MOTHER MARY
di David Lowery

La popstar Anne Hathaway e la stilista Michaela Coel si fronteggiano in un dramma psicologico, pop e imbevuto di influenze horror, firmato David Lowery. Mother Mary, con musiche di Jack Antonoff, Charli XCX e FKA Twigs, arriva nelle sale italiane il 14 maggio 2026.
L’abito giusto
Tante firme, e prestigiose, aiutano Mother Mary a superare le comprensibili, non del tutto giustificate, resistenze del pubblico. Il film, in uscita nella sale italiane il 14 maggio 2026 per I Wonder Pictures, è il mix – coraggioso, se si guardano le cose da un’ottica strettamente commerciale – di appetibilità pop e provocazione sentimental/formale. Regia e script sono di David Lowery, quello di A Ghost Story e The Green Knight: sensibilità estranea ai circuiti mainstream, vocazione autoriale in grado di dialogare con le impazienze e le pretese del grosso pubblico. Del cast, oltre a qualche volto conosciuto nella platea delle non protagoniste – la storia è declinata al femminile – come Hunter Schafer, i nomi da fare sono quelli di Michaela Coel (la bella scoperta) e Anne Hathaway (l’appeal che serve, anche al botteghino). Ultima ma solo in ordine di presentazione la musica, ed è qui che le cose si fanno interessanti, perché il cuore del film, il segreto del suo magnetismo, sta tutto nel modo con cui la musica entra nella storia. David Lowery chiama, a dargli una mano, alcuni tra i nomi più pesanti del pop contemporaneo, in ragionato equilibrio tra sperimentazione e accessibilità: sono Jack Antonoff, l’onnipresente padre putativo del 90% del pop contemporaneo (Lana, Taylor & co), Charli XCX, al secondo tentativo dopo il virgolettato “Cime Tempestose”, e FKA Twigs, qui anche attrice. Di firme pesanti ce n’è quanto basta. L’incipit non mentiva. Ora il resto.
Anima pop e fondo torbido

Mother Mary è il tipo di dramma psicologico con venature horror e un’ostinata anima pop che, in tempi di vacuità social e giudizi iper polarizzati, sembra costruito per indurre all’abuso del termine “divisivo”. La critica americana ha oscillato, nei suoi perentori giudizi, tra l’osanna all’idea coraggiosa e accuse di pretenziosa caotica sfacciataggine. La verità del film si tiene a distanza di sicurezza da entrambi i poli, magari più vicina al (mezzo) passo falso. David Lowery non è uno sprovveduto, sa che l’equilibrio è la chiave di tutto, e orchestra il gioco di specchi del suo audace film sull’incastro di cornice pop e fondo torbido. Una dualità insistita e calcolata, con richiami all’immaginario musicale recente, recentissimo e non. Mother Mary è il nome d’arte della protagonista – dell’identità, diciamo così, borghese, il film si preoccupa di dirci poco o nulla – e la sua iconografia è un minestrone di ispirazioni.
La popstar e la stilista

La più grande popstar del mondo si chiama Mother Mary (Anne Hathaway), e intreccia la forza iconica e la carica provocatoria di Madonna, l’estetica su di giri di Lady Gaga e l’oceanico appeal di Taylor Swift. La musica di Mary è una laica, pervasiva, seducente religione; i devoti si contano in centinaia (di milioni). L’unica che non sembra godersela è proprio lei. Mother Mary nasce, nelle intenzioni di David Lowery -è un peccato che il film somigli meno del previsto all’asciutta idea iniziale – come infuocato botta e risposta tra due personaggi. Una è Mary, l’altra è la vecchia amica, un tempo costumista personale, poi scaricata e ora stilista di successo, Sam (Michaela Coel). Mary ha avuto un incidente durante un concerto, ha il morale a pezzi, è ultrasensibile e insonne. Chiede aiuto a Sam, vuole riallacciare il filo del discorso e lo spunto è un abito per il ritorno sulle scene. Hanno tanto di cui discutere, e per la maggior parte non è piacevole. Il film, che sceglie lo storytelling allusivo e ammicca al genere perché ha il buon gusto di farsi venire una buona idea, cioè che ogni relazione ha in sé qualcosa dell’horror, è un po’una casa infestata, mette le due donne a confronto per parlarci di tante cose. La musica è il punto di partenza e l’approdo dell’estenuante conversazione.
Di horror, sentimentale e no. E di un film che non ha il coraggio di scegliere

