TERRORE DALLO SPAZIO PROFONDO

TERRORE DALLO SPAZIO PROFONDO

A quasi 50 anni dalla sua uscita originale, Terrore dallo spazio profondo resta un classico del fanta-horror, un’attualizzazione intelligente e riuscita di quel L’invasione degli ultracorpi che nel 1956 aveva segnato uno dei punti più importanti della science fiction incentrata sul senso di minaccia e paranoia. Una minaccia che il film di Philip Kaufman riuscì a cambiare radicalmente di segno, ricollegandosi tanto agli ultimi scampoli di New Hollywood, quanto a un’utopia post-sessantottina i cui sogni rischiavano di mutarsi, rapidamente, in incubi.

I baccelli dell’Apocalisse

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È un po’ un paradosso, come qualcuno ha argutamente rilevato, che nel 2026, per molti spettatori, un film come Terrore dallo spazio profondo sia diventato una sorta di comfort movie. Paradosso perché il cult fanta-horror diretto da Philip Kaufman, remake del 1978 del classico di Don Siegel L’invasione degli ultracorpi (1956) – a sua volta ispirato a un romanzo di Jack Finney – è chiaramente pensato, e realizzato, per risultare un’opera “disturbante”. Uno scopo, va detto e premesso, che nel contesto del cinema di fine anni ‘70 – ma anche, immaginiamo, per un ipotetico spettatore “vergine” odierno – il film di Kaufman riesce brillantemente a raggiungere. L’effetto “comfort” a cui abbiamo accennato – che riguarda chi scrive, ma che immaginiamo valido per molti cinefili che sono incappati per la prima volta nella visione di questo film nei suoi primi passaggi televisivi, risalenti agli anni ‘80 – è legato alla familiarità con una storia che in un certo senso, in questi decenni, è diventata archetipo; una storia in piccola parte anche “formativa” (insieme a classici contemporanei più citati) per un certo tipo di immaginario cinefilo: quello – semplificando molto – della cosiddetta Generazione X, che di un certo tipo di cinema fantastico (sempre sospeso tra le meraviglie spielberghiane e il loro rovescio nel segno del body horror, che andava affermandosi in quegli anni) ha fatto un suo punto di riferimento. In questo senso, riparlare oggi del film di Philip Kaufman – artigiano hollywoodiano vecchio stampo, che possiamo ricordare anche per aver ideato insieme a George Lucas il soggetto della prima avventura di Indiana Jones, I predatori dell’arca perduta – significa anche confrontare il “genere” del presente, così come viene usato e manipolato oggi, con un’idea di artigianalità “di serie A” – all’insegna di un intrattenimento capace di raccontare anche qualcosa del suo tempo – che purtroppo sembra essersi in parte persa. Ed è forse un “comfort” dolceamaro, in questo senso.

Biopotere umano e alieno

Terrore dallo spazio profondo, Donald Sutherland e Leonard Nimoy in una sequenza del film
Terrore dallo spazio profondo, Donald Sutherland e Leonard Nimoy in una sequenza del film

