RESURRECTION

RESURRECTION

di Bi Gan

Voto: 7.5

Resurrection è un film ambizioso e radicale, che attraversa la storia del cinema trasformandola in un’esperienza più sensoriale che narrativa. Diviso in sei capitoli legati ai sensi e a diverse stagioni del linguaggio cinematografico del Novecento, il film abbandona progressivamente la narrazione tradizionale per aprirsi a un territorio instabile, dove memoria, immagine e percezione tendono a confondersi. Tra momenti di grande fascino visivo e una certa rarefazione emotiva, Bi Gan costruisce un viaggio ipnotico che mette in discussione la natura stessa del cinema e il modo in cui il pubblico guarda le immagini oggi. È quindi un’opera complessa e affascinante, che non si lascia afferrare subito, ma che continua a lavorare nello sguardo e nella memoria anche dopo la visione.

La crisi del racconto

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Con Resurrection, Bi Gan firma il suo film più ambizioso e, probabilmente, anche il più rischioso. Non è infatti un’opera sul cinema: è un tentativo di farlo implodere dall’interno, un sistema che si costruisce mentre lo si guarda e in cui si ha spesso la sensazione di esserne risucchiati. Dopo Kaili Blues (2015) e Un lungo viaggio nella notte (2018), il regista compie così un ulteriore passo in avanti, in cui la narrazione non si frammenta più ma si dissolve come principio stesso del racconto. La storia prende avvio da una premessa affascinante: in un futuro in cui l’immortalità ha cancellato la capacità di sognare, sopravvivono pochi “Deliranti”, individui in grado di accedere ai sogni. In questo scenario, Miss Shu (Shu Qi) dà la caccia ad uno di loro (Jackson Yee), figura mutevole che attraversa epoche e identità diverse. Ma questa struttura regge poco perché il racconto si apre presto in più direzioni, fino a diventare un mosaico di sei episodi autonomi che attraversano il Novecento come un atlante di forme cinematografiche. L’idea iniziale funziona quindi più come soglia d’ingresso che come scheletro narrativo.

Un labirinto di forme e linguaggi

Resurrection, un'affascinante immagine tratta dal film di Bi Gan
Resurrection, un’affascinante immagine tratta dal film di Bi Gan

Resurrection non si limita a citare la storia del cinema, ma la riattiva come materia viva, come se ogni passaggio aprisse una diversa possibilità di sguardo. Ciascun episodio adotta un registro differente e lo spettatore si trova immerso in un continuo mutamento di pelle del linguaggio cinematografico: dal muto espressionista al noir, dal mélo rarefatto alla parabola urbana, fino a un lungo segmento conclusivo in piano sequenza che tenta una sintesi impossibile. La prima parte, priva di dialoghi e costruita su un formato ridotto, richiama le origini del cinema tra Méliès e l’espressionismo tedesco; la seconda si muove nel territorio del noir classico, tra spionaggio e paranoia. Poi il film si svuota di racconto e si espande: forme sospese, tempi dilatati, fino a un finale di luci artificiali e mutazioni continue. Bi Gan costruisce infatti un’opera che funziona come un atlante vivente di linguaggi, in cui Méliès, Murnau, Welles, Wong Kar-wai e Tarkovskij non sono semplici citazioni, ma presenze strutturali. Il risultato è insieme affascinante e instabile, caratterizzandosi per una coabitazione di stili che espande continuamente l’immaginario, indebolendo al contempo la tensione interna. Tutto sembra quindi oscillare costantemente tra la celebrazione del cinema come forma totale e il rischio di trasformarlo in un museo vivente delle sue possibilità.

Tra visione e distanza emotiva

Resurrection, un'immagine del film di Bi Gan
Resurrection, un’immagine del film di Bi Gan

La forza di Resurrection è soprattutto visiva: ogni episodio reinventa lo spazio e il tempo del racconto con una libertà rara nel cinema contemporaneo. Eppure, questa ricchezza formale genera una distanza difficile da colmare. I personaggi infatti restano presenze più che individui, attraversano le immagini senza mai radicarsi davvero lasciando lo spettatore ad ammirare continuamente ma restando ai margini. Anche nei momenti più suggestivi, come i passaggi contemplativi o il lungo piano sequenza finale, l’emozione appare filtrata, trattenuta dalla stessa macchina formale che la produce. È una scelta precisa, Bi Gan privilegia una logica onirica e associativa, rinunciando quasi del tutto alla costruzione psicologica. Ma è qui che emerge il limite più evidente del film. Quando tutto diventa possibile sul piano delle immagini, qualcosa si perde sul piano del coinvolgimento. Resurrection finisce così per essere più un’esperienza da osservare che da vivere, più un dispositivo da osservare che un racconto in cui perdersi. Solo nei momenti in cui allenta questa tensione teorica, lasciando spazio alla pura presenza delle immagini, il film riesce davvero a toccare qualcosa di più profondo.

