IL PRIGIONIERO

IL PRIGIONIERO

Il prigioniero di Alejandro Amenábar è la storia romanzata del letterato Miguel De Cervantes nei suoi decisivi cinque anni di prigionia ad Algeri, sotto il Bajà, che cerca di speculare sul riscatto di gentiluomini (uomini d’arme, ecclesiastici o nobili) catturati dai pirati durante le guerre tra mori e cristiani nel Mar Mediterraneo, in particolare nel 1575, successivamente alla Battaglia di Lepanto (1571).

Storia, biografia, dramma relazionale, scontro culturale

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È molto difficile inquadrare l’ultimo film di un regista poliedrico quale è Alejandro Amenábar per due differenti ragioni: la prima è il materiale stesso del racconto. Il contesto di riferimento è infatti storicamente accurato e verificato, mentre l’unica circostanza con particolare licenza poetica da parte del regista (e del romanzo cui si ispira) è proprio la tormentata relazione tra Miguel De Cervantes (Julio Peña) e Hasàn Bajà (un convincente Alessandro Borghi). Pertanto, la prima difficoltà è l’intreccio tra la reale vicenda storica (già di per sé complessa e articolata) e una relazione erotica – ma anche intellettuale – tra prigioniero e carceriere.

Complessità e ampiezza, tra profondità e imperfezioni

Il prigioniero, Julio Peña in una foto del film di Alejandro Amenábar
Il prigioniero, Julio Peña in una foto del film di Alejandro Amenábar

Non incorreremo qui in facili scorribande psicologiche, perché pensiamo che Il prigioniero (El Cautivo) – pur nelle sue imperfezioni – sia un film sulla libertà nella sua accezione più ampia, che va a toccare tanto la libertà intellettuale e religiosa, tanto quella relazionale, sia sul versante amicale che romantico ed erotico.

Prima di addentrarci nei filoni narrativi e tematici di questo lungometraggio, facciamo cenno alla seconda difficoltà, frutto dell’avvicendarsi di momenti più autoriali a momenti di ricerca mainstream in cui si intravede un tentativo di entrare in contatto con un pubblico più vicino al dramma d’amore che a quello storico, intellettuale e biografico. In sostanza, un’operazione che sembra tradire la legittima e giusta ricerca di una sintesi tra cinema colto e cinema mainstream, che però risulta incompleta, seppur interessante.

Accuratezza storica ed eros

Il prigioniero, una sequenza del film di Alejandro Amenábar
Il prigioniero, una sequenza del film di Alejandro Amenábar

Volendo sintetizzare, le due difficoltà de Il prigioniero sono legate all’integrazione tra la vicenda storica della prigionia di Cervantes ad Algeri e la parallela storia erotica con il Bajà e quindi, alla ricerca di una sintesi formale, narrativa e registica tra l’anima più marcatamente autoriale del film e quella più popolare ed erotica.

Appare invece abbastanza pretestuosa ogni polemica sul fatto che la relazione erotica sia tra due uomini. La libertà che Amenabàr decide di esercitare in sede di sceneggiatura, infatti, ha a che fare con una parte privata (e sentimentale) della vita del letterato che ci è dato conoscere solo del tutto parzialmente dai resoconti storici e che ci porterebbe fuori da quello che è il vero perno del film, ovvero il tema della libertà, in tutte le sue sfaccettature.

Scontro di culture e di anime

Il prigioniero, un momento del film di Alejandro Amenábar
Il prigioniero, un momento del film di Alejandro Amenábar

Nei 134 minuti de Il prigioniero ci sono molti aspetti che meriterebbero attenzione. Dal contesto storico accuratamente descritto (anche nelle scenografie e nei costumi), alla presenza dello studioso Padre Antonio De Sosa (interpretato da Miguel Rellàn) – che realmente raccolse nei suoi scritti gli usi e i costumi dei corsari arabi del Nord Africa – alla psicologia dei diversi compagni di prigionia di Miguel, tra cui spicca un ecclesiastico (Blanco De Paz) solo apparentemente ligio alla cristianità, così come un ruolo speciale spetta ai frati, unica porta per i prigionieri per ottenere il riscatto ed essere liberati dal Bajà.

