CAMP MIASMA: ADOLESCENZA, SESSO E MORTE

CAMP MIASMA: ADOLESCENZA, SESSO E MORTE

Terzo film di Jane Schoenbrun, già apprezzata apertura della sezione Un Certain Regard di Cannes 2026, Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte è una potente, sensuale ricognizione – insieme consapevole e divertita – sull’horror/slasher di ieri e di oggi; un’esplorazione delle possibili declinazioni del genere nel segno del queer e del non conforme, e soprattutto della sua connaturata irriducibilità a qualsiasi codice. Che sia teorico, accademico o di mercato.

Questa piccola grande morte

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Se l’estate cinematografica, dalle nostre parti, è tradizionalmente la stagione dell’horror – almeno per quanto concerne le uscite in sala – spiace un po’ che proprio questa collocazione sia stata scelta per un’opera attesa, quanto atipica nel panorama del genere, come questo Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte – già apertura della sezione Un Certain Regard dell’ultimo Festival di Cannes, e vincitore della Queer Palm. Un film, quello di Jane Schoenbrun, che (ci si consenta la parentesi personale) chi scrive attendeva da almeno un anno: da quando, cioè, la visione del notevole Ho visto la tv brillare (2024) – seguita poi da quella dell’esordio della regista datato 2021, il dramma horror/creepypasta We’re All Going to the World’s Fair – aveva catalizzato il nostro sguardo su un’autrice che, con soli tre lungometraggi al suo attivo, si può dire abbia già sviluppato una precisa, personale e riconoscibilissima poetica. A ciò, si può senz’altro aggiungere l’interesse personale che chi scrive ha sviluppato, negli ultimi anni, per le frequentissime – ancorché spesso nascoste – intersezioni tra il mondo dell’horror e quello del queer, anche laddove queste abbiano assunto, storicamente, la forma di stereotipi più o meno negativi verso le soggettività chiamate in causa. Ed è proprio questa, principalmente, la scommessa concettuale che rende così affascinante un’opera come Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte: riscoprire (o meglio, rivelare – laddove è stata sempre presente e magari celata) la specifica queerness presente in un sottogenere come lo slasher: proprio quello che tradizionalmente – ma anche un po’ superficialmente – potrebbe essere identificato come filone cis-eteropatriarcale per eccellenza, regno del male gaze e di una visione del sesso (in definitiva) fortemente normativa e puritana. Una scommessa nel segno della decostruzione, da un’autrice che è stata a sua volta (per sua esplicita ammissione) divoratrice di quegli stessi classici del genere che qui vengono ripetutamente evocati: classici divorati, smontati e rimontati con lo sguardo onnivoro della persona cinefila, prima che con gli strumenti di analisi della critica, vissuti innanzitutto come esperienza fisica, corporea, sensuale.

Riannodare un filo rosso, anzi rossissimo

Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte, Hannah Einbinder in una suggestiva sequenza del film
Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte, Hannah Einbinder in una suggestiva sequenza del film

Slasher e queerness, quindi: un rapporto che – come già evidenziato, tra l’altro, nell’ottimo saggio di Javier Parra Scream Queer. La rappresentazione LGBTQIA+ nel cinema horror (2021) recentemente uscito in italiano per i tipi di Odoya – ha in realtà informato un po’ tutta la storia del filone, così come dei lavori ad esso collegati: dalla storica doppia identità del Norman Bates di Psycho (1960) alla fluidità ante litteram del serial killer de Il silenzio degli innocenti (1991), dall’indimenticato assassino con la parrucca bionda di Vestito per uccidere (1980) di Brian De Palma, al cult movie Sleepaway Camp (1983) – forse il vero film-chiave per la comprensione di un’opera come questo Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte. Il film di Jane Schoenbrun, infatti, si presenta innanzitutto come un meta-slasher, andando in questo a ricollegarsi esplicitamente al padre di questo specifico sotto-filone, ovvero il primo Scream (1996) di Wes Craven; ma l’operazione della regista americana è ovviamente più complessa e ambiziosa, sposta ancora più in là la decostruzione degli elementi fondanti del genere già messa in campo a suo tempo da Craven e dallo sceneggiatore Kevin Williamson, e la lega più specificamente a quell’elemento di ambiguità sessuale – componente diretta di quel mostruoso, e di quella dis-umanizzazione, che accomunano, da sempre, tutti gli assassini del genere – che proprio Sleepaway Camp aveva per primo portato alla luce in modo esplicito. E proprio da quella duplicità di interpretazioni possibili (transfobia o manifesto di liberazione?) a cui un film di pura exploitation come quello di Robert Hiltizik aveva dato (inconsapevolmente?) adito, Jane Schoenbrun sceglie qui di partire; per poi estendere e sviluppare quella stessa doppiezza in una ricognizione (teorica, ma non per questo meno viscerale e divertita) sul genere nel suo complesso e sul suo modo di parlare, nel 2026, a tutte le non conformità, le divergenze e le queeritudini possibili. Anche a quelle a cui magari i registi, sceneggiatori e produttori di allora nemmeno sapevano di rivolgersi.

