IMPERIUM
Sergei Loznitsa (Due procuratori) rielabora e assembla incredibili materiali d’archivio girati da un gruppo di cineasti italiani nell’URSS tra il 1970 e il 1973. Imperium, Fuori Concorso a Venezia 83, è una riflessione sulla potenza dell’immagine e il rapporto tra verità e potere. Decisamente attuale.
Ieri, ma anche oggi
Questa è una storia in due parti. Tra il 1970 e il 1973, un gruppo di cineasti italiani, coordinati dall’antropologo Diego Carpitella – c’era anche Folco Quilici – viaggiò nei territori dell’allora Unione Sovietica per raccontarne, filmandoli, vita, cultura, costumi, tradizioni, sentimenti e atmosfere. La spedizione si proponeva di coprire, con la massima oggettività e nei limiti del possibile, una realtà trasversale, dal centro moscovita e pietroburghese (Leningrado, all’epoca) alle estreme periferie. Escludendo le produzioni autoctone a fini propagandistici non esiste, nella storia del cinema, un contributo altrettanto puntuale all’esplorazione dell’impero multinazionale sovietico dell’ampia mole di girato, 60 ore, conservata nell’archivio AAMOD (Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico).
Nel 2024 Sergei Loznitsa (Due procuratori), bielorusso di nascita ma ucraino per sguardo e formazione, ha l’occasione di visionarne una porzione. Rimane folgorato dalla ricchezza del materiale e sedotto da una possibilità stimolante. La certosina operazione di assemblaggio e sintesi del materiale – non si parli di rilettura – conduce, due anni più tardi, a un documento dall’ambiziosa durata (175 minuti) e sobriamente provocatorio – le immagini scorrono, senza talking heads o commenti a forzarne la prospettiva – chiamato Imperium, Fuori Concorso alla 83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia. È fuori e dentro il tempo. Il tempo passato, ma anche il presente.
La verità e l’URSS

Il triennio 1970-1973 è un tempo relativamente sonnolento per l’URSS. L’età è brezneviana da Leoníd Il’íč Bréžnev, segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica dal 1964 alla sua morte nel 1982. Un placido intermezzo: stabilità domestica, intensa burocratizzazione, spiccata corruzione, distensione nei rapporti con il blocco occidentale. Venire fuori da un periodo di generale tranquillità è un doppio vantaggio per Imperium. A monte, garantisce alla comitiva italiana libertà di movimento e uno sguardo abbastanza libero da condizionamenti – nei limiti dell’onnipresente sorveglianza di un regime autoritario – mentre a valle l’occasione è per l’occhio indagatore, politico e attento di Sergei Loznitsa: trovarsi faccia a faccia con la nuda verità, o quasi. La domanda attorno a cui ruota Imperium è: quanta verità può contenere un’immagine? Sergei Loznitsa coglie, nel girato, una parentesi di sincerità dalla propaganda, una tregua momentanea dall’asfissiante retorica. La natura silenziosa, composta, apparentemente innocua delle immagini esprime una purezza e una verginità inedite, a saperle leggere nel modo giusto. E il modo giusto, per Sergei Loznitsa, è un’apparente, assoluta, passività. È tutto nell’immagine. Non servono commenti. In realtà, l’assenza di un commento esteriore è di per sé un commento.
Dal centro alla periferia, per una verità oltre la retorica

