HOKUM

HOKUM

Dal 5 agosto 2026 in sala c’è Hokum, l’horror scritto e diretto da Damian McCarthy con Adam Scott. Atmosfera di opprimente e insidiosa minaccia, un bel mix di angosce reali e soprannaturali, il film è troppo esile nella struttura. Forte nello spirito, debole nella carne, è decisamente efficace e molto imperfetto, in egual misura.

Non aprite quella suite

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Riassumendo, Hokum è un film in bilico. Tra reale e non così reale, tra le virtù e i limiti di un certo modo – allusivo, ambiguo – di fare cinema horror. Si tira fuori da una storia una paura diversa, e in quantità diverse, a seconda della strada scelta. Eterna è la partita, incerto il risultato: meglio puntare sull’atmosfera o poggiare la paura su una fisicità disgustosa e sanguinolenta? Damian McCarthy, che di Hokum è regista e sceneggiatore, decisamente va per la prima. Tenendo a mente che ogni considerazione, qui, è una generalizzazione, e che non esistono forme pure – per cui ogni horror del primo tipo ha in sé molto di fisico, e viceversa – Hokum è il più interessante, il più riuscito e il più stranamente imperfetto horror d’atmosfera degli ultimi tempi. Costruisce la sua mappa di sensazioni paurose su un’economia di mezzi, di personaggi e di ambientazioni ammirevole ma non calibrata con la precisione dovuta. Se un film può essere, allo stesso tempo e per le stesse ragioni, molto soddisfacente e maledettamente frustrante, è questo il (bizzarro) caso. Hokum arriva nei cinema italiani il 5 agosto 2026, torrida l’estate per il più glaciale dei generi, e distribuisce Lucky Red.

Niente dettagli inutili

Hokum, Adam Scott in una scena del film
Hokum, Adam Scott in una scena del film

Damian McCarthy, che è al suo terzo film – il precedente, del 2024, si chiamava Oddity – non ama i dettagli inutili. Il gusto per la linearità e l’asciuttezza dell’esposizione – dei fatti, dei personaggi – dà freschezza al suo horror, anche se l’esasperazione di questa semplicità crea dei problemi di cui si parlerà più avanti. Per il momento, è bene concentrarsi sulle virtù di Hokum, partendo proprio dalla linearità della costruzione. Il protagonista è uno scrittore americano, nome Ohm Bauman (Adam Scott). In un certo senso, tutta la sua vita è un horror. Ohm sta per concludere la sua acclamata (e un po’ tetra) serie letteraria Conquistador, ha dei problemi con il finale dell’ultimo romanzo e decide di staccare. Persi entrambi i genitori quando era giovane, e in modo parecchio tragico – ne porta le cicatrici, a partire dal suo caratteraccio – Ohm va in Irlanda sulle tracce di luoghi che sono stati lo sfondo delle ore più felici nella vita dei suoi. Solo che sceglie l’hotel sbagliato, o forse è quello giusto, dipende dalla prospettiva. C’è un problema con la Suite Nuziale all’ultimo piano, inagibile perché, dice la gente del posto, dentro c’è intrappolata una strega. Ohm fa amicizia con il vagabondo della zona (David Wilmot) e una dipendente della struttura, Fiona (Florence Ordesh). Quando quest’ultima, dopo essergli stata di incomparabile aiuto, sparisce nel nulla, si dà da fare per cercarla. Sfida ogni ammonimento e si avventura nella suite del mistero, in apparenza disabitata ma in realtà gravida di una forza soprannaturale che lo colpisce nel punto di massima vulnerabilità: il suo passato tormentato. Ci sono anche delle minacce più umane in serbo per Ohm, ed è interessante come il film sappia mettere in rapporto quest’anima doppia, reale e fantastica.

