THE HOLDOVERS – LEZIONI DI VITA
Quinto lungometraggio di Alexander Payne nell'arco di un ventennio, The Holdovers - Lezioni di vita è un film che non ha paura di mostrarsi esattamente per ciò che è: una storia di formazione al contrario, in cui è l'adulto a imparare quanto il ragazzo, ambientata in un dicembre del 1970 che sa di naftalina e di rimpianto. Un'opera classica nel senso più pieno del termine — non antiquata, ma radicata in una fiducia nella narrazione e nei personaggi che il cinema contemporaneo pratica sempre meno. Paul Giamatti è monumentale.
Gli esclusi di dicembre
Paul Hunham (Paul Giamatti) è un professore di storia antica in un collegio privato del New England, detestato dagli studenti per la sua intransigenza e mal tollerato dai colleghi per la sua difficoltà costituzionale a simulare affabilità. Quando le vacanze di Natale svuotano il campus, Hunham viene incaricato di sorvegliare i pochi studenti che non possono tornare a casa — gli holdovers, coloro che restano. Tra loro c’è Angus Tully (Dominic Sessa), ragazzo brillante e spigolosamente infelice, i cui piani familiari saltano all’ultimo momento per ragioni che non ci vengono rivelate subito. A completare il triangolo c’è Mary Lamb (Da’Vine Joy Randolph), la cuoca del college che ha appena perso il figlio in Vietnam: una donna che porta il lutto con una dignità silenziosa e feroce, e che è probabilmente il personaggio più compiuto dell’intero film.
Tre persone sole in un edificio vuoto, nel freddo del Massachusetts, nel mezzo di un’America che sta cambiando in modi che nessuno dei tre riesce ancora a decodificare con precisione. La premessa di The Holdovers – Lezioni di vita è semplice fino alla schematicità, e Alexander Payne lo sa: non la nasconde, la usa come punto di ancoraggio per costruire qualcosa di più sottile e più duraturo.
Il tempo ritrovato di Alexander Payne

Payne è un regista che ha sempre lavorato sul disincanto — da Election a Sideways – In viaggio con Jack, da Paradiso amaro a Nebraska — con una precisione chirurgica nel ritratto dei fallimenti e delle aspirazioni deluse della classe media americana. The Holdovers – Lezioni di vita segna, rispetto a quella tradizione, uno slittamento di registro: c’è ancora il disincanto, ma attraversato da una tenerezza che nei film precedenti restava più compressa, più difesa dall’ironia. Come se Payne, invecchiando insieme ai suoi personaggi, si fosse concesso una pietà che prima tratteneva.
Il film è girato e montato come se fosse uscito nei primi anni Settanta — grana della fotografia volutamente invecchiata, colori desaturati, titoli di testa in caratteri dell’epoca — e questa scelta non è nostalgia decorativa ma adesione autentica a un modo di fare cinema che privilegiava il tempo dei personaggi rispetto al ritmo dell’azione. Ci vuole pazienza per entrare nel film, e Payne non fa nulla per abbreviare questo ingresso: le prime sequenze stabiliscono tono e atmosfera con una lentezza che in altri contesti potrebbe essere percepita come indolenza, ma che qui è parte integrante del discorso. Il campus invernale e spopolato, i corridoi silenziosi, i pasti consumati in un silenzio imbarazzato — tutto concorre a mettere in scena una prigione condivisa in cui i tre protagonisti sono costretti a vedersi davvero, senza le protezioni che la vita normale offre.
Hunham, o la corazza come identità

Il centro di The Holdovers – Lezioni di vita è Paul Hunham, e il merito maggiore di Alexander Payne è non averlo reso simpatico prima del tempo — anzi, di non averlo reso simpatico in senso pieno nemmeno alla fine. Hunham è odioso con una coerenza che ha qualcosa di quasi ammirevole: pedante, sarcastico, incapace di grazie sociali elementari, portatore di un’alitosi che il film menziona con una frequenza che diventa quasi un ironico commento sulla sua difficoltà a essere tollerato in prossimità. Ma è anche un uomo che ha fatto dell’intransigenza intellettuale l’unica forma di integrità che si è concesso, in una vita che gli ha riservato ben poco. La sua storia — che emerge per frammenti, con la stessa reticenza con cui il personaggio la custodisce — è quella di qualcuno cui è stato chiesto di accontentarsi, e che ha scelto di trasformare l’accontentarsi in postura morale.
Paul Giamatti porta nel personaggio tutto questo senza un grammo di autocommiserazione, e senza mai cedere alla tentazione di renderlo simpatico con un gesto di troppo. È una performance che lavora per sottrazione, in cui i momenti di apertura emotiva costano visibilmente al soggetto, come se ogni piccola concessione all’altro richiedesse uno sforzo fisico. La scena in cui Hunham e Angus si trovano, quasi per caso, a condividere un’onestà reciproca che nessuno dei due aveva cercato è tra le cose più belle che il cinema americano abbia prodotto negli ultimi anni.
Mary Lamb e il lutto che non si aggiusta

