Il tempo non tagliato: il piano sequenza nel cinema cinese contemporaneo
L'uscita nelle nostre sale dell'ultimo film di Bi Gan, Resurrection, offre la possibilità di riflettere sull’uso del piano sequenza nel cinema cinese contemporaneo. Tale tecnica infatti si rivela essere uno strumento per esplorare il tempo in registi dell’ultima generazione come Bi Gan e Gu Xiaogang che portano avanti un discorso intrapreso precedentemente da Jia Zhangke e Zhang Yimou. Dalla percezione soggettiva alla testimonianza storica, fino alla cristallizzazione del tempo in forme visive, il piano sequenza diventa così uno strumento d’indagine non solo inerente il cambiamento sociale, ma anche la memoria e la condizione umana.
Nel cinema cinese contemporaneo, l’inquadratura lunga ha superato la sua dimensione puramente tecnica per diventare uno degli strumenti privilegiati attraverso cui il cinema esplora e rappresenta il tempo. Il piano sequenza non è più soltanto una scelta di continuità formale, ma un dispositivo che sfida la linearità narrativa, aprendo lo spazio filmico a nuove modalità di esperienza temporale: soggettiva, storica, e percettiva. In questo senso, la lunga ripresa diventa un campo di tensioni, in cui registi di diverse poetiche cinematografiche elaborano differenti concezioni del tempo. Questo slittamento è infatti particolarmente evidente nel lavoro di Bi Gan, ma anche registi come Gu Xiaogang, Jia Zhangke e a suo modo Zhang Yimou hanno sviluppato approcci profondamente diversi alla ripresa lunga, trasformandola in un campo di sperimentazione estetica e concettuale.
Il piano sequenza come stato di coscienza: Bi Gan

Partendo proprio da Bi Gan, appare evidente come egli abbia progressivamente trasformato il piano sequenza in una struttura mentale più che narrativa, capace di dissolvere i confini tra memoria, sogno e percezione. A partire da Kaili Blues (2015) e passando per Un lungo viaggio nella notte (2018) fino ad arrivare a Resurrection (2025), Bi Gan ha optato per questa scelta non solo per sostenere la continuità del racconto, ma soprattutto per alterarne radicalmente la natura. Un esempio emblematico è il celebre piano sequenza di circa quaranta minuti in Kaili Blues, in cui il protagonista, Chen Sheng, attraversa paesaggi rurali e urbani in un percorso che sfugge a una logica lineare. La ripresa, aderendo a uno stato di coscienza, non segue una progressione temporale, ma sovrappone passato e presente in un flusso visivo che trasforma lo spazio in una dimensione instabile e quasi mentale. La durata della ripresa non è più un semplice meccanismo di continuità, ma un modo per esplorare il tempo come esperienza psicologica e sensoriale, in cui la linearità è sostituita da un’inedita simultaneità.
Il tempo come continuità relazionale: Gu Xiaogang

In modo complementare, ma altrettanto affascinante, il lavoro di Gu Xiaogang in Tiepide acque di primavera (2019) sviluppa un approccio che non separa, ma piuttosto tiene insieme le temporalità. Il piano sequenza in questo film non osserva il reale in modo distaccato, ma lo organizza come flusso relazionale e generazionale. La lunga sequenza della nuotata lungo il fiume, ad esempio, diventa un punto di condensazione in cui il movimento fisico si intreccia con la memoria familiare e con la trasformazione del paesaggio contemporaneo. Qui, la durata non separa i tempi, ma li interconnette in un unico flusso affettivo, in cui il passato e il presente non si oppongono, ma si fondono continuamente. La macchina da presa non è solo un osservatore, ma un soggetto che entra in relazione con il mondo e con il tempo.
La durata come testimonianza del reale: Jia Zhangke

Se Bi Gan rilegge il piano sequenza come esperienza percettiva e disorientamento temporale, in Jia Zhangke, esponente della Sesta Generazione, questa tecnica assume una funzione profondamente diversa ossia di testimonianza storica e sociale. In film come Still Life (2006) e Al di là delle montagne (2015), la durata della ripresa diventa una misura del cambiamento: le città in trasformazione, i paesaggi industriali e i corpi dei protagonisti si fanno portatori di una memoria storica che non si limita a essere raccontata, ma si manifesta visivamente. La macchina da presa non interrompe il flusso degli eventi, ma li registra nella loro continuità fragile e instabile, creando un tempo stratificato, in cui la storia si deposita nei luoghi e nei corpi. In questo caso, il piano sequenza diventa uno strumento di registrazione e riflessione sulla trasformazione sociale e sul rapporto tra individuo e storia.
La forma come cristallizzazione del tempo: Zhang Yimou

In un contesto stilistico completamente diverso, il cinema di Zhang Yimou evoca il piano sequenza non nel senso stretto del termine, ma come elemento compositivo e coreografico. In un film all’insegna della spettacolarità come Hero (2002), il long take non è concepito come un mezzo per esplorare il tempo in senso psicologico o sociale (tema che emerge invece nella dimensione della visione collettiva in One Second del 2020), ma come una costruzione pittorica. La continuità temporale, costituita da una certa fluidità nelle scene di combattimento, non è un invito all’immersione, ma piuttosto una forma stilizzata che trasforma il movimento in arte visiva. In questo caso, il piano sequenza non cerca di rappresentare la durata del tempo, ma di cristallizzarlo nella forma. Ogni sequenza diventa un’opera d’arte visiva, in cui la percezione temporale è assorbita dalla perfezione compositiva.
Il piano sequenza come pensiero cinematografico

In questo spicchio di cinema cinese contemporaneo analizzato, il piano sequenza si configura dunque come un dispositivo teorico più che tecnico. Le sue funzioni e rappresentazioni variano sensibilmente a seconda delle poetiche autoriali, ma in ogni caso esso diventa un mezzo per esplorare il tempo e la memoria in forme complesse e spesso inaspettate. Attraverso queste differenti declinazioni, tale tecnica smette di essere solo un virtuosismo tecnico per diventare una vera e propria forma di pensiero cinematografico, capace di interrogarsi sul tempo, sulla memoria e sul cambiamento. La pluralità di approcci e di significati rende il piano sequenza uno degli strumenti più affascinanti per comprendere il cinema cinese oggi, non solo come arte visiva, ma come riflessione profonda sulla condizione umana e sociale. Ben tenendo a mente che questa selezione tetrarchica, pur rappresentativa, non esaurisce la totalità delle declinazioni di questa tecnica all’interno di questa cinematografia, lasciando quindi spazio a future indagini su altri autori o generi.
