MICHAEL
Diretto da un Antoine Fuqua che in passato ha dato il suo meglio nell’action movie (inciampando tuttavia, regolarmente, laddove abbia provato a distanziarsene) Michael somiglia più a un lungo film-concerto, inframezzato da segmenti narrativi appena abbozzati, che a un vero biopic musicale. Segmenti in cui emerge, a sostituire l’uomo e l’artista, una specie di santino bidimensionale, che spreca malamente il talento impressionante e “mimetico” del protagonista Jafaar Jackson.
Michael dei miracoli
Chi scrive deve ammettere di non essere mai stato un grande fan di Michael Jackson, pur riconoscendo l’importanza dell’artista, e del personaggio, per la musica e la cultura pop più in generale di fine ‘900. Una “distanza” di partenza che – rispetto ad altre operazioni analoghe, una per tutte quella di Springsteen – Liberami dal nulla – permette probabilmente di approcciarsi in modo più sereno ed equanime a questo già molto discusso Michael, biopic sul “re del pop” diretto da Antoine Fuqua. La figura di Jackson, d’altronde, è talmente sfaccettata e complessa da poter risultare, in un certo senso, intrinsecamente “cinematografica” di suo, risultando in una parabola di ascesa e declino tanto classica quanto, allo stesso tempo, atipica rispetto a quelle di altri personaggi analoghi. A partire dalla scelta di Fuqua come regista, tuttavia, un’operazione come quella di questo biopic poteva legittimamente dare adito a dubbi: parliamo infatti di un cineasta che, nella sua carriera, ha sempre dato il suo meglio nell’action movie “puro” (l’hit Training Day, la saga di Equalizer – Il vendicatore) ma è inciampato laddove ha tentato di accostarsi al biopic propriamente detto (l’epopea sportiva di Southpaw – L’ultima sfida, quella umana e politica di Emancipation – Oltre la libertà). Una perplessità che le travagliate vicende produttive del film, con gli scontri con la estate of Michael Jackson già in fase di scrittura, e la problematica decisione di tagliar fuori qualsiasi riferimento alle accuse di abusi sessuali nei confronti del cantante, hanno ulteriormente legittimato.
Un racconto solo parziale

Il modo in cui Antoine Fuqua e lo sceneggiatore John Logan hanno affrontato la questione, in effetti, poteva rappresentare sulla carta una soluzione interessante: Michael si ferma infatti alla prima parte della carriera di Jackson, concludendosi nel 1988, anno del tour seguito all’album Bad. Un modo semplice e funzionale per dribblare la controversa vicenda delle accuse (che risalgono al decennio successivo) e rimandare il “problema” a quell’eventuale sequel che viene implicitamente suggerito dalla caption finale (“His story continues”). Si è obiettato che un biopic degno di tale nome – pur se pensato come parte di un progetto più ampio – non può sorvolare su una questione così importante; ma, a nostro modo di vedere, metterla così significa mancare il punto della questione, ovvero la sostanziale inerzia contenutistica (anche se la si rapporta al primo ventennio della carriera di Michael Jackson) di un prodotto come Michael. L’artista e la sua travolgente scalata al successo, infatti – e soprattutto il confronto continuo col contesto familiare, specie col tirannico padre qui interpretato da Colman Domingo – offrivano comunque materiale di notevole fattura, mentre il rinvio a un “secondo episodio” – di solito riservato ad altri filoni cinematografici – avrebbe potuto rappresentare un precedente interessante per il genere. Il problema è proprio che nel film di Fuqua, persino se lo si confronta ai meno riusciti biopic musicali che hanno invaso le sale nell’ultimo decennio (e a questo proposito viene spesso tirato in ballo l’apripista Bohemian Rhapsody, decisamente superiore) a essere debolissima è proprio la parte più propriamente cinematografica. Diremmo di più: cinematografica e (soprattutto) narrativa. Ma andiamo con ordine.
Conflitti familiari solo abbozzati

