HER PRIVATE HELL

HER PRIVATE HELL

Con Her Private Hell, Nicolas Winding Refn porta all’estremo la propria poetica, privilegiando l’estetica per esplorare svariate tematiche che vanno dal tema della paternità e della perdita a quello dell’identità, dello sguardo e dell’oggettificazione. Tutto questo finisce per sacrificare lo sviluppo narrativo, rischiando di riprodurre ciò che vorrebbe criticare e soprattutto di trasformarsi in un manierismo fino a se stesso. Le ossessioni di Refn diventano così un’esperienza percettiva estrema, coinvolgendo lo spettatore nello stesso “inferno” del film. Già prima mondiale fuori concorso al Festival di Cannes, il film arriva nelle sale italiane dal 30 settembre 2026.

Oltre la narrazione

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Con Her Private Hell, Nicolas Winding Refn porta all’estremo la propria concezione cinematografica, raccontando le vicende di Elle (Sophie Thatcher) e K (Charles Melton), due personaggi apparentemente appartenenti a film diversi, ma accomunati dallo stesso tema della paternità e, soprattutto, della paura della perdita. Elle è infatti una giovane attrice immersa in un mondo fatto di cinema, fama, lusso e immagini, ma soprattutto prigioniera del rapporto soffocante con il padre Johnny Thunders (Dougray Scott), al tempo stesso genitore, regista e figura di potere. K è invece alla ricerca della figlia, convinto che sia stata rapita da Leatherman (Jason Hendil-Forssell), una figura omicida al centro di una leggenda che, forse, tanto leggenda non è… Se in Drive (2011) la stilizzazione conviveva ancora con una struttura narrativa solida, nei lavori successivi (Solo Dio Perdona, The Neon Demon) Refn ha progressivamente sacrificato la narrazione in favore di immagini, colori, musica, corpi e sensazioni. La sceneggiatura di Her Private Hell, scritta dallo stesso Refn insieme a Esti Giordani, porta quindi questo processo all’estremo, trasformando il film quasi in un manifesto della sua poetica.

Paternità e perdita

Her Private Hell, Sophie Thatcher in un'immagine del film
Her Private Hell, Sophie Thatcher in un’immagine del film

Dentro uno spazio deformato rappresentato da una città che assomiglia più ad un limbo sospeso tra sogno e incubo, Refn costruisce il suo sistema di figure paterne. Johnny trasforma Elle in un’immagine, in un prodotto da osservare e controllare, accentuando quella dimensione di prigionia che attraversa l’intero film. K rappresenta invece la direzione opposta essendo un padre disposto ad attraversare un mondo sempre più simile a un inferno pur di ritrovare la figlia scomparsa. A completare questo quadro c’è Leatherman, possibile degenerazione mostruosa della stessa idea di paternità. Ne emerge un triangolo della paternità (il padre egoista, quello protettivo e quello mostruoso) attraverso cui Her Private Hell vorrebbe trovare una profondità sorprendente dietro un’estetica fatta di neon, sangue e violenza e giocare sulla distinzione tra ambiguità e incompiutezza, mistero e confusione, forma e contenuto, vittima e carnefice. Il problema è che questo triangolo viene raccontato attraverso una ricerca formale all’interno della quale anche le numerose sottotrame (Elle e Johnny, Dominique, Hunter, Nico, K, Leatherman, la Yakuza, Candy Floss e il mondo soprannaturale) non ricevono sempre lo sviluppo necessario.

Quando la forma diventa l’inferno

Her Private Hell, Havana Rose Liu, Sophie Thatcher e Kristine Froseth in un'immagine del film
Her Private Hell, Havana Rose Liu, Sophie Thatcher e Kristine Froseth in un’immagine del film

