L’HANGAR ROSSO
Juan Pablo Sallato, all’esordio nel cinema di finzione e con un passato nel documentario, racconta un’emblematica storia vera – di libertà e coscienza – sullo sfondo del golpe cileno dell’11 settembre 1973. L’hangar rosso, con il bravissimo Nicolás Zárate, arriva al cinema il 9 luglio 2026 dopo il passaggio alla Berlinale.
Una storia, vera, di coscienza e libertà
Lo scheletro ingombrante nell’armadio cileno è il fantasma del golpe (11 settembre 1973). La ferita restia a cicatrizzarsi, il torbido monito per la società civile e la classe politica, continuano a tormentare – ancora e ancora – la coscienza dei cineasti nazionali, siccome il cinema, per sua natura e se spinto al massimo delle sue possibilità, è il diario di bordo di tutte le cose che contano. Juan Pablo Sallato ha un passato nel documentario e il suo esordio nel cinema di finzione si chiama L’hangar rosso, in sala in Italia il 9 luglio 2026 per I Wonder Pictures dopo il passaggio alla Berlinale; è un film sul golpe, meglio, è la storia (vera) di un uomo e del dilemma morale che lo investe nelle prime ore del golpe. L’hangar rosso è un thriller politico più incalzante che ansiogeno, un bianco e nero dall’eleganza asciutta, rigorosa, e ha parecchio da raccontarci a livello esistenziale. È un film, in uno, politico e intimista. Adattamento dello scrittore Fernando Villagrán – sopravvissuto alle persecuzioni – e del suo “Disparen a la bandada”, la sua forza è l’intersezione, provocatoria ma in un modo molto sottile, di fatti realmente (tragicamente) accaduti e drammatizzazione. Si può fare spettacolo della vita, di una storia, della Storia, senza corromperne il succo o peggio cedere alla retorica?
Un volto di granito, e tutto quello che sta sotto

Juan Pablo Sallato gira un film magnetico, non perfetto ma affilato, teso e sobrio, riuscito perché non sbaglia il protagonista. La macchina da presa non può fare a meno di stare dalle parti di Nicolás Zárate. Lo accompagna, un passo indietro o giù di lì, a rispettosa distanza ma senza allontanarsi troppo; lo studia, gli gira intorno, cerca di capirlo e dunque di capire. Per gran parte del film, è il profilo di Nicolás Zárate che ci viene offerto e il primo piano è sistematicamente sfumato dal gioco contrastato del bianco e nero. L’hangar rosso è la storia di un volto impassibile e delle tensioni (morali, soprattutto) nascoste sotto. Se è vero che il modo migliore di nascondere una cosa è metterla bene in vista, la dualità è già nel titolo, nella contraddizione studiata di un hangar rosso e un film senza colori.
Eseguire gli ordini: fino a quando?

Il capitano Jorge Silva (Nicolás Zárate) è di stanza all’Accademia aeronautica militare. Ha un passato da paracadutista ed è una sorta di eroe nazionale. Ha sventato un attentato contro il presidente democraticamente eletto Salvador Allende e questo non lo aiuta l’11 settembre 1973. Il golpe militare appoggiato dagli Stati Uniti liquida Allende – in tutti i sensi –e soffoca la democrazia, installando in sua vece un governo autoritario e militare guidato dal generale Augusto Pinochet. Il capitano Silva ha una moglie all’università ed è chiaramente un uomo in bilico tra due mondi, pure non batte ciglio. È un militare, e quando gli ordini dei superiori vanno nella direzione di supportare la giunta (bye bye stato di diritto) lui esegue. Un militare obbedisce ai comandi, non sta lì a farsi troppe domande. E però Silva se le fa lo stesso le domande, perché esiste un punto di rottura a livello morale e nel film ha a che fare con l’hangar in cui vengono “depositati” i prigionieri politici, rosso per affiliazione politica. È proprio la questione dell’incolumità dei prigionieri e, anche, dei sottoposti, la miccia che innesca la ribellione. Rischia molto, il capitano, a sfilarsi dalla pressione golpista, perché il suo passato, il sostegno ad Allende, possono valergli il carcere. L’hangar rosso è un film di contrasti – cromatici, narrativi, etici – dalla doppia coscienza, individuale e collettiva. Così riesce a trovare un fondo solido e insperato cui ancorare il suo articolato discorso, che è morale e anche politico.
Potere e coscienza