L’horror sentimentale è un sottogenere sottovalutato: peccato, perché nelle mani giuste è la chiave per una poesia febbricitante (La signora della porta accanto) o un’autostrada spalancata sul delirio (Possession). Ecco, la prima metà di Mother Mary, la più coerente, la più efficace, costruita su due donne e una stringente unità di spazio e tempo – un pomeriggio nell’atelier di Sam – somiglia molto, in forma e contenuto, a un dramma psicologico travestito da horror sentimentale. Mother Mary usa il vischioso legame tra la sarcastica, enfatica e maestosa Michaela Coel e la confusa, incerta e dolorosa Anne Hathaway, per parlarci d’arte e creatività. La perfetta espressione artistica, sarebbe a dire, forza della metafora, l’abito che Sam deve cucire sulla contorta personalità di Mary, superando le incomprensioni del passato, è l’incastro di ragione e sentimento, commercio e avanguardia, scena e retroscena, vitalità e abisso. David Lowery sa che la materia sovrasta le possibilità del film, ma non è questo il punto; gli basta puntare il faro sull’ambiguità del processo creativo, sugli spettri e le inquietudini di ogni rapporto, senza spiegare, solo mostrando. La seconda parte, più libera di giocare con lo spazio e con il tempo, più audace visivamente ma anche più confusa – lo storytelling “atmosferico”, va da sé, complica le cose – tradisce le premesse. Il passo a due serrato ed equilibrato, capace di spolpare il frutto dolcissimo e avvelenato dell’arte per mostrarne la poesia pop e la fisicità dolorosa, si perde sul finale, tornando a un horror più convenzionale – di esorcismi, reali e metaforici, si tratta – e rifiutandosi di scegliere. David Lowery poteva raccontare l’arte e l’artista puntando sulla sola ribalta, o privilegiando il dietro le quinte. Una scelta netta avrebbe dato vigore e granitica coerenza all’impianto tematico e all’estetica esuberante del film; lui invece punta su entrambi, non armonizza gli ingredienti, e condanna Mother Mary al retrogusto amarognolo del colpo fuori bersaglio. Di coraggio il film ne ha da vendere, ma la pigrizia del cinema americano contemporaneo, paragonata alla sua audacia, non lo riscatta. È potente, certo, ma è anche un’occasione mancata attorcigliata sui suoi difetti.
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Scheda
Titolo originale: Mother Mary
Regia: David Lowery
Paese/anno: Regno Unito, Finlandia, Germania, Stati Uniti / 2026
Durata: 111’
Genere: Drammatico, Musicale, Thriller
Cast: Anne Hathaway, FKA Twigs, Hunter Schafer, Alba Baptista, Atheena Frizzell, Isaura Barbé-Brown, Jessica Brown Findlay, Michaela Coel, Sian Clifford, Augustine Perez, Baden Silva, Dani Vitale, Diego Pasillas, Jeanne Nicole Ní Áinle, Julia Stolba, Justine Lutz, Kaia Gerber, Laura Meakin, Miabella Gonzalez, Nadine Olmo, Parinas Esmailsadeh, Taylor Sieve
Sceneggiatura: David Lowery
Fotografia: Andrew Droz Palermo, Rina Yang
Montaggio: David Lowery
Musiche: Daniel Hart
Produttore: Toby Halbrooks, Jeanie Igoe, James M. Johnston, David Lowery, Jonathan Saubach, Brooke Zachanowich, Brooke Storry, Jonas Katzenstein, Maximilian Leo
Casa di Produzione: Access Entertainment, Sailor Bear, IPR.VC, Homebird Productions, A24, Topic Studios, Augenschein Filmproduktion
Distribuzione: I Wonder Pictures
Data di uscita: 14/05/2026
