THE LAST HOUSE
Buon prodotto di genere dalle ambizioni, forse, più alte del dovuto, tentativo di Netflix di rilanciarsi (anche) in campo cinematografico, The Last House funziona soprattutto grazie al solido mestiere del regista Louis Leterrier, peccando tuttavia di una scrittura incerta e scollata; a una prima parte quasi intima – che riecheggia smaccatamente il vissuto del lockdown degli anni 2020-2021 – segue uno sviluppo in chiave survival fantasy che non riesce a mantenere del tutto le sue promesse. Comunque, un prodotto emblematico del presente (non solo) della piattaforma, e il possibile inizio di un nuovo franchise.
Il giorno che ha iniziato a piovere
Orfana del suo titolo “identitario” per eccellenza, ovvero Stranger Things, delusa dall’accoglienza di un franchise cinematografico su cui aveva puntato molto come quello di Rebel Moon di Zach Snyder (due capitoli tanto visti quanto mal recepiti a livello critico, di qua e di là dall’oceano), Netflix è evidentemente in cerca di nuovi titoli forti – anche in ambito cinematografico – per rilanciare la sua immagine e (soprattutto) il suo parco-abbonati. In questo senso, l’uscita di questo The Last House ha rappresentato sicuramente un’operazione interessante, sia per l’originale campagna di marketing che lo ha accompagnato – che a Los Angeles ha visto addirittura un curioso esempio di “cartellone vivente”, con un uomo rinchiuso all’interno di un’installazione pubblicitaria – sia par un battage pubblicitario che di suo ha permesso di sfruttare, in piccolo, l’onda lunga del rinnovato interesse per un certo tipo di fantascienza, favorito anche dall’uscita del recente, spielberghiano Disclosure Day. Il pubblico, almeno nella prima settimana di streaming, sembra aver risposto come ci si aspettava, facendo balzare il film di Louis Leterrier al primo posto nella classifica dei film più visti sulla piattaforma; non altrettanto ha fatto la critica, che pur riconoscendo il livello produttivo mediamente più alto degli altri titoli netflixiani – e pur lodando le buone prove attoriali di Wagner Moura e Greta Lee – ha generalmente risposto con freddezza a questa strana, curiosa parabola familiare in salsa thriller/sci-fi, miscuglio di generi e atmosfere non sempre calibratissimo. Non calibratissimo, ma neanche totalmente da buttare, a nostro avviso.
C’è qualcosa nella pioggia

La premessa di The Last House è semplice e accattivante, di quelle che fanno venire in mente le storie (soprattutto brevi) di certa narrativa di Stephen King – quella che sa far collidere al meglio quotidianità e improvvisa irruzione della minaccia sovrannaturale: la famiglia Delgado, composta da Jason, Ann e dai figli Ruth e Graham (rispettivamente 8 e 12 anni) si ritrova improvvisamente e inspiegabilmente bloccata in casa, dopo un forte temporale che ha colto di sorpresa anche i meteorologi. La mattina successiva al temporale, porte, finestre e qualsiasi altra via d’uscita dall’abitazione risultano misteriosamente bloccate; come se uno strano tipo di colla le avesse rese resistenti a qualsiasi tentativo di apertura. Gli stessi tentativi di infrangere le finestre si rivelano vani; mentre le connessioni telefoniche e quelle di rete risultano a loro volta non funzionanti, i Delgado scoprono che anche i vicini si trovano nella stessa, inquietante situazione; a quanto pare, tutti gli abitanti del quartiere – e, come presto diventerà chiaro, anche quelli dei quartieri e delle città circostanti – sono impossibilitati a lasciare le loro abitazioni, o comunque i luoghi in cui si trovavano all’inizio del temporale. Mentre le comunicazioni tra vicini diventano possibili solo attraverso cartelli scritti, e iniziano a moltiplicarsi le ipotesi sull’origine del fenomeno (alieni? complotto governativo? contaminazione biologica?), i Delgado decidono di approfittare del confinamento forzato per stare in famiglia e dedicarsi alle attività domestiche e ricreative, fiduciosi che prima o poi il mistero sarà svelato e il problema risolto. Ma l’attesa potrebbe rivelarsi più lunga del previsto; e le “quattro mura” divenute prigione potrebbero non bastare, malgrado tutto, per proteggere la famiglia dall’oscura minaccia che sembra aggirarsi all’esterno.
Dal lockdown all’Apocalisse