Due donne e un risveglio

Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte, Hannah Einbinder e Gillian Anderson in un'immagine del film
Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte, Hannah Einbinder e Gillian Anderson in un’immagine del film

Lo spunto è semplice, a ben pensarci non del tutto nuovo: la giovane regista queer Kris (Hannah Einbinder) viene ingaggiata per rivitalizzare la storica saga horror/slasher di Camp Miasma, un tempo caposaldo assoluto del genere – tale da rivaleggiare con i franchise di Halloween, Venerdì 13 e Nightmare – ma ora praticamente dimenticata. La produzione si aspetta dalla cineasta un reboot in chiave più moderna e “inclusiva” (la famigerata parola woke ricorre più volte nella traccia audio originale) tale da attrarre anche un pubblico più giovane; Kris, però, decide di ripartire dalla storica protagonista del primo film, la final girl Billy Presley (Gillian Anderson) che ora vive reclusa nell’abbandonata location del campeggio che ospitò le riprese. Dopo un viaggio accidentato costellato da alcuni curiosi incontri, Kris arriva in una versione del Camp Miasma innaturalmente immersa nella neve, dove viene accolta dall’anziana ex attrice; “non sono una Norma Desmond dello slasher”, ci tiene a sottolineare lei, ma la sua apparizione – e i suoi (apparentemente) innocenti scherzi ai danni della scombussolata protagonista – ce la fanno apparire, per certi versi, anche più inquietante della decadente matrona di Viale del tramonto. Le due donne sembrano dapprima scontrarsi, separate non solo dal divario anagrafico e generazionale, ma anche e soprattutto da approcci radicalmente opposti alla materia cinematografica – a quella prodotta così come a quella fruita: riflessivo, accademico e “cerebrale” quello di Kris, di pancia, sensuale e “animalesco” quello della ex final girl. Eppure, la tensione lentamente si scioglie, evolve, si trasforma – dapprima sul piano artistico e umano e poi, infine, su quello sessuale. Sarà una visione condivisa del primo Camp Miasma a cementare lo strano legame tra le due donne; ma anche a (rischiare di) far collassare per sempre i confini tra cinema e vita, tra le delizie e gli orrori posti al di qua dello schermo e quelli immortalati dall’altra parte della macchina da presa, con al centro le sanguinarie gesta del killer Little Death.

La forza e la fluidità delle immagini (e dell’immaginario)

Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte, un'immagine del killer Little Death
Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte, un’immagine del killer Little Death

Abbiamo detto che Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte rappresenta non solo un’intelligente riflessione sul legame tra queerness – intesa nel senso più ampio di stranezza, obliquità e non conformità – ed estetica horror/slasher; ma che si inserisce anche in un percorso artistico, quello di Jane Schoenbrun, che la rende di diritto una vera autrice (con tanto di complimenti ricevuti da personaggi non proprio facili alle lodi dei colleghi più giovani, quali Martin Scorsese e – addirittura! – Paul Schrader). In questo senso, è senz’altro un peccato la mancata distribuzione in Italia dell’esordio della regista, il già citato, indipendente We’re All Going to The World’s Fair, così come la scarsa attenzione riservata allo stesso, più fortunato Ho visto la tv brillare (che condivide con questo film la presenza dell’attore Jack Haven); ma anche l’attuale assenza di notizie (ma speriamo di essere presto smentiti) su una possibile pubblicazione italiana dell’esordio letterario di Schoenbrun, il romanzo Public Access Afterworld – uscito lo scorso marzo in inglese, al momento solo in formato ebook – che dovrebbe chiudere la cosiddetta “screen trilogy” di cui fanno parte anche i due film appena citati. Un filo tematico – quello della riflessione sull’audiovisivo, sul potere dell’immagine e sulla sua capacità di forgiare o far emergere identità, forme e persino corpi – che attraversa invero anche Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte: anzi, qui è proprio l’immagine (e l’immaginario che questa genera e rigenera) a farla da padrone, a depositarsi dietro la retina (e nei neuroni) dopo aver impressionato la pellicola, ma anche a mostrare la sua incontenibile fluidità: un magma ribollente sempre pronto a ripensarsi, a nutrirsi delle ossessioni, dei desideri e delle paure di chi lo evoca, a fuoriuscire (letteralmente) dalla sua dimora in fondo al lago per un nuovo massacro; ma soprattutto per una nuova, ambita “piccola morte” (il nome del killer – eloquentemente mascherato con quadrati concentrici che richiamano un vecchio proiettore – ma anche un modo per indicare la fase culminante dell’orgasmo).