Il sogno come forma del cinema

Resurrection, Li Gengxi in un'immagine del film di Bi Gan
Resurrection, Li Gengxi in un’immagine del film di Bi Gan

Resurrection è un’opera ipnotica, diseguale e profondamente ambiziosa, che procede per accumulo più che per direzione. Come un sogno, non si lascia ridurre ad un’interpretazione univoca e si misura nella durata, nella resistenza dello sguardo, nell’intensità con cui resta addosso anche dopo la visione. Il suo gesto più radicale è anche il più ambivalente perché tenta di contenere la storia del cinema dentro un unico flusso, accettando il rischio costante della dispersione. In questo senso, il film di Bi Gan sembra dialogare idealmente con due modi opposti di raccontare il cinema: da un lato la memoria frammentata e poetica di Histoire(s) du cinéma (1988-1998) di Jean-Luc Godard, dall’altro la costruzione più lineare ed enciclopedica di The Story of Film (2011) di Mark Cousins, collocandosi in uno spazio intermedio e instabile, dove la storia del cinema non è né racconto né archivio, ma esperienza percettiva in continua dissoluzione. Bi Gan non realizza semplicemente un film sul cinema, ma un’opera che ne interroga i limiti percettivi, trasformando chi guarda in parte attiva di un processo in mutamento costante, senza mai offrire un punto d’appoggio definitivo. Più che una pellicola compiuta, Resurrection si impone allora come un campo di tensioni che non si osserva soltanto, ma si percepisce mentre il film avanza. E alla fine, più che un film da comprendere, resta un’esperienza da attraversare, senza mai riuscire davvero a possederla.

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Locandina

Resurrection, la locandina italiana del film di Bi Gan

Gallery

Scheda

Titolo originale: Kuang ye shi dai
Regia: Bi Gan
Paese/anno: Francia, Stati Uniti, Cina / 2025
Durata: 160’
Genere: Drammatico, Fantascienza
Cast: Chloe Maayan, Bi Yanmin, Chen Guohua, Chen Yongzhong, Guo Mucheng, Huang Congyu, Jackson Yee, Jue Huang, Li Gengxi, Liu Yuan, Long Zezhi, Luo Feiyang, Mark Chao, Mucheng, Nan Yan, Qin XiaoZhangchao, Shu Qi, Wang Zhao, Xie Lixun, Xu Dan, Zhang Zhijian, Zhou Zixuan
Sceneggiatura: Bi Gan
Fotografia: Dong Jingsong
Montaggio: Bi Gan
Musiche: M83
Produttore: Olivier Père, Charles Gillibert, Shan Zuolong, Ren Guang, Yang Lele, Kaustubh Singh
Casa di Produzione: Arte France Cinema, Huace Pictures, Dangmai Films (Shanghai), CG Cinema, Obluda Films
Distribuzione: I Wonder Pictures

Data di uscita: 23/04/2026

Trailer

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Laureato in archeologia ma sempre con pericolose deviazioni cinematografiche, tali da farmi frequentare dei corsi di regia e sceneggiatura presso il Centro Sperimentale di Cinematografia. Ho partecipato per alcuni anni allo staff organizzativo dell’Irish Film Festival presso la Casa del Cinema. Da qua, il passo per dedicarmi a dei cortometraggi, alcuni dei quali per il concorso “Mamma Roma e i suoi quartieri”, è stato breve, condito anche dalla curatela di un incontro intitolato “La donna nel cinema giapponese”, focalizzato sul cinema di Mizoguchi, presso il cineclub Alphaville. Pur amando ovviamente il cinema nelle sue diverse sfaccettature, sono un appassionato di pellicole orientali, in particolare coreane, che credo occuperanno un posto rilevante nei futuri manuali di storia del cinema.

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