È un’opera strana, The Last House, principalmente per il suo essere divisa – probabilmente in modo involontario – in due parti che paiono quasi due film diversi; una prima frazione in cui il tema dell’isolamento forzato si fa evidentissima metafora del lockdown che la popolazione mondiale ha vissuto tra il 2020 e il 2021 (e finisce per riecheggiare anche quel “lockdown silenzioso” a cui, in questi giorni di caldo estivo anomalo, siamo parimenti condannati); e una seconda frazione in cui l’elemento fantastico, man mano digradente verso atmosfere sempre più marcatamente horror, diviene preponderante, dando al film una chiara matrice da survival movie. Per uno strano (ma forse non troppo) gioco di coincidenze temporali, la situazione di partenza – un sonnolento sobborgo americano trasformato in teatro di accadimenti inspiegabili, i più familiari luoghi della quotidianità che diventano una trappola – fa venire anche in mente il nuovo film di David Robert Mitchell appena uscito in sala, il thriller di marca sci-fi (parimenti dalla forte componente survival) La fine di Oak Street. Ma se il film di Mitchell si presenta fin dall’inizio come un efficace divertissment a base di azione, creature preistoriche e qualche brivido al sangue, il lavoro di Louis Leterrier sembra esibire insieme una complessità maggiore e ambizioni più alte; mentre la prima frazione, in gran parte dialogata, consente al regista di approfondire le relazioni tra i personaggi e porre le basi (anche psicologiche) per il successivo sviluppo dell’azione, la seconda parte fa sbandare la storia verso un misto del M. Night Shyamalan più “messianico” e dello Steven Spielberg meno conciliante (c’è persino un rimando, piuttosto esplicito, al cult Poltergeist – Demoniache presenze). Così, nella seconda ora di The Last House la scansione temporale in giorni – e la stessa voice over che aveva introdotto la storia – finiscono per acquisire un ruolo più che meramente esornativo, mentre la citazione dello scrittore Arthur C. Clark che avevamo letto a inizio film (“Quanto è inappropriato chiamare questo pianeta Terra, quando è chiaramente Oceano”) acquista senso e collocazione narrativa.
Acqua che distrugge, rigenera e (forse) fa nascere nuove storie

L’evidente mancanza di compattezza narrativa, il contrasto stridente tra i toni delle sue diverse componenti (all’intimità, a tratti da commedia, della prima parte, subentra un incerto afflato apocalittico) sono tra i problemi più evidenti di The Last House, insieme ad alcune ingenuità di sceneggiatura che a tratti – in modo piuttosto smaccato – mettono a dura prova la sospensione dell’incredulità. La sceneggiatura, nel voler rincorrere un modello di fantastico “elevated” con venature filosofiche, sembra in difficoltà proprio nel tener fede alle sue ambizioni; così, il tema della casa che può divenire rifugio degli affetti ma anche trappola, luogo di cura ma anche corpo da curare (le minacciose crepe che si allargano sempre più, e però potrebbero anche rappresentare un’ancora di salvezza) non viene portato avanti fino in fondo, alcune incongruenze (le tende da chiudere solo quando i protagonisti se ne ricordano, l’assurda corsa alla ricerca di medicinali verosimilmente scaduti da anni, l’acqua piovana a volte tossica, a volte no) riescono troppo difficili da mandare giù, e a tratti (ci si consenta l’ironia piuttosto ovvia) viene fin troppo facile pensare a una narrazione che letteralmente fa acqua da tutte le parti. È un peccato, perché The Last House, nella buona confezione e nel vigore della regia (e soprattutto in alcune riuscite sequenze: tra queste, il lungo inseguimento subacqueo, e la parte finale quasi da disaster movie) ha in realtà diverse frecce al suo arco; merito del solido artigianato di un regista che, dall’esordio di The Transporter passando per il recente Fast X, ha sempre mostrato di sapere come mettere in scena il mix di azione e brividi che caratterizza titoli come questo. È purtroppo, nel caso specifico, il livello della scrittura a latitare, un livello che ha finito comunque per attirare sul film di Louis Leterrier critiche (questo possiamo dirlo) a volte ingenerose. Comunque (e malgrado tutto) le strade per un possibile, nuovo franchise, sembrano decisamente aperte. E, da parte nostra, non possiamo nascondere una certa curiosità.
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Scheda
Titolo originale: The Last House
Regia: Louis Leterrier
Paese/anno: Regno Unito, Stati Uniti / 2026
Durata: 112’
Genere: Horror, Fantascienza, Thriller
Cast: Wagner Moura, Greta Lee, Sam Lerner, Arden Cho, Audrey Anderson, Emma Ho, Eveline Reynolds-Boison, Felicity Bown, Gabriel Barbosa, Gabriel Chung, Jed Aukin, Lewis Goody, Mark Noble, Nancy Baldwin, Nick Bond, Noah Alexander Sosnowski, Oliver Henry Arnold, Riley Chung, Sid Edwards, Tawny Fontana
Sceneggiatura: Matthew Robinson
Fotografia: Pål Ulvik Rokseth
Montaggio: Adam Gough
Musiche: Yair Elazar Glotman
Produttore: Peter Chernin, Jenno Topping, Kori Adelson, Oly Obst, Louis Leterrier
Casa di Produzione: Chernin Entertainment, 3 Arts Entertainment, Rocket Science, Thank You Pictures, Carousel Studios
Distribuzione: Netflix
Data di uscita: 07/08/2026