Si parte dal centro, da Mosca imbandierata e assorbita dalla concitazione di una parata. Qui il controllo ideologico del partito e la pressione alla conformità raggiungono la massima intensità, e l’ideologia marxista leninista è: il folkore, il quotidiano, il senso della vita privata e pubblica. Poi si scivola verso le periferie settentrionali, orientali, meridionali, occidentali (europee, baltiche) e lo scenario cambia. Un mosaico di lingue, di culture, identità etniche (armene, azere, uzbeke, turkmene, georgiane, ucraine) tenute insieme dall’arbitrio di uomini in divisa e un patriottismo di maniera. Qui i diktat dell’autorità arrivano solo parzialmente a sovrapporsi alle specificità locali; non sono mai folklore, non sono mai quotidiano, non sono mai DNA. Il grande impero multinazionale mistifica sé stesso, fingendosi più compatto di quanto sia in realtà e camuffando la sua natura di stato imperialista e coloniale dietro una (bellissima) parvenza di libertà, dignità e giustizia sociale. Lo svelamento dell’illusione e delle contraddizioni del gigante dai piedi d’argilla è il segreto di un impassibile documentario che urla le sue verità politiche restando (apparentemente) in silenzio, facendosi bastare l’eloquenza delle immagini. Imperium è uno sterminato mosaico e ogni tesserina è un filmato, della durata di pochi minuti, sonorizzato da Sergei Loznitsa in maniera coerente al suo contenuto. È il resoconto estemporaneo di frammenti sovietici dei primi anni’70 – vita, lavoro, festa, celebrazioni, ricorrenze – e anche il senso, sempre più incisivo, dello scollamento fra l’apparenza delle ideologie e la verità.
Due verità in conflitto

Imperium è la storia di verità in conflitto. La verità delle parole, manipolate e ingannatorie, le parole degli uomini e del potere. E la verità dell’immagine, irriducibile a qualsivoglia maschera retorica o ideologizzante. Sergei Loznitsa non potrebbe muoversi diversamente da come sceglie di muoversi per il suo monumentale Imperium. Rivendica attraverso il documentario il primato di verità dell’immagine lasciata libera di esprimere il suo potenziale e denuncia le mistificazioni e le falsificazioni del Potere, e lo fa da regista: manipolando, tagliando, regolando, organizzando. Imperium è, insieme, una celebrazione dell’incredibile potenziale di verità dell’arte documentaria e una sottile, costruttiva, critica al modello. Le armi a disposizione non sono diverse da quelle usate dai grandi manipolatori sovietici; l’uso e la direzione dei meccanismi fanno la differenza. Da qui la deferenza e l’umiltà di un regista che sa mettersi di lato all’immagine e dell’immagine sa ascoltare, e restituire, la complessità dei discorsi. La lunga durata non aiuta lo spettatore, ma è necessaria. Permette a Imperium di rendere conto della vastità della realtà sovietica, della complessità dei problemi, e collega il racconto del passato all’illustrazione del presente. Per quanto il focus sia un paese lontano, un’ideologia morta e un mondo che a malapena riconosciamo, la tensione tra un centro russo autoritario e soffocante e le periferie che con quel centro hanno poco a che spartire, parla al presente. Alla quotidianità dell’ucraino Loznitsa, e alla quotidianità e di una guerra infinita, tra tensione nazionalista e mistificazioni. È l’ultimo livello di verità di un documentario anomalo per come riesce a mantenersi in equilibrio tra lucidità e furore politico. Oltre le sistematiche falsificazioni e gli inganni della storia, c’è sempre uno spiraglio che conduce alla verità. Il cinema, con la potenza dei suoi discorsi e i suoi limiti, è una guida insostituibile. L’impassibile Imperium lo mostra in più di un modo.
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Scheda
Titolo originale: Imperium
Regia: Sergei Loznitsa
Paese/anno: Lituania, Germania, Italia, Francia / 2026
Durata: 175’
Genere: Documentario
Sceneggiatura: Sergei Loznitsa
Montaggio: Sergei Loznitsa, Audinga Kučinskaitė
Musiche: Vladimir Tarasov
Produttore: Uljana Kim, Anne-Claire Martin, Giovanni Pompili, Philippe Bober
Casa di Produzione: AAMOD, Cineteca Nazionale, Luce Cinecittà, Studio Uljana Kim, Essential Filmproduktion, Kino Produzioni, Société Parisienne de Production, Arte France, Rai Cinema