La storia di Michael muove dall’infanzia di Michael Jackson, allora cantante e membro più giovane della baby band (il termine “boy band”, affermatosi successivamente, sembra persino riduttivo per l’età giovanissima dei protagonisti) dei Jackson 5, cinque fratelli appartenenti a una famiglia afroamericana di modeste origini. Deus ex machina dell’operazione è il padre-padrone e manager Joseph Jackson, tirannico e violento ma capace di lanciare i cinque fratelli (e soprattutto Michael, che subito appare come il più dotato) nello show biz del rhythm and blues e del soul americano, fino al contratto con la Motown nel 1969. Tutta la prima parte del film di Antoine Fuqua si concentra sulla rapida scalata al successo dei giovanissimi Jackson, segnata dalla parallela, sempre più pressante aspirazione di Michael a crearsi una sua strada, indipendente da quella familiare. In questo senso, Michael sembra configurarsi (anche) come un coming of age in cui la figura del padre/manager appare come quella di un vero e proprio villain, antagonista “interno” (e interiorizzato) per un protagonista che fatica a liberarsi del suo ingombrante fantasma. La traccia in qualche modo edipica della sceneggiatura di John Logan (almeno nella sua prima parte) viene tuttavia presto diluita, progressivamente indebolita, fino a passare di fatto in secondo piano: già nella sua prima metà Michael dà infatti il suo meglio nella resa – obiettivamente molto accattivante – delle esibizioni musicali della band, in cui presto emerge la figura del carismatico cantante/ballerino. Una figura che, dagli anni dell’adolescenza in poi, viene incarnata in modo pressoché perfetto dal nipote del cantante Jafaar Jackson, straordinariamente “mimetico” nel replicare voce e movenze dell’iconico zio.
Ma a latitare è il cinema

E il grosso problema di Michael, di fatto, è proprio che a parte il suo protagonista, e i numeri musicali debordanti (in primis quanto a minutaggio sul totale del film), offre ben poco. Il citato motivo familiare, l’evidenziato scontro con la figura paterna, il conflitto tra ambizione e legami di sangue che abita il protagonista, l’amicizia col manager John Branca (un bravo Miles Teller): tutto viene appena accennato e subito, letteralmente, sommerso da una struttura filmica che si basa quasi solo sulla componente musicale. Com’è stato già detto più volte oltreoceano (e non solo) sembra a tratti di vedere un lungo film-concerto, inframezzato da segmenti narrativi appena abbozzati e privi di sviluppo, mal assemblati sia tra loro che nel contesto più generale del film. Parte del problema, sicuramente, è da ascrivere ai rimaneggiamenti (anche sostanziali) che la sceneggiatura ha dovuto subire in corso d’opera; oltre che a un regista evidentemente più a suo agio coi momenti “cinetici” (che siano action o musicali) che col racconto propriamente detto. Tuttavia, guardando Michael, ci si trova spesso a chiedersi quand’è che un “film” propriamente detto inizierà davvero, domanda che resta insoddisfatta alla fine delle oltre due ore di durata. In tutto questo – e spiace davvero, perché le doti di Jafaar Jackson avrebbero meritato ben altro utilizzo – il personaggio è una figurina (santificata) totalmente priva di ombre, profondità e spessore: tra pianti trattenuti, messianiche visite a bambini malati, cristologiche espressioni di sofferenza di fronte a violenze di strada che coinvolgono la comunità afroamericana, qui si va ben oltre e ben al di là dell’agiografia. Si sconfina in qualcosa che somiglia al ridicolo involontario, certo offensivo anche (e soprattutto) per i fans dell’artista. E forse – da un punto di vista opposto a quello a cui accennavamo in apertura – non appartenere a questa categoria favorisce davvero una valutazione più obiettiva. Meno lapidaria.
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Scheda
Titolo originale: Michael
Regia: Antoine Fuqua
Paese/anno: Regno Unito, Stati Uniti / 2026
Durata: 127’
Genere: Drammatico, Biografico, Musicale
Cast: Colman Domingo, Miles Teller, Nia Long, Amaya Mendoza, Christine Fekete, Deon Cole, Jaafar Jackson, Jamal Henderson, Jayden Harville, Jaylen Lyndon Hunter, John Rabe, Joseph David-Jones, Judah Edwards, Juliano Valdi, Kale Hills, KeiLyn Durrel Jones, Kendrick Sampson, Larenz Tate, Laura Harrier, Liv Symone, Mark Bloom, Michael Andrew Baker, Michael Berry Jr., Nathaniel Logan McIntyr, Rob Brownstein, Sophia Villegas, Tiago Martinez, Zach Kenney, Zylan Brooks
Sceneggiatura: John Logan
Fotografia: Dion Beebe
Montaggio: John Ottman, Harry Yoon, Conrad Buff IV, Tom Cross
Produttore: John Branca, John McClain, Graham King
Casa di Produzione: Optimum Productions, GK Films, LionsGate, Universal Pictures
Distribuzione: Universal Pictures
Data di uscita: 24/04/2026

