GOOD LUCK, HAVE FUN, DON’T DIE

GOOD LUCK, HAVE FUN, DON’T DIE

A nove anni dal suo ultimo lavoro da regista, Gore Verbinski torna con una commedia sci-fi dal gusto e dallo spirito indie: Good Luck, Have Fun, Don’t Die coglie bene idiosincrasie e paranoie dell’odierna società ipertecnologizzata, e le volge non senza arguzia alla risata e alla contaminazione postmoderna. Lo fa, il film di Verbinski, supplendo abbastanza bene a una certa esilità di fondo del plot, e a una definizione un po’ disuguale dei suoi personaggi.

Lo salviamo il mondo, stavolta?

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Merita senz’altro attenzione, questo ritorno alla regia di Gore Verbinski, a ben nove anni da quello che era stato il suo ultimo lavoro, l’horror La cura del benessere (2016). Merita attenzione perché il regista di The Ring, poi signore del botteghino con la saga dei Pirati dei Caraibi (di cui ha diretto tre episodi, a cominciare dal fortunato prototipo) ma anche creatore di un gioiellino d’animazione come Rango (2011), ha sempre mantenuto un ruolo un po’ decentrato nell’industria hollywoodiana, muovendovisi costantemente – pur tra alti e bassi qualitativi – in un’ottica personale e spesso autoironica. Proprio l’autoironia – che come vedremo, nella fattispecie, finisce a tratti per sfiorare il cortocircuito – è una delle caratteristiche principali di questo Good Luck, Have Fun, Don’t Die, pastiche sci-fi in chiave comico/satirica, che prende di petto il tema, attualissimo, dell’intelligenza artificiale. Non poteva esserci un ritorno più potenzialmente adeguato, per un regista come Verbinski, dopo il crescente calo di considerazione critica accusato dai suoi ultimi lavori nello scorso decennio: a fargli da “guida”, qui, uno script dell’esperto Matthew Robinson. che, pur nato come pilot televisivo su basi parzialmente diverse da quelle poi elaborate, riesce a cogliere brillantemente quel senso di inquietudine e spaesamento di fronte agli sviluppi tecnologici che sembra essere diventato, ormai, parte integrante della contemporaneità. Lo fa con sano impeto indie (nonostante il cast infarcito di nomi di peso), un giusto mix di levità e spirito corrosivo, e una buona consapevolezza di sé, al netto dei limiti (in qualche modo “intrinseci”) che vedremo.

Un futuro iper-contaminato

Good Luck, Have Fun, Don't Die, la tensione sui volti di Michael Peña e Zazie Beetz in una scena del film
Good Luck, Have Fun, Don’t Die, la tensione sui volti di Michael Peña e Zazie Beetz in una scena del film

La prime scene di Good Luck, Have Fun, Don’t Die mettono subito le carte in tavola, dando un’idea chiara della direzione – all’insegna del postmoderno esibito, delle citazioni esplicite e della contaminazione – che il film intende prendere: uno sconosciuto senza nome con l’aspetto da homeless (un Sam Rockwell che pare uscito direttamente da un film di Terry Gilliam) fa irruzione in un ristorante di Los Angeles, affermando di essere arrivato dal futuro con lo scopo di reclutare una squadra di combattenti che dovrà prevenire una imminente guerra, destinata a essere scatenata da una potente intelligenza artificiale. L’uomo afferma di star ripetendo la stessa azione per la 117esima volta, avendo reclutato di volta in volta una diversa combinazione di persone presenti del ristorante, di cui sembra in effetti conoscere bene nomi e vite. Dapprima scettici, poi sempre più convinti delle sue parole, finiscono per seguirlo tra gli altri l’affranta Susan (Juno Temple) che ha appena perso il figlio adolescente in una sparatoria scolastica, la coppia di insegnanti – un po’ scoppiata – formata da Mark e Janet (interpretati rispettivamente da Michael Peña e Zazie Beetz), il sempre scettico Bob e l’eccentrica Ingrid (Haley Lu Richardson) inizialmente respinta dall’uomo ma poi accolta nel gruppo. Lo scopo, installare una patch di sicurezza nell’applicazione in fase di sviluppo che darà vita al gigantesco programma di intelligenza artificiale, prima che questo diventi autonomo e prenda il controllo del mondo.

Combinazioni singolari

Good Luck, Have Fun, Don't Die, Sam Rockwell, Michael Peña, e Zazie Beetz in una scena del film
Good Luck, Have Fun, Don’t Die, Sam Rockwell, Michael Peña, e Zazie Beetz in una scena del film

