LA FINE DI OAK STREET

LA FINE DI OAK STREET

Fantascienza in salsa survival, popcorn movie vecchio stampo realizzato col budget di una major, La fine di Oak Street segna il ritorno alla regia, dopo quasi dieci anni, di un cineasta interessante quanto finora indecifrabile come David Robert Mitchell. Se si tiene a mente che siamo in territori ben lontani da quelli di It Follows – e al netto di qualche sbavatura narrativa – ci si può sicuramente divertire.

Jurassic Street

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C’era una giustificata curiosità, intorno al nuovo lavoro di David Robert Mitchell – regista che i più ricorderanno come autore di un titolo che è già un classico dell’horror contemporaneo, come It Follows (2014). Una curiosità legata certo alla perdurante popolarità del cult movie che rese noto il nome del cineasta americano – popolarità che nel frattempo ha convinto lo stesso regista, insieme alla produzione, a mettere in cantiere l’atteso sequel, che si intitolerà They Follow; ma anche alla filmografia, per il resto, eterogenea quanto estremamente parca del 51enne Mitchell: solo quattro lungometraggi al suo attivo il penultimo dei quali – il thriller Under the Silver Lake, datato 2018 – era stato tiepidamente accolto da pubblico e critica, fin dalla sua prima mondiale nella prestigiosa vetrina del Festival di Cannes. Ora, a ormai otto anni di distanza dalla sua ultima regia, e a dodici dal suo lavoro più popolare, l’arrivo nelle sale di questo The End of Oak Street promette una nuova virata per il cinema dell’eclettico regista; una virata verso una sci-fi di marca survival dichiaratamente all’insegna di brividi, intrattenimento di genere vecchio stampo, un ampio e poderoso assortimento di creature preistoriche, e un cast guidato da due nomi di peso quali Anne Hathaway e Ewan McGregor. A co-produrre, la Bad Robot di J.J. Abrams sotto il marchio distributivo della Warner Bros., per un’operazione che vuole coniugare il respiro di un blockbuster moderno con un approccio viscerale – non esclusa la componente grafica – tipico del cinema di genere di qualche decennio fa.

La semplicità dello spunto di partenza

La fine di Oak Street, Ewan McGregor e Anne Hathaway in una tesa scena del film
La fine di Oak Street, Ewan McGregor e Anne Hathaway in una tesa scena del film

Proprio in quest’ottica, il plot di La fine di Oak Street è semplice, per non dire volutamente basico: all’inizio degli anni ‘80, nel contesto di un sonnolento sobborgo americano, assistiamo all’improvviso precipitare nell’incubo della famiglia Platt – madre, padre e due figli adolescenti, Audrey e Brian; dopo l’apparizione notturna di alcune misteriose luci nel cielo, infatti, l’intero quartiere si ritrova isolato, privo di energia elettrica e acqua corrente, nonché apparentemente ignorato dal mondo esterno. Ma gli esterrefatti Denise e Greg, insieme ai due ragazzi, si renderanno presto conto che il “mondo esterno” non è più quello che ricordavano; per qualche motivo, infatti, l’intero quartiere sembra essere stato risucchiato in un’epoca preistorica, precedente all’apparizione dell’uomo sulla Terra. Va da sé, quindi, che alle lamentose, velleitarie minacce dell’acido vicino (il simpatico P.J. Byrne – lo ricordiamo tra le altre cose in The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese) si sostituirà presto il ben più concreto pericolo rappresentato da mastodonti preistorici tranquillamente a caccia per le vie del quartiere, che nel frattempo hanno iniziato allegramente a mietere vittime. Sarà possibile, per Denise, Greg, Audrey e Brian, sopravvivere ai giganteschi predatori, e nel frattempo venire a capo dell’incubo in cui sono precipitati, per cercare una possibile via d’uscita?

L’onestà dell’operazione

La fine di Oak Street, Maisy Stella e Christian Convery inseguiti da un feroce dinosauro
La fine di Oak Street, Maisy Stella e Christian Convery inseguiti da un feroce dinosauro

La trama de La fine di Oak Street – così come gli stessi poster che sono stati diffusi prima dell’uscita – promette esattamente il tipo di intrattenimento che il film riesce a dare: in questo senso, un pregio che possiamo ascrivere a questo nuovo lavoro di David Robert Mitchell è quello di non voler mai “barare”, evitando di dichiarare ambizioni più alte di quelle che poi mostra. Si può serenamente (per il momento, e in attesa del sequel) dimenticare It Follows, quindi – ma anche le ambizioni da thriller “sociale” del poco apprezzato Under the Silver Lake: siamo di fronte, qui, a un monster movie hollywoodiano a budget medio-alto, realizzato con l’impeto – e il fare divertito e un po’ cazzone – dei b-movie anni ‘70-’80, di cui vengono ripresi gran parte dei topoi oltre ai “segni” dell’ambientazione. Se va certamente apprezzata l’onestà intellettuale dell’operazione, quindi – che tuttavia non impedisce alla sceneggiatura di delineare personaggi che, nella loro semplicità, mostrano buona credibilità e discreto spessore – una criticità che si può riscontrare in La fine di Oak Street sta semmai nel carattere un po’ pretenzioso (e poco funzionale) dell’ambientazione stessa: Mitchell dissemina nel film segni che evidenziano e sottolineano il setting eighties della storia (le canzoni pop-rock d’epoca, i poster di Star Wars e del primo Superman, le Polaroid) ma poi con questa stessa ambientazione sceglie di non farci granché; al di là di un simpatico proto-selfie scattato con la stessa Polaroid in una scena (digressione anche acuta su una certa smania di apparire, pur nel pericolo, a cui le generazioni passate non erano immuni) la storia avrebbe potuto, tranquillamente e con pochi correttivi, stare in piedi anche nel presente. Forse persino in modo più efficace.

