MALDOROR
Ispirato al caso del Mostro di Marcinelle, Maldoror di Fabrice du Welz trasforma uno dei casi criminali più sconvolgenti della storia recente del Belgio in un thriller cupo caratterizzato da un paradosso: se la sua parte più riuscita è quella che racconta l’impotenza delle istituzioni, la parabola personale del suo protagonista, più dispersiva e meno equilibrata, sviluppa in modo più interessante il tema della perdita di fiducia nella giustizia, spostando il racconto verso l’ossessione e la giustizia privata. L’ambizione si scontra così con una durata eccessiva, l’accumulo di sottotrame e una svolta verso il complotto che ne indeboliscono l’impatto. Presentato in anteprima fuori concorso all’81a Mostra di Venezia, Maldoror arriva in sala due anni dopo la sua realizzazione.
Un trauma nazionale
Maldoror prende ispirazione da uno dei casi criminali più clamorosi del Belgio, quello di Marc Dutroux, responsabile del rapimento, della violenza sessuale e dell’omicidio di diverse giovani negli anni Ottanta e Novanta. Il caso provocò un profondo trauma nel Paese non soltanto per la brutalità dei crimini, ma anche perché mise in evidenza gravi problemi nell’efficacia delle forze dell’ordine e del sistema giudiziario. Fabrice du Welz, co-sceneggiatore insieme a Domenico La Porta, non realizza una ricostruzione fedele degli avvenimenti, ma li usa come punto di partenza per raccontare il fallimento delle istituzioni. Burocrazia, incompetenza, rivalità tra corpi di polizia e perdita di fiducia nello Stato diventano così gli elementi attraverso cui il film riflette anche sul modo in cui l’ossessione per la giustizia può trasformare chi cerca di combattere il male.
La porta chiusa

La domanda centrale di Maldoror non riguarda tanto chi sia il colpevole, quanto perché il sistema non riesca a fermarlo. Finché il film ruota attorno a questo interrogativo, dà il meglio di sé, costruendo una suspense fondata soprattutto su un senso di impotenza. L’Operazione Maldoror, organizzata per sorvegliare Marcel Dedieu (Sergi López), criminale sessuale chiaramente ispirato a Dutroux, permette a Du Welz di costruire una tensione fatta di pedinamenti, appostamenti, videocassette, testimonianze ambigue e luoghi sospetti, senza che nessuno degli indizi raccolti possa tradursi in un’azione efficace. La cantina diventa in questo senso un simbolo del film: tutti sembrano sapere che dietro quella porta potrebbe esserci qualcosa di terribile, ma nessuno riesce semplicemente ad aprirla. Il vero mostro, quindi, non è soltanto il criminale, ma un sistema incapace di agire quando dovrebbe farlo. Da questo punto di vista, Maldoror può ricordare Memories of Murder (2003) di Bong Joon-ho, dove l’indagine sul crimine diventa progressivamente anche il ritratto dell’impotenza e dei limiti delle istituzioni. La fotografia di Manu Dacosse, con i suoi colori grigi e rossi, gli ambienti industriali della periferia di Charleroi e la musica elettronica di Vincent Cahay contribuiscono a creare un’atmosfera sporca, claustrofobica e inquietante, in cui il male viene spesso lasciato fuori campo e non tutte le violenze vengono mostrate esplicitamente, scelta particolarmente apprezzabile, considerando la natura della vicenda reale. Lo spettatore deve così distinguere continuamente tra fatti, sospetti, testimonianze e piste potenzialmente false come in Zodiac (2007); ma se nel film di David Fincher l’ossessione nasce dal desiderio di conoscere la verità, in Maldoror Paul, il protagonista, vuole anche intervenire ed è proprio questa necessità di agire a renderlo progressivamente più pericoloso.
Il confine delle regole