Le coordinate del film di Gore Verbinski appaiono quindi, fin da subito, piuttosto chiare, con la mescolanza di citazioni e riferimenti che si rincorrono già dalla prima sequenza: dall’ovvia base di partenza di Terminator al già citato immaginario homeless/distopico che caratterizza i personaggi di Terry Gilliam, dal riferimento (addirittura esplicitamente richiamato dal protagonista) agli anelli temporali di Ricomincio da capo all’impostazione pulp, di sapore post-tarantiniano, dei dialoghi tra i personaggi presenti nel locale. La caratterizzazione di questi ultimi è generalmente disuguale, con un tratteggio sommario e a volte stereotipato per alcuni di loro (il poco convinto Bob, il comprimario nerd Scott, interpretato da Asim Chaundry – già visto in Guardiani della Galassia Vol. 3) e un maggior approfondimento (accompagnato da appositi flashback) per quelli che saranno destinati a giocare un ruolo più importante nella storia: la determinata ma anche ambigua Susan (che sembra sapere troppo della missione del protagonista), i due insegnanti reduci da una traumatica – e cinematograficamente irresistibile – esperienza con un’orda di studenti un po’ troppo smartphone-dipendenti, l’enigmatica Ingrid, prototipo della donna weird appartenente alla generazione dei Millennial, che da subito intuiamo destinata a svolgere un ruolo fondamentale. Caratteri interessanti in alcuni casi, figurine poco incisive in altri, agnelli sacrificali destinati a cadere in altri ancora (e non crediamo di spoilerare nulla: ad annunciare che non tutti ce la faranno è lo stesso Rockwell nei primi minuti): la scelta è funzionale a un intreccio in fondo basico, tutto proteso verso una resa dei conti che rappresenterà – tra rivelazioni sul presente e altre inerenti al passato/futuro – il vero cuore tematico di Good Luck, Have Fun, Don’t Die.

Un ritorno gradito, tra zampate di genio e scivoloni

Good Luck, Have Fun, Don't Die, un'affascinante immagine del film
Good Luck, Have Fun, Don’t Die, un’affascinante immagine del film

Il divertente film di Gore Verbinski, a tratti molto riuscito nel ripercorrere e rimescolare i suoi tanti riferimenti (un po’ come il suo protagonista, ogni volta che torna indietro nel tempo, riassembla in modo sempre diverso la sua squadra di combattenti) soffre un po’ di questa sua doppia natura: da un lato pastiche esplicito e sfavillante di citazioni e rimandi cinefili (nonché televisivi, visto l’altro, ovvio riferimento a un cult contemporaneo come Black Mirror); dall’altro una schematicità narrativa sostanziale – per non dire esilità – che rivela, malgrado tutto, la sua concezione originale di pilot televisivo. In più, Good Luck, Have Fun, Don’t Die finisce nella sua parte conclusiva per sovraccaricare ulteriormente (e inutilmente) una struttura narrativa che aveva invece bisogno di essere accompagnata in modo più asciutto e armonico – e meno gratuitamente cervellotico – al confronto finale. Un confronto che, aperto da una rivelazione tutt’altro che imprevedibile – ma comunque funzionale al progredire della trama – arriva a una risoluzione non del tutto soddisfacente, che pare più il pegno da pagare alla durata superiore alle due ore (e speravamo che questo diktat non scritto della Hollywood contemporanea fosse stato ormai superato) che un finale coerente col film nel suo complesso. Resta comunque, il lavoro di Verbinski, una visione piacevole frutto di un’operazione arguta sotto molti punti di vista; un buon biglietto di ritorno per un cineasta di cui siamo felici di aver ritrovato le tracce.

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Locandina

Good Luck, Have Fun, Don't Die, la locandina italiana del film

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Scheda

Titolo originale: Good Luck, Have Fun, Don’t Die
Regia: Gore Verbinski
Paese/anno: Stati Uniti, Germania / 2025
Durata: 134’
Genere: Commedia, Fantascienza, Azione
Cast: Sam Rockwell, Michael Peña, Zazie Beetz, Juno Temple, Asim Chaudhry, Georgia Goodman, Mike Gassaway, Tom Taylor, Artie Wilkinson-Hunt, Haley Lu Richardson, Ryan Kruger, Adam Burton, Anna Acton, Conrad Kemp, Daniel Barnett, David Sturzaker, Dino Fetscher, Dominique Maher, Elly Condron, Ethan Saunders, Keci Eatock, Meghan Oberholzer e con: Joe Vaz, Riccardo Drayton, Stevel Marc, Tanya van Graan, Teddy Holton-Frances
Sceneggiatura: Matthew Robinson
Fotografia: James Whitaker
Montaggio: Craig Wood
Musiche: Geoff Zanelli
Produttore: Erwin Stoff, Robert Kulzer, Oly Obst, Gore Verbinski, Denise Chamian, George Parra, Oliver Berben, Matthew Robinson
Casa di Produzione: Constantin Film, Blind Wink Productions
Distribuzione: Vertice 360

Data di uscita: 25/06/2026

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Giornalista, critico cinematografico, saggista. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it, Quinlan.it, Cineclandestino.it e Sul Palco. Dal 2018 al 2023 sono stato consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Ho partecipato ai volumi collettivi "Le forme della violenza. Cinema e dintorni" (Edizioni Efesto, 2018), "Almanacco TUPS. Nuovi disturbi autistici" (LEM Libraria, 2022) e "La triade dell'autismo. Etica, epistemologia, attivismo" (LEM Libraria, 2024). Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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