Refn chiede infatti allo spettatore di smettere di domandarsi dove stia andando la storia e di lasciarsi trasportare dalle immagini. La frammentarietà di Her Private Hell può quindi diventare ipnotica, ma restituisce soprattutto l’impressione di un vuoto narrativo mascherato da profondità. Questa stessa tensione emerge ulteriormente in tutta una serie di intuizioni potenzialmente interessanti, ma che il regista danese tende a ribadire più che ad approfondire. Il tema della rappresentazione, anzitutto: ogni personaggio vive attraverso un’immagine che non coincide mai del tutto con la persona reale. Elle è un’attrice, Hunter (Kristine Froseth) vuole diventarlo, Dominique (Havana Rose Liu) è insieme ex amante, matrigna, rivale e oggetto del desiderio, mentre Johnny trasforma la propria figlia in un’immagine cinematografica che sembra non limitarsi a vivere nel mondo del cinema, ma quasi dentro un film. Manichini, specchi, fotografie rafforzano un’immagine capace di sopravvivere alla persona, come se l’inferno del titolo fosse proprio un mondo in cui le immagini valgono più degli individui e in cui guardare significa desiderare, controllare e possedere, ma anche essere sottoposti allo sguardo altrui. E in questa idea emerge una delle principali contraddizioni dell’opera: Her Private Hell rappresenta l’oggettificazione del corpo femminile, ma al tempo stesso la riproduce attraverso uno sguardo fortemente estetizzante. Le donne sono osservate e trasformate dalla macchina da presa in immagini, ma anche filmate come corpi bellissimi. L’ambiguità può essere intenzionale, ma non sempre si traduce in una riflessione incisiva proprio perché la pellicola sembra compiacersi proprio dell’estetica che vorrebbe criticare.

Refn contro Refn

Her Private Hell, Sophie Thatcher in una sequenza del film
Her Private Hell, Sophie Thatcher in una sequenza del film

Nicolas Winding Refn prende quindi tutte le proprie ossessioni e le porta al limite, cercando una riflessione sul rapporto tra immagine, identità e cinema che vada oltre il semplice esercizio di stile. Da questo punto di vista, Her Private Hell si avvicina ad un’altra pellicola arrivata recentemente nelle nostre sale, Resurrection: entrambe le opere appartengono a un cinema che mette in discussione la centralità della narrazione per trasformare il film in un’esperienza percettiva. Ma se Bi Gan costruisce una sorta di archeologia del cinema, riattivando linguaggi ed epoche differenti, Refn realizza invece una distillazione della propria filmografia filtrata attraverso il proprio immaginario. La firma stilistica rischia quindi di trasformarsi in maniera, così come l’inferno di Ellie non è soltanto qualcosa che le accade ma che rischia di diventare parte della sua identità. E così come la visione di Her Private Hell può esserlo per lo spettatore.

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Locandina

Her Private Hell, la locandina italiana del film di Nicolas Winding Refn

Gallery

Scheda

Titolo originale: Her Private Hell
Regia: Nicolas Winding Refn
Paese/anno: Stati Uniti, Danimarca / 2026
Durata: 109’
Genere: Horror, Fantascienza, Thriller
Cast: Sophie Thatcher, Charles Melton, Havana Rose Liu, Aoi Yamada, Hidetoshi Nishijima, Jason Hendil-Forssell, Lola Corfixen, Parker Sawyers, Shioli Kutsuna, Boy Ewald, Diego Calva, Dougray Scott, Kristine Froseth, Mark David Gosse
Sceneggiatura: Nicolas Winding Refn, Esti Giordani
Fotografia: Magnus Nordenhof Jønck
Montaggio: Matthew Newman
Musiche: Pino Donaggio
Produttore: Nicolas Winding Refn
Casa di Produzione: byNWR
Distribuzione: MUBI

Data di uscita: 30/09/2026

Trailer

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Laureato in archeologia ma sempre con pericolose deviazioni cinematografiche, tali da farmi frequentare dei corsi di regia e sceneggiatura presso il Centro Sperimentale di Cinematografia. Ho partecipato per alcuni anni allo staff organizzativo dell’Irish Film Festival presso la Casa del Cinema. Da qua, il passo per dedicarmi a dei cortometraggi, alcuni dei quali per il concorso “Mamma Roma e i suoi quartieri”, è stato breve, condito anche dalla curatela di un incontro intitolato “La donna nel cinema giapponese”, focalizzato sul cinema di Mizoguchi, presso il cineclub Alphaville. Pur amando ovviamente il cinema nelle sue diverse sfaccettature, sono un appassionato di pellicole orientali, in particolare coreane, che credo occuperanno un posto rilevante nei futuri manuali di storia del cinema.

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