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Tra gender e genre

Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte, un'inquietante immagine del film
Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte, un’inquietante immagine del film

In questa nuova allegoria, insieme esaltante e terribile, sulla scoperta di un sé in perenne transizione (il concetto, centrale nel percorso artistico e umano di Jane Schoenbrun, viene qui approcciato più di lato, rispetto a quanto visto nel film precedente, ma in modo non meno pregnante) c’è tanto, tantissimo materiale, tale forse da rendere insufficiente una singola visione per coglierne l’eterogeneità: c’è lo sberleffo metacinematografico (affettuoso ma non meno sardonico) debitore del già menzionato Scream – ma anche del suo “padre spirituale” Nightmare – Nuovo incubo (1994), esplicitamente richiamato nei dialoghi – con un prologo a base di immagini di vecchie VHS e locandine che chiarisce fin da subito il terreno su cui ci si muoverà; c’è il confronto generazionale tra due diverse visioni dell’immaginario di genere, incarnate dalle due protagoniste, con la difficoltà di trovare un punto di incontro, ma anche la successiva scoperta di un’inaspettata complementarietà – quella di testa e corpo, di neuroni e istintualità – che si fa infine complicità artistica, umana e sessuale (in breve, amore, eros o libido in senso freudiano); c’è la consapevolezza (auto)riflessiva, da parte della regista, di muoversi in un ambito tematico/culturale (quello dei queer horror studies, campo accademico che esplora le intersezioni tra i due settori) che spesso dimentica la natura animalesca, “pericolosa” e inafferrabile dei suoi stessi oggetti di studio, la loro irriducibilità, come ci ricorda il personaggio di Gillian Anderson, a qualsiasi teorema precostituito. La loro natura, insomma, fatta di carne, sangue e fluidi corporei, di piccole e grandi morti. Irriducibile tanto alle teorizzazioni accademiche quanto alle formule algoritmiche, sempre oggetto di nuovi tentativi di appropriazione da parte di un’industria culturale rapace, che prova a mettere a frutto e depotenziare qualsiasi istanza da parte di soggettività marginalizzate, finanche le più radicali. Finché queste, di tanto in tanto, non le sfuggono di mano: risultandone in un’opera decentrata e geniale come Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte, celebrazione orgiastica, divertita e consapevole insieme, del potere immaginifico e (sempre) sensuale del cinema. Anche, e soprattutto, di quello di genere, meglio ancora se sospeso tra gender e genre.

Locandina

Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte, la locandina italiana del film

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Scheda

Titolo originale: Teenage Sex and Death at Camp Miasma
Regia: Jane Schoenbrun
Paese/anno: Regno Unito, Stati Uniti, Canada / 2026
Durata: 106’
Genere: Horror, Commedia, Drammatico
Cast: Gillian Anderson, Jack Haven, Jasmin Savoy Brown, Dylan Baker, Quintessa Swindell, Arthur Conti, Cassandra Ebner, Jess McLeod, Sarah Sherman, Amanda Fix, Aren Buchholz, Avalon Fast, Cherry Moore, Eva Victor, Florence Barrett, Freya Edwards, Hannah Einbinder, Henri Gillespi, Hunter Dillon, Jordana Summer, Kevin McDonald, Louise Weard, Nikki Bryce, Patrick Fischler, Ryan McEwen, Trevor Addie, Willy McGee, Zach Cherry
Sceneggiatura: Jane Schoenbrun
Fotografia: Eric K. Yue
Montaggio: Graham Mason
Musiche: Alex G
Produttore: Dede Gardner, Jeremy Kleiner
Casa di Produzione: Plan B Entertainment, Mubi
Distribuzione: MUBI

Data di uscita: 19/08/2026

Trailer

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Giornalista, critico cinematografico, saggista. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it, Quinlan.it, Cineclandestino.it e Sul Palco. Dal 2018 al 2023 sono stato consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Ho partecipato ai volumi collettivi "Le forme della violenza. Cinema e dintorni" (Edizioni Efesto, 2018), "Almanacco TUPS. Nuovi disturbi autistici" (LEM Libraria, 2022) e "La triade dell'autismo. Etica, epistemologia, attivismo" (LEM Libraria, 2024). Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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