Sia quel che sia, Terrore dallo spazio profondo (titolazione tutta nostrana, che in qualche modo “nascondeva” la filiazione dal film del 1956 del titolo originale The Invasion of the Body Snatchers) rappresenta un esempio da manuale di “remake” (pratica usuale oggi come ieri, ma nondimeno profondamente mutata) capace di attualizzare e dare nuova linfa vitale a un soggetto classico, ricontestualizzandone i temi in una società radicalmente diversa; un’operazione che Kaufman e lo sceneggiatore W.D. Richter riuscirono a compiere mantenendo una fedeltà di fondo al soggetto originale, e apportando nel contempo poche e decisive modifiche (tra queste, l’ambientazione a San Francisco, culla di quella controcultura giovanile che lo stesso regista, solo pochi anni prima, aveva conosciuto bene). Tutto il film di Philip Kaufman, di fatto, è imbevuto di quel sentore di “fine di un’epoca”, o piuttosto di risveglio da una visione utopica – o ancora meglio: sua trasformazione in vero e proprio incubo – che caratterizzava la fine degli anni ‘70 americani: il “sistema” aveva già vinto sulle istanze post-sessantottine, i personaggi di Matthew Bennell ed Elizabeth Driscoll (coi volti degli indimenticati Donald Sutherland e Brooke Adams) appaiono qui come due ex giovani progressisti entrambi adattatisi (male) a ricoprire incarichi para-governativi, illudendosi di farlo in modo “etico”; mentre il personaggio dello scrittore Jack Bellicec interpretato da Jeff Goldblum – affiancato da una figura femminile, quella col volto di Veronica Cartwright, ben delineata e capace di sfidare la minaccia sul suo stesso terreno – appare in certo qual modo quasi macchiettistico (ma tristemente profetico) nel suo complottismo ante-litteram. A completare il quadro, un Leonard Nimoy che – nei panni dello scettico psichiatra Kibner – incarnava perfettamente quel biopotere della scienza medica di cui il filosofo Michel Foucault aveva abbondantemente scritto un decennio prima; un biopotere qui radicato nel quotidiano – in questo caso nell’amicizia col protagonista – che si rivelerà ben capace di integrarsi, e favorire, quello ancor più pervasivo degli alieni invasori.

Una minaccia già dilagante

Terrore dallo spazio profondo, uno dei mortali baccelli
Terrore dallo spazio profondo, uno dei mortali baccelli

Terrore dallo spazio profondo, si diceva, mostra un soggetto sostanzialmente fedele a quello del film di Don Siegel – e del romanzo originale di Jack Finney – apportandovi tuttavia poche e decisive modifiche: se del cambio di ambientazione, da Los Angeles a San Francisco, abbiamo già detto, vorremmo ora richiamare l’attenzione sul fattore-tempo (sia in riferimento al momento di avvio del racconto, sia per quanto concerne la sua estensione temporale). Com’è stato infatti osservato da Cristina Borsatti nel suo saggio del 2004 Il remake. Il cinema degli ultracorpi, il film di Philip Kaufman – contrariamente a quello di Don Siegel – mostra di fatto un’invasione già in atto e in fase avanzata; al punto che, già all’epoca della sua uscita, alcuni critici considerarono Terrore dallo spazio profondo come qualcosa che stava in realtà tra il remake e il sequel. Se infatti la sequenza iniziale ambientata nello spazio – che mostra la forma di vita aliena intraprendere il suo viaggio interplanetario, per poi impiantarsi nell’atmosfera terrestre sotto forma di spore e poi di piccoli fiori – toglie qualsiasi dubbio sull’origine della minaccia che i protagonisti dovranno affrontare, le sequenze successive mostrano la stessa minaccia, di fatto, già dilagante e incontrollabile: la San Francisco in cui si sveglia Elizabeth Driscoll, dipendente del dipartimento sanitario e collaboratrice del responsabile Matthew Bennell, è già in gran parte popolata da copie che hanno preso il posto degli abitanti: la sequenza della fuga iniziale dell’uomo braccato e in apparente stato di paranoia (interpretato, non a caso, dal protagonista del film originale, Kevin McCarthy) che ammonisce cupamente i due protagonisti, mostra chiaramente che il pericolo, forse, è già incontenibile. Proprio in questo senso, il film ha buon gioco da un lato nello sfruttare al meglio il senso di paranoia che dilaga tra i protagonisti e intorno a loro (chiunque potrebbe essere una copia, un semplice sguardo potrebbe significare una condanna a morte), dall’altro nel rovesciare l’allegoria maccartista del film originale con una di segno opposto: se nel film di Siegel l’invasione andava a simbolizzare una minaccia esterna (quella del blocco sovietico) di cui le autorità erano possibile argine, qui il contagio è già irrimediabilmente dentro: i micidiali baccelli hanno preso possesso di tutti i centri di potere locale e nazionale, e allo smarrito Matthew – nell’eloquente, quasi ipnotica sequenza dei suoi tentativi telefonici di allertare le autorità – non resta che prenderne atto. Il potere (quello che solo pochi anni prima aveva mostrato il suo vero volto con lo scandalo del Watergate) ha rapidamente accolto l’invasore, felice di replicarne le fattezze e assimilarne gli strumenti.