Il problema principale emerge quando la pellicola sposta progressivamente il proprio centro dal fallimento collettivo alla storia personale di Paul Chartier (Anthony Bayon), personaggio inventato che permette a Du Welz di concentrare in un solo uomo la rabbia e l’impotenza di un intero sistema. Giovane, idealista e convinto che la legge possa proteggere le persone, Paul considera la Gendarmeria non soltanto un lavoro, ma un’identità e la possibilità di costruirsi una vita diversa da quella del proprio passato familiare. L’indagine diventa così progressivamente qualcosa di personale, ricordando per certi aspetti il commissario Matthäi de La promessa di Friedrich Dürrenmatt: sia Paul che quest’ultimo trasformano infatti un caso in una promessa personale, fino a non riuscire più a separare la ricerca della giustizia dalla propria identità. Tuttavia, mentre Matthäi rimane prigioniero di una ricerca razionale della verità, Paul reagisce al fallimento delle istituzioni sviluppando una crescente sfiducia nelle regole, fino a convincersi di essere l’unico disposto ad agire. Maldoror rischia così di suggerire che la risposta al fallimento della giustizia possa essere la giustizia privata, salvo poi mostrarne la pericolosità: Paul vuole combattere un sistema incapace di fermare il male, ma finisce per sostituire alla legge la propria idea di giustizia, fino a non distinguerla più dalla vendetta.
Dove finisce la legge

La durata di 155 minuti accentua i limiti di questa seconda parte, che accumula sottotrame e idee senza riuscire sempre a svilupparle fino in fondo. Il caso da risolvere, la famiglia di Paul, il suo passato, le rivalità tra le forze dell’ordine, la teoria della rete criminale e la crisi psicologica del protagonista non convivono sempre in maniera equilibrata. Anche il tono è a volte instabile con momenti da buddy movie in salsa poliziesca che si alternano a scene di forte violenza e ad atmosfere quasi da incubo pervase da venature orrorifiche. Alla fine, Maldoror rimane un film ambizioso, cupo e spesso potente, ma troppo dispersivo per sfruttare pienamente le potenzialità del materiale di partenza. Ha personalità, atmosfera, ottime interpretazioni e momenti di notevole tensione, ma con alcune scelte di trama e una trasformazione psicologica non sempre convincente che ne limitano l’impatto. Riesce comunque a porre una domanda inquietante su cosa succede ad un uomo quando perde completamente la fiducia nel sistema che dovrebbe garantire la giustizia. La risposta di Fabrice du Welz non è sempre sviluppata con la necessaria precisione, ma il percorso di Paul resta significativo: vuole combattere il mostro e finisce per assomigliargli, vuole proteggere la propria famiglia e sacrifica tutto alla propria ossessione, vuole ristabilire la giustizia e rischia di trasformarla in vendetta. È proprio in questa contraddizione, profondamente umana, che Maldoror trova la sua forza.
Locandina

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Scheda
Titolo originale: Maldoror
Regia: Fabrice du Welz
Paese/anno: Francia, Belgio / 2024
Durata: 155’
Genere: Drammatico, Poliziesco, Thriller
Cast: Jackie Berroyer, Alexis Manenti, Sergi López, Félix Maritaud, Mélanie Doutey, Alain Bellot, Alba Gaïa Bellugi, Anthony Bajon, David Murgia, Guillaume Duhesme, Laurent Lucas, Leonardo Raco, Lou Deleuze, Lubna Azabal, Angelina Casucci, Angelo Pacella, Béatrice Dalle, Ciprian Pantazi, Céline Robin, Epona Guillaume, Gaël Maleux, Janaïna Halloy Fokan, Michelina Cardazzone, Mohamed Bordji, Paul Richard Mathy, Robyn Fischetti, Rubia De Oliveira, Sarah Grosjean, Sarah Lefévre
Sceneggiatura: Domenico La Porta, Fabrice du Welz
Fotografia: Manu Dacosse
Montaggio: Nico Leunen
Musiche: Vincent Cahay
Produttore: Cassandre Warnauts, Jean-Yves Roubin, Manuel Chiche, Violaine Barbaroux
Casa di Produzione: The Jokers Films, RTBF, France 2 Cinéma, Frakas Productions
Distribuzione: Movies Inspired
Data di uscita: 20/08/2026