Uno degli aspetti che si ritrova maggiormente nei lunghi dialoghi è quello dell’abiura, termine oggi desueto, ma che all’epoca era più che usuale. Abiurare all’interno di uno scontro religioso quale quello tra arabi e cristiani voleva dire nell’uno o nell’altro caso rinnegare la propria fede per abbracciarne un’altra; nel celebre caso di Galileo Galilei, ad esempio, questo termine veniva utilizzato per richiedere il diniego delle proprie teorie filosofiche e scientifiche e – pur spostando l’asse dalla religione alla filosofia (e alla scienza) – il termine tradiva sempre la connotazione negativa di rinnegare sé stessi in cambio della propria vita o del proprio benessere materiale.

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La libertà di coscienza come cifra interpretativa

Il prigioniero, Alessandro Borghi in un momento del film di Alejandro Amenábar
Il prigioniero, Alessandro Borghi in un momento del film di Alejandro Amenábar

Il tema della prigionia è ne Il prigioniero fortemente legato alla coscienza interiore dei singoli personaggi: ci sarà chi si venderà (o si è venduto in passato) per aver salva la vita o per giungere alla ricchezza e invece chi sopporterà – come Cervantes – le continue umiliazioni pur di non tradire sé stesso. Cervantes inventa, crea – a volte manipola la realtà – ma non tradisce mai sé stesso e neppure i suoi amici, anche quando cede alle lusinghe del Bajà (un ottimo Alessandro Borghi cui sarebbe davvero difficile dire di no).

Pur in un film imperfetto, Alejandro Amenàbar riesce a far luce sulla biografia di Miguel De Cervantes, rappresentando una lotta per la libertà in condizioni difficilissime, con il solo uso della parola e della propria forza interiore.

Tra tutte le scene, forse le più espressive sono proprio quelle in cui Miguel è libero di uscir fuori dal palazzo – anche per poche ore – e visitare con occhi pieni di stupore la città di Algeri. Il regista riesce ben a raffigurare il desiderio semplice di libertà: la catena al piede spezzata, i colloqui con i mercanti, il desiderio di scoprire una cultura diversa, senza, tuttavia, smarrire sé stessi. Per concludere, la storia sentimentale e quella di formazione biografica non sempre si armonizzano, ma il messaggio sulla libertà di coscienza e sull’importanza dell’arte e della parola echeggia attraverso il lungometraggio in maniera chiara e palpabile.

Locandina

Il prigioniero, la locandina originale del film di Alejandro Amenábar

Gallery

Scheda

Titolo originale: El cautivo
Regia: Alejandro Amenábar
Paese/anno: Italia, Spagna / 2025
Durata: 134’
Genere: Drammatico, Storico, Sentimentale
Cast: Alessandro Borghi, Fernando Tejero, Luis Callejo, Norberto Morán, Albert Salazar, Ali Salem Sidi, Andrés Simonelli, César Sarachu, Daniel Carrión, Javi Nadal, Javier Miralles Gralla, Jorge Asín, José Manuel Poga, Juanma Muniagurria, Julien Paschal, Julio Peña, Khaled Kouka, Lahouari Bouchakour, Luna Berroa, Matamba Joaquim, Miguel Rellán, Mohamed Said, Roberto Álamo, Samuel Romero, Saïd El Mouden, Tahar Djelloul, Thomas King, Walid Charaf, Ziad Ahissami
Sceneggiatura: Alejandro Amenábar, Alejandro Hernández
Fotografia: Álex Catalán
Montaggio: Carolina Martínez Urbina
Musiche: Alejandro Amenábar
Produttore: Mattia Oddone, Alejandro Amenábar, Fernando Bovaira, Simón de Santiago, Fabien Westerhoff, Urko Errazquin, Marina Marzotto
Casa di Produzione: Rai Cinema, Netflix, Propaganda Italia, Mod Producciones, Himenóptero, Misent Producciones, RTVE
Distribuzione: Lucky Red

Data di uscita: 10/06/2026

Trailer

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Appassionata di filosofia con un’attenzione particolare rivolta alla storia delle religioni, all’antropologia e alla diverse forme d’arte, si è specializzata in pratiche filosofiche nel 2018, presso la SUCF di Roma. Come giornalista si occupa di cultura, cinema, politica e attualità.

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