambiata, forse non solo a causa del trauma subito. E forse ha riportato con sé, nella “sua” nuova casa, lo stesso orrore che l’aveva sottratta alla sua famiglia otto anni prima.

L’esotico che diventa universale

Lee Cronin - La mummia, May Calamawy in una sequenza del film
Lee Cronin – La mummia, May Calamawy in una sequenza del film

Erano già rimbalzate dagli States notizie di spaventi, graficità estrema e gore, per questo Lee Cronin – La mummia, tali da alimentare, se non l’hype (ormai quasi impossibile da raggiungere davvero, tanto ci siamo assuefatti a un certo tipo di promozione) quantomeno una certa curiosità sull’approccio al soggetto. E bisogna dire che, in questo senso, il cineasta irlandese non ha deluso le aspettative, confermando quel particolare mix di eleganza e crudeltà – così raro in un horror che sembra tornato a dividersi nettamente tra popolare ed elevated – che aveva caratterizzato i due precedenti lavori. L’iniziale “esotismo” del setting geografico lascia presto il posto alla claustrofobia dello spazio domestico, quello che man mano diviene terreno di elezione prediletto (o piuttosto spazio già colonizzato, prima di partire alla conquista dei corpi di chi lo abita) del demone che alberga nel corpo della piccola Katie. Cronin gioca di nuovo col nido domestico e col microcosmo familiare, trasfigurando il primo in uno spazio minaccioso che apre squarci (letteralmente) su una terra di orrore con cui non si sapeva di star convivendo fianco a fianco; e divertendosi a brutalizzare, ancora una volta in senso letterale, il secondo, prima attraverso la perversione grottesca degli affetti e dei legami, poi con la vera e propria devastazione dei corpi. Il sottotesto “esotico” delle tante altre mummie che abbiamo visto sullo schermo non abita (quasi) per niente questo nuovo lavoro, che invece sembra puntare proprio sulla rappresentazione di un orrore universale: un’universalità che si esprime sia nella componente sovrannaturale (implacabile tra le piramidi come tra i grattacieli) sia nelle dinamiche umane – a volte eroiche, altre meschine – che animano individui e istituzioni (interessante, in questo senso, il personaggio della detective interpretata da May Calamawy).

Metti esorcismo, togli esorcismo

Lee Cronin - La mummia, una demoniaca Natalie Grace in una scena
Lee Cronin – La mummia, una demoniaca Natalie Grace in una scena

Il problema principale di questo comunque apprezzabile Lee Cronin – La mummia, al netto di una durata forse leggermente eccessiva – e di qualche ellissi di troppo che denuncia, più che cripticità, scelte discutibili in fase di montaggio – sta nel senso di déjà vu che inevitabilmente la sua visione trasmette: e non ci riferiamo, ovviamente, alle passate incarnazioni del soggetto, quanto a una direzione precisa presa dal plot, che sceglie di mettere sullo sfondo il filone “esotico” per abbracciare convintamente quello demoniaco. Si tratta di una scelta consapevole e dichiarata (fin dal trailer); e nel volto deturpato, capace di passare in un attimo dalla catatonia alla diabolica malizia, della Katie interpretata dalla giovanissima Natalie Grace, è difficile non scorgere forti echi (per usare un eufemismo) della Regan MacNeil de L’esorcista. La sceneggiatura, una volta imboccata questa strada, sceglie di percorrerla senza deviazioni per oltre tre quarti di film, asciugando inevitabilmente un po’ del fascino che tanto il lavoro di macchina, quanto l’uso sapiente del sonoro (specie negli interni) erano riusciti a costruire. Il regista sembra voler dipingere un male invincibile e impossibile da eradicare, in una storia di possessione che non ha il contraltare (rassicurante) della possibile esecuzione di un esorcismo: anzi, la maggior ferocia viene riservata proprio a chi prova, un po’ maldestramente, a fare qualcosa del genere – ed evitiamo ovviamente gli spoiler. Tuttavia, questa intuizione non viene sfruttata poi al meglio: tanto che, trovatosi evidentemente a dover dare uno sbocco di un qualche tipo alla vicenda, lo script sceglie di far rientrare “dalla finestra” (in modo un po’ maldestro) il concetto stesso di esorcismo. La risoluzione del tutto, più che la conclusione in sé, lascia invero un po’ l’amaro in bocca, nonostante giunga al termine di un’apprezzabile carrellata di momenti grandguignoleschi: una carrellata durante la quale Lee Cronin cita di nuovo i classici (al film di Friedkin si affiancano Shining e frammenti di Poltergeist) oltre ai suoi stessi lavori precedenti, orchestrando il tutto con (orrorifico) gusto e personalità. Si poteva sperare in qualcosina di più, è vero: ma la cattiveria della conclusione vera e propria – che può far presagire, come no, una prosecuzione – fa dimenticare quel retrogusto amaro di cui abbiamo detto. Almeno per un po’.

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Locandina

Lee Cronin - La mummia, la locandina italiana del film

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Scheda

Titolo originale: Lee Cronin’s The Mummy
Regia: Lee Cronin
Paese/anno: Irlanda, Stati Uniti / 2026
Durata: 133’
Genere: Horror
Cast: May Calamawy, Veronica Falcón, Emily Mitchell, Hayat Kamille, Jack Reynor, Jonathan Gunning, Laia Costa, Husam Chadat, Lily Sullivan, Mark Mitchinson, Amr Atia, Billie Roy, Dean Allen Williams, Gerald Papasian, Gideon Emery, Hanna Khogali, Jamie Doyle, Jolly Abraham, Jonny Everett, May Elghety, Natalie Grace, Omar El-Saeidi, Shylo Molina, Tim Seyfi
Sceneggiatura: Lee Cronin
Fotografia: David Garbett
Montaggio: Bryan Shaw
Musiche: Stephen McKeon
Produttore: James Wan, Alayna Glasthal, Niamh Gale, Ella Gale, John Keville, Jennifer Scudder Trent, Jason Blum
Casa di Produzione: Doppelgängers, Ontario Creates, Wild Atlantic Pictures, New Line Cinema, Atomic Monster, Blumhouse Productions
Distribuzione: Warner Bros.

Data di uscita: 16/04/2026

Trailer

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Giornalista, critico cinematografico, saggista. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it, Quinlan.it, Cineclandestino.it e Sul Palco. Dal 2018 al 2023 sono stato consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Ho partecipato ai volumi collettivi "Le forme della violenza. Cinema e dintorni" (Edizioni Efesto, 2018), "Almanacco TUPS. Nuovi disturbi autistici" (LEM Libraria, 2022) e "La triade dell'autismo. Etica, epistemologia, attivismo" (LEM Libraria, 2024). Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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