Se Hunham è il fulcro narrativo di The Holdovers – Lezioni di vita, Da’Vine Joy Randolph ne è il cuore morale, e la sua Mary Lamb è il personaggio che Payne tratta con la maggiore delicatezza e il maggior rispetto. Il lutto di Mary non è strettamente funzionale alla trama — non serve a sbloccare un arco narrativo altrui, non viene risolto né consolato — ma esiste nella sua concretezza, con la sua specificità storica e di classe. Suo figlio è morto in Vietnam perché, a differenza dei ragazzi ricchi che frequentano Barton Academy, non aveva alternative: non poteva comprare un rinvio, non poteva permettersi un college che lo proteggesse dalla leva. Il film lo dice senza sottolinearlo, ma lo dice con chiarezza, e questo basta a trasformare il personaggio di Mary in qualcosa di più di un contrappunto emotivo.
La vittoria agli Oscar come migliore attrice non protagonista è meritatissima, in questo senso, e rara in quanto premia non una performance eclatante ma una di quelle interpretazioni che tengono il film insieme senza mai reclamare attenzione su di sé.
Cosa rimane, e cosa manca

The Holdovers – Lezioni di vita non è un film totalmente privo di difetti. La sua terza parte accelera in modo percettibile, come se Alexander Payne avesse a un certo punto ceduto alla pressione di una risoluzione più convenzionale di quanto il tono precedente lasciasse sperare. Il personaggio di Angus, pur ben costruito e ben interpretato dal sorprendente Dominic Sessa al suo esordio, ha momenti in cui la sceneggiatura gli attribuisce una maturità repentina che il film non ha del tutto guadagnato. E c’è anche, in alcuni passaggi della seconda parte, una certa compiacenza nella malinconia — una luce filtrata in più, una musica un po’ troppo sottolineante — che tradisce la fiducia eccessiva di Payne nel proprio materiale.
Ma questi sono rilievi marginali su un’opera che, nel complesso, sa fare esattamente ciò che si propone: raccontare tre persone in un momento di sospensione dalla vita ordinaria, e mostrare come quella sospensione forzi una vicinanza che nessuno dei tre avrebbe scelto, ma che tutti e tre porteranno con sé. Non è poco. In un’epoca di cinema che confonde la complessità con la lunghezza e l’emozione con l’effetto speciale, The Holdovers – Lezioni di vita ricorda che le storie più difficili da raccontare sono quelle apparentemente più semplici, e che farlo bene richiede una fiducia negli esseri umani — nei personaggi come negli spettatori — che non è mai scontata.
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Scheda
Titolo originale: The Holdovers
Regia: Alexander Payne
Paese/anno: Stati Uniti / 2023
Durata: 133’
Genere: Drammatico, Commedia
Cast: Da’Vine Joy Randolph, Naheem Garcia, Paul Giamatti, Brady Hepner, Carrie Preston, Dominic Sessa, Dustin Tucker, Gillian Vigman, Jim Kaplan, Michael Provost, Stephen Thorne, Tate Donovan, Alexander Cook, Andrew Garman, Bill Mootos, Darby Lee-Stack, Ian Dolley, Juanita Pearl, Kelly AuCoin, Liz Bishop
Sceneggiatura: David Hemingson
Fotografia: Eigil Bryld
Montaggio: Kevin Tent
Musiche: Mark Orton
Produttore: David Hemingson, Mark Johnson, Bill Block
Casa di Produzione: Gran Via Productions, Miramax
Distribuzione: Universal Pictures
Data di uscita: 18/01/2024


Un film straordinario con dei personaggi ricchi di sfumature, personaggi imperfetti e reali. È un film che ho apprezzato tantissimo.