ROBIN HOOD – IL PREZZO DEL SANGUE

ROBIN HOOD – IL PREZZO DEL SANGUE

Ci voleva certamente coraggio, per scrivere e dirigere un film come Robin Hood – Il prezzo del sangue. Un coraggio che il regista Michael Sarnoski ha dimostrato non tanto, e non solo, nella trasformazione di un’icona popolare in crudele assassino; ma anche e soprattutto nella confezione di un’opera che, nel suo dichiarato afflato mainstream, e dopo una violenta prima parte, risulta in larga misura contemplativa e anti-spettacolare.

La redenzione (im)possibile

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Uscito nelle sale italiane quasi in sordina, dopo i non esaltanti risultati ottenuti al botteghino d’oltreoceano, questo Robin Hood – Il prezzo del sangue (in originale un più pertinente The Death of Robin Hood) è sicuramente un film coraggioso. Coraggioso non tanto, e non solo, per l’annunciata rilettura della leggenda originale in chiave cupa e “nera”, per la trasformazione dell’eroe popolare per eccellenza in un crudele bandito, o per la violenza a tratti estrema di cui trasudano molte sequenze del film diretto da Michael Sarnoski. Questi elementi, in questa reinterpretazione dell’epopea del celebre fuorilegge – qui colto in una versione più anziana che ha il volto di Hugh Jackman – si sommano a una struttura che colpisce ancor più per il suo carattere, in un certo senso, anti-spettacolare: non è solo la trasformazione di Robin in un “cattivo” che ci suggerisce, durante la visione, di dimenticarci le versioni di Errol Flynn, Kevin Costner, e persino quella più “muscolare” e discussa di Ridley Scott: è proprio l’afflato avventuroso ed epico che informava gran parte delle reinterpretazioni più note della vicenda, col loro taglio “morale” e l’ovvio manicheismo, a essere messo qui radicalmente in questione. Il film di Sarnoski (di lui ricordiamo il dramma Pig, e il recente, interessante prequel A Quiet Place – Giorno 1), dopo una furiosa, violentissima prima frazione, rivela infatti il suo vero volto di dolente ballata; una ballata – costruita sulla base di quella stessa Robin Hood’s Death, risalente al XVII secolo, che finora era stata pochissimo considerata dal cinema – che sembra invitare tanto i suoi personaggi, quanto gli stessi spettatori, ad abitare diversamente il mondo che mette in scena: con quella lentezza, cioè (contraltare plastico della violenza della prima parte) che si conviene a una storia crepuscolare, in cui il clangore delle spade, e il sangue versato dai dardi che sfrecciano, cedono il passo alla contemplazione, e alla quieta evocazione di un’altra, (im)possibile esistenza.

La furia e la quiete

Robin Hood - Il prezzo del sangue, Hugh Jackman in una drammatica sequenza del film
Robin Hood – Il prezzo del sangue, Hugh Jackman in una drammatica sequenza del film

In questo senso, un film come Robin Hood – Il prezzo del sangue è abile anche nello sviare, in certa misura, le stesse aspettative dello spettatore che assiste alla sua prima mezz’ora: l’avvio del film, immerso nelle scenografie di una brughiera cupa quanto fascinosa, con l’introduzione del tormentato fuorilegge e la prima, brutale uccisione che ci mostra, ci introduce a un setting che sembra parente di quello di The Northman di Robert Eggers: sangue, fango, fuoco e vendetta sembrano farla da padroni, nell’avvio del film di Michael Sarnoski, che ci mostra un Robin Hood braccato – nonché tormentato dai suoi stessi crimini e talmente stanco da desiderare, inconsapevolmente, la morte – riunirsi col suo vecchio compagno di scorribande Little John (un efficace, quasi irriconoscibile Bill Skarsgård). In nome dell’antica amicizia che lega i due, il vecchio fuorilegge accetta di aiutare il sodale nella pericolosa impresa di liberare sua moglie Margaret e sua figlia dai vecchi proprietari della fattoria di cui l’uomo si era, a suo tempo, impadronito. I successivi, sanguinosi sviluppi della vicenda porteranno un Robin gravemente ferito presso il priorato di St. Clement, dove verrà assistito dall’enigmatica priora Brigid (Jodie Comer). Qui, nella quieta contemplazione indotta dal luogo di cura, e nell’incontro con un enigmatico lebbroso, il vecchio fuorilegge finirà per intravedere – pur nebulosamente – la possibilità di una vita diversa da quella che aveva finora conosciuto; ma il passato, ovviamente, non lo lascerà andare tanto facilmente.

Dannazione o redenzione?