La semplicità è un pregio, ma con un rischio

Hokum, una inquietante foto del film
Hokum, una inquietante foto del film

L’economia stringente, di luoghi, di mezzi, di caratterizzazioni, sgombra la strada di Hokum da qualsiasi ostacolo possa mettere un freno alla paura, e permette ai temi di svilupparsi – è di scelte, di redenzione, di rimpianti che si parla – con una chiarezza semplice e sobria che non lascia spazio a forzature didascaliche. Hokum è un trionfo di ambiguità e forza evocativa, e non solo quando si tratta di esasperare il senso di inquietudine e l’oppressione emotiva dello spettatore: declina le sue idee con una salutare impronta allusiva, sfuma i discorsi, non li appesantisce. È calcolato nella messa in scena e rigoroso nel lavoro sull’atmosfera. Commette solo un errore, grande, di cui bisogna parlare.

Atmosfera ok, ma dov’è il film?

Hokum, un'affascinante immagine del film
Hokum, un’affascinante immagine del film

C’è di buono, in Hokum, che, per quanto soprannaturale il viaggio, la meta è del tutto umana. Il campionario di irrazionalità sparse e la galleria di orrori atmosferici fanno da studiato contraltare a un intimo, esistenziale percorso di purificazione spirituale: come Ohm, confrontandosi con il male, con l’abisso, con la strega, trovi il modo di guardarsi dentro per fare i conti, in maniera costruttiva, con il suo passato. C’è poi di buono, in Hokum, che il protagonista Adam Scott sappia muoversi sull’instabile sottile equilibrio di dolcezza, fragilità e arroganza. Una caratterizzazione (anti)eroica che guarda a un cinema di ieri: integrità e spettacolo, gradevolezza e spigoli. Da qui in avanti, di equilibri ragionati e di senso della misura si perde ogni traccia. E se il superbo lavoro sulla paura scatenata da un’atmosfera di sinistra, impalpabile minaccia e il gioco di luce e penombra – ci disturba non tanto quello che non si vede, ma quello che non si riesce a vedere bene – orchestrati dal bravo direttore della fotografia Colm Hogan irrobustiscono il versante “spirituale” del film, il resto manca, dolorosamente. Damian McCarthy gira un superbo horror atmosferico che paga dazio a un copione inespresso e involuto che scambia l’ambiguità con l’inconsistenza e la confusione con il registro allusivo, si parli di caratterizzazioni marginali (non lo sono mai!), di snodi narrativi, di struttura. Il film esalta ciò che di etereo, impalpabile, serve, per costruire l’emozione cinematografica – paura, minaccia, claustrofobica angosciosa oppressione – ma non ha molto, di solido, cui poggiarla. Hokum è un totale che somma la contraddizione di un’atmosfera potente e un copione troppo esile e sbrigativo – e superficiale, e frustrante – nel delineare caratteri, stabilire rapporti, costruire dinamiche. Un tonfo e un trionfo, e il bilancio è un horror a metà del guado, pregevole ma con troppe zone d’ombra a livello di struttura. Efficace, ma troppo colpevolmente lontano da quello standard di efficacia che era senza dubbio nelle sue corde.

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Locandina

Hokum, la locandina italiana del film di Damian McCarthy

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Scheda

Titolo originale: Hokum
Regia: Damian McCarthy
Paese/anno: Stati Uniti, Irlanda, Emirati Arabi Uniti / 2026
Durata: 107’
Genere: Horror
Cast: David Wilmot, Adam Scott, Austin Amelio, Brendan Conroy, Michael Patric, Derek Dauchy, Ezra Carlisle, Florence Ordesh, Julianne Forde, Mairtín de Barra, Mallory Adams Produttori: Roy Lee, Peter Coonan, Ruth Treacy, Sioux Carroll, Steven Schneider, Will O’Connell
Sceneggiatura: Damian McCarthy
Fotografia: Colm Hogan
Montaggio: Brian Philip Davis
Musiche: Joseph Bishara
Produttore: Steven Schneider, Roy Lee, Derek Dauchy, Julianne Forde, Ruth Treacy, Mairtín de Barra
Casa di Produzione: Spooky Pictures, Tailored Films, Team Thrives, Image Nation Abu Dhabi, Cweature Features
Distribuzione: Lucky Red

Data di uscita: 05/08/2026

Trailer

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Nato a Roma a un certo punto degli anni '80 del secolo scorso. Laurea in Scienze Politiche. Amo il cinema, la musica, la letteratura. Aspirante maratoneta.

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