La città vulnerabile: da Fuze alla paranoia urbana del cinema moderno
Quanto segue analizza brevemente la rappresentazione della città nel cinema contemporaneo come spazio attraversato da una minaccia latente. In Fuze - Conto alla rovescia di David Mackenzie, recentemente arrivato nelle nostre sale, il ritrovamento di una bomba inesplosa sotto Londra non è soltanto un dispositivo narrativo, ma è infatti una metafora di un pericolo già inscritto nel sottosuolo. A partire da questo caso, è possibile leggere una trasformazione più ampia in cui la minaccia si sposta progressivamente dalla dimensione sociale a quella percettiva, fino a diventare infrastrutturale e incorporata nello spazio della città.
Il cinema contemporaneo insiste sempre più sulla città considerata come organismo attraversato da una minaccia in agguato che rende la sicurezza una condizione instabile e reversibile. In questa prospettiva si inserisce Fuze – Conto alla rovescia di David Mackenzie, pellicola all’interno della quale la scoperta di una bomba inesplosa sotto Londra diventa occasione per mettere in scena una città sospesa, regolata da uno stato di emergenza continua. Lo spazio urbano smette quindi di essere un semplice sfondo narrativo per diventare un elemento attivo di inquietudine all’interno del quale il rischio non si manifesta più come evento isolato, ma come una presenza costante che investe percezione, vita quotidiana e risposta allo stato di crisi. Vediamo dunque, seguendo una breve traiettoria, come il cinema urbano mostri una progressiva trasformazione della minaccia da fenomeno sociale ad esperienza percettiva e poi condizione strutturale, fino a diventare un elemento incorporato nella stessa materialità della città.
Il disordine urbano

In una prima fase, che va dal cinema classico fino agli anni Settanta, quest’ultima è rappresentata soprattutto come luogo di disordine sociale e criminalità. Già nel cinema di Fritz Lang, il contesto urbano è infatti un luogo in cui la minaccia emerge da elementi esterni all’individuo, come in M – Il mostro di Düsseldorf (1931), dove la metropoli si configura come una rete di sguardi e sospetti all’interno di un sistema di paranoia collettiva. Ci muoviamo in uno spazio in cui la sicurezza non è mai garantita e la crisi resta legata a un soggetto identificabile. Questa impostazione si intensifica soprattutto negli anni Settanta attraverso una trasformazione più ampia in cui lo spazio urbano americano perde la sua aura di sogno moderno e diventa un ambiente instabile, attraversato da tensioni sotterranee; in Il braccio violento della legge (1971) di William Friedkin, New York appare come un luogo poroso attraversato dal crimine e dalla imprevedibilità, mentre in Taxi Driver (1976) la città non è solo violenta, ma diventa il luogo in cui la percezione individuale si deforma, fino a portare la minaccia nella soggettività che la interpreta. Lo spazio sociale è quindi in crisi non solo per la criminalità ma anche per l’alienazione e la disgregazione.
Tra percezione e paranoia

A partire dagli anni Ottanta, il problema si sposta su un piano diverso perchè non è più solo la città ad essere instabile, ma il modo in cui essa viene percepita. In Blow Out (1981) di Brian De Palma infatti, suono e immagine urbani si caricano di ambiguità, raccontando un sistema instabile di indizi e possibili cospirazioni. Il pericolo non è più direttamente visibile, ma emerge attraverso l’interpretazione soggettiva e deve essere ricostruito attraverso indizi frammentari. In questa stessa logica, anche quando la minaccia non assume forme di cospirazione, si produce comunque una forma di disconnessione percettiva generando una forma di estraneità diffusa. È il caso, ad esempio, della Tokyo di Lost in Translation (2003) di Sofia Coppola.
L’emergenza come quotidianità

Su questo sfondo, il cinema urbano mette in scena un ulteriore spostamento: la minaccia non è più soltanto qualcosa da interpretare, ma una presenza che si incorpora progressivamente nella struttura stessa della quotidianità. In Collateral (2004) di Michael Mann, la violenza attraversa la notte di Los Angeles, fino a diventare quasi indistinguibile dal flusso ordinario della vita urbana. In Speed (1994) di Jan de Bont, invece, la città viene costruita come uno spazio di emergenza permanente, in cui la normalità è sospesa. Più tardi, in Boston – Caccia all’uomo (2016) di Peter Berg, la metropoli americana appare come un sistema capace di riorganizzarsi in tempo reale sotto pressione, rendendo instabile il confine tra evento traumatico e routine quotidiana. La vulnerabilità urbana non coincide più con un episodio eccezionale, ma emerge come una condizione latente che accompagna il funzionamento ordinario dell’area metropolitana.
La minaccia strutturale e permanente

Dopo l’11 settembre 2001, il pericolo non è più un elemento episodico o soggettivo, ma strutturale e pervasivo. In United 93 (2006) di Paul Greengrass non viene rappresentato solo un evento, ma la possibilità stessa della sua ripetizione, mentre in I figli degli uomini (2006) di Alfonso Cuarón la normalità sopravvive come un residuo fragile. All’interno di questo stesso scenario, si apre però anche una seconda linea: la Gotham de Il cavaliere oscuro (2008) di Christopher Nolan non subisce passivamente la minaccia, ma tenta di assorbirla e riorganizzarla attraverso strutture istituzionali e strategie di controllo. La città diventa così non soltanto una superficie esposta, ma anche macchina di contenimento dell’emergenza, in cui la vulnerabilità convive con forme di gestione e di controllo.
La vulnerabilità come struttura della città

È dunque in questo contesto che Fuze – Conto alla rovescia può essere letto come una declinazione contemporanea di una sensibilità ormai consolidata, ma anche come un suo possibile punto di svolta. La bomba inesplosa non rappresenta soltanto un pericolo presente o futuro, ma un residuo materiale del passato che continua a esistere sotto la superficie. Siamo in un sistema stratificato di memorie non risolte, in cui ciò che è stato rimosso o dimenticato non scompare, ma resta potenzialmente attivo, facendo coincidere la vulnerabilità del luogo con le infrastrutture e le fondamenta stesse. Il racconto di un archivio materiale del passato quindi, o meglio, di un grande sito archeologico a cielo aperto, in cui il presente non smette mai di essere uno strato da scavare.
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