Robin Hood - Il prezzo del sangue, Jodie Comer e Hugh Jackman in una scena del film
Robin Hood – Il prezzo del sangue, Jodie Comer e Hugh Jackman in una scena del film

La furia visiva, l’impatto estremamente fisico della prima parte di Robin Hood – Il prezzo del sangue si stempera quindi, gradualmente, in una vicenda dolente e contemplativa, tutta giocata sui dialoghi così come sui silenzi, sulla condivisione sempre più benvenuta degli spazi, nonché su una recitazione in cui il corpo conta almeno nella stessa misura (e anche più, nel caso del lebbroso interpretato da Murray Bartlett) della voce e dell’espressività. Uno sviluppo in cui la ricercata epica dell’(anti)eroe cede il passo all’impossibile – eppure necessaria – ricerca di redenzione; e in cui la spiritualità cristiana di cui la storia, malgrado tutto, resta impregnata (quella spiritualità che, per il tormentato protagonista, porta con sé la muta promessa della dannazione eterna) si amplia verso un afflato misterico e universale che ha il suo centro nell’antica location del priorato: già luogo sacro, come spiegato dal personaggio interpretato da Jodie Comer, tanto per gli antichi druidi, quanto per i successivi conquistatori romani. Pur tenendoci lontani dalla tentazione dello spoiler, possiamo dire che una delle caratteristiche più interessanti del film di Michael Sarnoski è proprio la sua scelta di rallentare, di farsi contemplativo e quasi teatrale – invitando lo spettatore a entrare in un’empatia più profonda, e duratura, coi suoi personaggi – proprio laddove ci si aspetterebbe al contrario il pegno (esplicito e grafico) all’eterno ritorno della logica della violenza, del tributo di sangue, di una faida le cui ragioni si sono ormai perse nelle nebbie del tempo. In questo senso, la presentazione dolente del protagonista, il suo malinconico inseguire (specie nel rapporto col personaggio della giovanissima Little Margaret) una redenzione fuori tempo massimo, diventano parte del tratteggio, in controluce, di un mondo in cui la violenza è, più che un’opzione, un elemento costitutivo. Costitutivo, ma non tale da lasciare l’individuo del tutto privo di margini d’azione.

Nicchie d’autore

Robin Hood - Il prezzo del sangue, Hugh Jackman con Faith Delaney in una scena del film
Robin Hood – Il prezzo del sangue, Hugh Jackman con Faith Delaney in una scena del film

Lo scarso riscontro di pubblico ottenuto da Robin Hood – Il prezzo del sangue (ma, a nostro avviso, anche la freddezza di parte della critica) va quindi imputato principalmente alla peculiare rilettura di una leggenda codificata, tale da “tradire” l’immaginario che la costituisce su più livelli: quello del manicheismo originale di cui era originariamente impregnata, quello di un’epica ridotta a deliberata bugia – forse una bugia “bianca”, come diverrà chiaro nel corso della storia, ma pur sempre bugia; ma anche quello di un annunciato climax che finisce per negare deliberatamente se stesso, per portare un dramma di cui ben conosciamo l’esito (come annunciato dallo stesso spoiler contenuto nel titolo originale) verso una direzione inattesa che ha il sapore della rivelazione. Un approccio che – ci si perdoni il paragone apparentemente fuori contesto, ma forse non troppo – ci ha ricordato quello che, oltre dieci anni fa, un regista in apparenza altrettanto lontano dal soggetto a cui si approcciava come Bill Condon, utilizzò per dirigere il suo Mr. Holmes – Il mistero del caso irrisolto (2015): un’altra icona colta al crepuscolo, il passato che parimenti ritornava, un altro personaggio scolpito nell’immaginario popolare che (ri)acquistava spessore e, soprattutto, autentica umanità. Riletture d’autore destinate parimenti a rimanere opere di nicchia, ma nondimeno con solidissime e resistenti ragioni d’esistere.

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Locandina

Robin Hood - Il prezzo del sangue, la locandina italiana del film

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Scheda

Titolo originale: The Death of Robin Hood
Regia: Michael Sarnoski
Paese/anno: Stati Uniti / 2026
Durata: 122’
Genere: Drammatico, Avventura, Thriller
Cast: Bill Skarsgård, Noah Jupe, Hugh Jackman, Clive Russell, Jodie Comer, Elijah Ungvary, Faith Delaney, Murray Bartlett, Alfie Lawless, Amy McElhatton, Andrew McCracken, Asher de Silva, Beau Thompson, Fintan Shevlin, Jade Croot, Katie Breen, Maeve Connelly, Maggie Hayes, Michael Hanna, Richie Wilson, Tabitha Smyth
Sceneggiatura: Michael Sarnoski
Fotografia: Pat Scola
Montaggio: Andrew Mondshein
Musiche: Jim Ghedi
Produttore: Aaron Ryder, Paul Barry, Hugh Jackman, Andrew Swett, Alexander Black
Casa di Produzione: Lyrical Media, Ryder Picture Company
Distribuzione: I Wonder Pictures

Data di uscita: 12/08/2026

Trailer

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Giornalista, critico cinematografico, saggista. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it, Quinlan.it, Cineclandestino.it e Sul Palco. Dal 2018 al 2023 sono stato consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Ho partecipato ai volumi collettivi "Le forme della violenza. Cinema e dintorni" (Edizioni Efesto, 2018), "Almanacco TUPS. Nuovi disturbi autistici" (LEM Libraria, 2022) e "La triade dell'autismo. Etica, epistemologia, attivismo" (LEM Libraria, 2024). Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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