Dalla New Hollywood al New Horror

Terrore dallo spazio profondo, una terrorizzata Veronica Cartwright in una scena del film
Terrore dallo spazio profondo, una terrorizzata Veronica Cartwright in una scena del film

È proprio in questo senso che il film di Philip Kaufman, come si diceva, rappresenta un esempio di remake, in un certo senso, da manuale: una reinterpretazione che unisce felicemente fedeltà all’originale e autonoma personalità narrativa, capacità di maneggiare gli archetipi e abilità nel legarli alle pulsioni e alle paure della contemporaneità. Così, gli effetti speciali da “proto body-horror” che costellano il film – se è vero che David Cronenberg, allora, era ancora un regista di culto, un classico come La cosa di John Carpenter sarebbe arrivato di lì a soli quattro anni – vanno a completare egregiamente, in senso “grafico”, un senso di angoscia già espresso dal racconto, dall’insinuante regia di Kaufman e dai toni elettronici e martellanti della colonna sonora. La lotta dei protagonisti contro un invasore che appare impossibile da sconfiggere, dalla natura onnipresente, pervasiva e in grado perennemente di autoreplicarsi (come lo stesso potere politico: e si era pur sempre nel 1978, non dimentichiamolo, durante gli ultimi scampoli della New Hollywood) acquista in questo senso un alone quasi “romantico” e disperato; mentre la battaglia contro il sonno combattuta dagli stessi protagonisti per evitare il contagio – motivo già presente nella storia originale, qui ulteriormente enfatizzato – anticipa di qualche anno quella che sarà l’intuizione di Wes Craven per il primo (e seminale) Nightmare – Dal profondo della notte (1984).

Evitiamo, nonostante la popolarità del film e il suo status ormai acquisito di classico, di soffermarci sul celebre finale di Terrore dallo spazio profondo, capace di stamparsi indelebilmente nella mente di tanti spettatori: l’immagine è nota (ma non inseriamo neanche quella, almeno non qui nell’articolo), così come l’effetto che ancora oggi, a distanza di tanti anni, riesce a provocare. Se ci sono ancora spettatori “vergini” (e inevitabilmente ce ne sono, e ce ne saranno) lasciamo volentieri che lo scoprano da soli.

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Locandina

Terrore dallo spazio profondo, la locandina italiana del DVD

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Scheda

Titolo originale: Invasion of the Body Snatchers
Regia: Philip Kaufman
Paese/anno: Stati Uniti / 1978
Durata: 115’
Genere: Horror, Fantascienza
Cast: Jeff Goldblum, Donald Sutherland, Robert Duvall, Brooke Adams, Al Nalbandian, Art Hindle, David Fisher, Don Siegel, Garry Goodrow, Jerry Walter, Joe Bellan, Kevin McCarthy, Lee McVeigh, Lee Mines, Lelia Goldoni, Leonard Nimoy, Maurice Argent, Michael Chapman, R. Wong, Rose Kaufman, Sam Conti, Sam Hiona, Stan Ritchie, Tom Dahlgren, Tom Luddy, Veronica Cartwright, Wood Moy
Sceneggiatura: W.D. Richter
Fotografia: Michael Chapman
Montaggio: Douglas Stewart
Musiche: Denny Zeitlin
Produttore: Robert H. Solo
Casa di Produzione: Solofilm
Distribuzione: United Artists

Data di uscita: 31/01/1979

Trailer

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Giornalista, critico cinematografico, saggista. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it, Quinlan.it, Cineclandestino.it e Sul Palco. Dal 2018 al 2023 sono stato consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Ho partecipato ai volumi collettivi "Le forme della violenza. Cinema e dintorni" (Edizioni Efesto, 2018), "Almanacco TUPS. Nuovi disturbi autistici" (LEM Libraria, 2022) e "La triade dell'autismo. Etica, epistemologia, attivismo" (LEM Libraria, 2024). Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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