La libertà, individuale e collettiva. La coscienza, individuale e collettiva. L’obbedienza, individuale e collettiva. Juan Pablo Sallato gira un film dal respiro larghissimo ancorandosi, rigorosamente, a una prospettiva individuale, esistenziale, intimista. La storia di Silva è il riflesso dell’insondabile conflitto tra le necessità della coscienza – di uno, ma che fa da eco a quella di tutti/e – e i diktat del potere. Quando l’obbedienza, virtù del militare coscienzioso, supera il limite e diventa vigliacca complicità con il potere corrotto e criminale? Quanto a lungo il conflitto interiore può trattenere un elementare, insopprimibile, ostinato bisogno di libertà? La risposta è oltre il film, è materia per le ruminazioni dello spettatore che ha voglia di frugare dentro di sé. Quello che conta è come L’hangar rosso arrivi alle domande giuste. Grazie a tre piccoli miracoli, che in realtà sono due.
Di due piccoli miracoli e di un terzo mancato

Il primo piccolo miracolo di un film come L’hangar rosso è trovare il paradossale amalgama di coscienza civile collettiva e libertà individuale (tra punto di vista del singolo e Storia) nella riesumazione spettacolare ma rigorosa – la sobrietà e l’asciuttezza del bianco e nero, la tranquilla geometria dell’immagine – del golpe visto dalla periferia; dell’Accademia, del capitano Silva, in pochi sapevano. È forse questo il cinema politico declinato al massimo grado di purezza: quello che ha ragion d’essere nell’intimismo, nel racconto delle pulsioni che si fanno pensiero, gesto azione. Il secondo piccolo miracolo di un film come L’hangar rosso, forse neanche troppo piccolo, è il talento a due facce del bravissimo Nicolás Zárate. Rivolta come un calzino l’interiorità di Silva lavorando con sottigliezza estrema e precisione chirurgica sull’impassibilità eloquente dell’uomo, lacerata quando serve da lampi di emotività. Il terzo piccolo miracolo di un film come L’hangar rosso è il miracolo mancato. Sarebbe lo step ulteriore, la via per il capolavoro e non è il caso, perché L’hangar rosso è un affresco politico e intimista rigoroso e asciutto, con uno straordinario protagonista, anche fiaccato dalla sua asciuttezza. L’integrità della messa in scena e il rigore d’approccio non escludevano un lavoro più esuberante, viscerale e provocatorio sull’atmosfera, i toni, le pieghe del racconto. Manca la diabolica legatura di forma, atmosfera e contenuto politico-individuale del bellissimo Post Mortem di Pablo Larraín, l’altro grande film recente (più o meno, era il 2010) dedicato al fantasma del golpe. Juan Pablo Sallato è ancora a metà strada tra la forma documentario e le necessità del cinema di finzione. Trova, con L’hangar rosso, un ragionevole compromesso. Ci si può spingere oltre, l’11 settembre 1973 aspetta il suo capolavoro. Ma come punto di partenza per la “nuova” carriera dell’autore, L’hangar rosso è un imperfetto, comunque notevole, esordio.
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Scheda
Titolo originale: Hangar Rojo
Regia: Juan Pablo Sallato
Paese/anno: Italia, Cile, Argentina / 2026
Durata: 81’
Genere: Drammatico, Storico
Cast: Marcial Tagle, Aron Hernández, Boris Quercia, Catalina Stuardo, Francisco Carrasco, Juan Cano, Nicolás Zárate
Sceneggiatura: Luis Emilio Guzmán
Fotografia: Diego Pequeño
Montaggio: Valeria Hernández, Sebastián Braun
Musiche: Alberto Micheli, Matteo Marrella
Produttore: Juan Pablo Sallato, Valeria Forster, Juan Ignacio Sabatini, Gonzalo Rodríguez Bubis, Lucia Van Gelderen, Mercedes Córdova
Casa di Produzione: Villano Producciones, Caravan, Brava Cine, Rain Dogs, Berta Film
Distribuzione: I Wonder Pictures
Data di uscita: 09/07/2026