Un setting, e dei riferimenti, un po’ pretestuosi

La fine di Oak Street, Anne Hathaway, Maisy Stella, Jordan Alexa Davis e Christian Convery in una scena del film
La fine di Oak Street, Anne Hathaway, Maisy Stella, Jordan Alexa Davis e Christian Convery in una scena del film

La scelta del setting temporale, così, sembra legata maggiormente all’onda lunga nostalgica post-Stranger Things che ancora caratterizza gran parte dell’industria audiovisiva attuale; una sensazione fortemente confermata dalle prime sequenze che coinvolgono i due giovani protagonisti, col loro gruppo di amici, lo scontro con una banda rivale e le immancabili corse in bicicletta. Sembra, all’inizio di La fine di Oak Street, di ritrovarsi di fronte a un’opera dalla forte impronta kinghiana, con un’enfasi sui rituali dell’infanzia che successivamente, tuttavia, viene del tutto messa da parte. Proprio questo evidente scollamento narrativo (o meglio, questa rivelata pretestuosità di certi spunti inseriti nella trama) segna forse il limite più forte per questo comunque piacevole lavoro di David Robert Mitchell; La fine di Oak Street – coerentemente con un plot che parla di viaggi nel tempo e mostri preistorici – sembra inizialmente essere anche e soprattutto un’opera centrata sull’infanzia, tale da parlare (in modo sostanziale) al bambino interiore di chi guarda; bambino che magari non disdegna di vedere qua e là qualche sbudellamento (inseriti invero in modo piuttosto generoso, visto il target generalista dell’operazione), nonché qualche svolta narrativa brutale, che colpisce proprio per il suo giungere inatteso, oltre che per la sua cattiveria. Invece, i personaggi di Audrey e Brian finiscono per passare rapidamente sullo sfondo, mentre il discorso sulla famiglia borghese sotteso all’intera trama – col suo ricompattarsi di fronte alla minaccia – (ri)mette in primo piano la componente adulta. Pazienza: limiti “fisiologici” e contingenti a parte, quello di David Robert Mitchell è un popcorn movie che, come si diceva, raggiunge agevolmente gran parte dei suoi obiettivi. Perfetto per sopravvivere con “freschezza” a una seconda parte di estate che si preannuncia (ahinoi) soffocante almeno quanto la precedente.

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Locandina

La fine di Oak Street, la locandina italiana del film

Gallery

Scheda

Titolo originale: The End of Oak Street
Regia: David Robert Mitchell
Paese/anno: Stati Uniti / 2026
Durata: 110’
Genere: Horror, Avventura, Fantascienza, Thriller
Cast: Anne Hathaway, Ewan McGregor, P.J. Byrne, Christian Convery, Andrea Frankle, Bethany Anne Lind, Chris Coy, David Alexander Kaplan, Denitra Isler, Anne Gee Byrd, Callie McClincy, Christopher A. Martin, Douglas R. Weiss e con: Emily Kuroda, Grayson Thorne Kilpatrick, Hudson Meek, Hugo Silver, Isabella Aparicio, Johann Mikaiel, Jordan Alexa Davis, Maisy Stella, Marian Green, Michael-Christian Moore, Pilot Bunch, Savanna Renee, Scott Andersen, Scott Deal, Simms May, Trenton Schillinger, Walker Russell
Sceneggiatura: David Robert Mitchell
Fotografia: Mike Gioulakis
Montaggio: John Axelrad
Musiche: Michael Giacchino
Produttore: David Robert Mitchell, J.J. Abrams, Matt Jackson, Tommy Harper, Hannah Minghella
Casa di Produzione: Bad Robot, Jackson Pictures
Distribuzione: Warner Bros.

Data di uscita: 12/08/2026

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Giornalista, critico cinematografico, saggista. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it, Quinlan.it, Cineclandestino.it e Sul Palco. Dal 2018 al 2023 sono stato consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Ho partecipato ai volumi collettivi "Le forme della violenza. Cinema e dintorni" (Edizioni Efesto, 2018), "Almanacco TUPS. Nuovi disturbi autistici" (LEM Libraria, 2022) e "La triade dell'autismo. Etica, epistemologia, attivismo" (LEM Libraria, 2024). Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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