THE COMPLEX FORMS

THE COMPLEX FORMS

Piccolo “caso” cinematografico dell’indie italiano, già abbastanza noto tra gli appassionati, The Complex Forms, esordio cinematografico di Fabio D’Orta, apre la rassegna eXtramondi 4: un incubo dell’isolamento narrato in un algido bianco e nero, tra l’allegoria claustrofobica sulla (post)modernità e l’orrore metafisico che, quando si manifesta, non fa sconti.

Isolamento e orrore metafisico

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È stata sicuramente una scelta indovinata, quella di aprire questa quarta edizione della rassegna eXtramondi, dedicata al cinema indipendente italiano e in particolare a quello fantastico, con un titolo come questo The Complex Forms. Questo perché l’esordio registico di Fabio D’Orta, malgrado la sua produzione risalga ormai al 2023, è uno di quei “casi” del cinema indipendente italiano che – pur essendo già circolati, e avendo ottenuto riconoscimenti in varie manifestazioni italiane e internazionali – non hanno mai una “data di scadenza”. Non ce l’hanno, in primis, perché all’ampia circolazione nei circuiti indie (culminata nella prestigiosa vetrina del Torino Film Festival 2023, sezione Crazies) e al notevole passaparola tra gli appassionati, non ha ancora fatto riscontro, almeno al momento, un qualche tipo di distribuzione ufficiale, in sala o in streaming; e poi perché, diciamocelo pure, qui siamo in una situazione analoga al paradosso della filter bubble dei social network, e in generale dei circuiti indie; quella per cui, al (limitato) culto per un titolo da parte di un ristretto circolo di appassionati – non solo italiani, nella fattispecie – non ha (ancora) fatto riscontro una visibilità davvero ampia. E questo, per una rassegna come quella romana, che si propone in primis l’apertura al territorio e la diffusione del cinema indipendente di qualità, è un motivo sufficiente (diremmo: un ottimo motivo), per dare ulteriore visibilità a quest’opera prima: perché, sopra ogni altra considerazione, si tratta di un ottimo lavoro, denso e pregno di suggestioni, nonostante l’esiguità dei mezzi (soli 20.000 euro di budget) e la durata – in questo caso, invero, molto adeguata all’effetto ricercato – di soli 74 minuti.

Aspettando… cosa?

The Complex Forms, David White e Michele Venni in un'immagine del film
The Complex Forms, David White e Michele Venni in un’immagine del film

Il carattere metafisico dell’approccio al genere ricercato da The Complex Forms è evidente già dal prologo: un’auto in fiamme ripresa attraverso un vorticoso movimento di macchina, visione destabilizzante e volutamente priva di contesto, restituita in un algido bianco e nero (accompagnata dallo straniante commento sinfonico di Riccardo Amorese) che ci introduce al setting vero e proprio del film: una villa lussuosa in cui un uomo di mezza età (interpretato da David White) si appresta a siglare un imprecisato accordo, di cui inizialmente non ci vengono rivelati i dettagli. Solo successivamente, i contorni del singolare “patto” (messo nero su bianco attraverso la firma di un contratto) diventano chiari: l’uomo andrà ad unirsi a un folto gruppo di altri residenti – perlopiù a loro volta uomini di mezza età, soli e afflitti da difficoltà economiche – che hanno scelto di mettere a disposizione i propri corpi, dietro compenso economico, perché vengano posseduti per un tempo stabilito da imprecisate entità. Mentre attende, tra l’inquietudine e lo scetticismo, l’arrivo dei misteriosi “ospiti”, il protagonista fa la conoscenza di quelli che saranno i suoi due compagni di stanza: due fuggitivi parimenti privati di identità (personale e sociale), in attesa a loro volta di un evento che forse è solo un’invenzione di ricchi annoiati; l’ideazione psicotica dell’ennesima setta che fa leva tanto sulle difficoltà di fasce sempre più larghe di popolazione, quanto sulla naturale curiosità umana di fronte all’ignoto. Ma se non fosse così?

Il tuono che destabilizza e trasforma

The Complex Forms, un'immagine del film
The Complex Forms, un’immagine del film

Di The Complex Forms colpisce innanzitutto l’eleganza visiva, attraverso la quale il regista Fabio D’Orta riesce a volgere a suo favore i limitati mezzi di cui dispone. Il bianco e nero innaturalmente luminoso, segnato dall’uso frequente delle riprese in controluce, contribuisce da un lato a delineare il carattere onirico, ai confini dell’allucinazione, della situazione in cui i protagonisti si trovano immersi, dall’altro a rafforzarne il senso di isolamento; una specie di Overlook Hotel in cui però i fantasmi, di fatto, si sono già manifestati, imprimendo il loro marchio su un ambiente trasfigurato, già posizionato al di fuori della razionalità del quotidiano. Un ambiente che la macchina da presa esplora con ampie carrellate e avvolgenti piani sequenza, movimenti di studiata lentezza che seguono il peregrinare dei protagonisti-prigionieri nelle loro attività quotidiane; il tutto a delineare un’attesa che si fa più snervante in quanto non se ne conosce, neanche a grandi linee, l’oggetto. Una specie di versione allucinata di Aspettando Godot, giocata sul sottile crinale che separa lo scetticismo dell’individuo (post)moderno dal crollo definitivo di una razionalità già messa in crisi dalla situazione stessa. Crollo che infine arriverà, fragoroso almeno quanto il tuono che (unico particolare anticipato) dovrebbe annunciare l’apparizione dei misteriosi ospiti.

Inquietudine e credibilità

The Complex Forms, un'affascinante immagine del film
The Complex Forms, un’affascinante immagine del film

Se è vero che The Complex Forms, nella sua struttura e nell’evoluzione della sua premessa, può essere classificato come un fantahorror metafisico, bisogna riconoscere a Fabio D’Orta di aver ricercato (e ottenuto) una notevole “fisicità” e credibilità nel design delle sue creature, quando infine queste fanno la loro apparizione. L’impatto, favorito dall’atmosfera sapientemente costruita nella prima parte del film, è notevole e insieme coerente con le premesse poste dal plot: laddove la scelta più facile (anche in considerazione delle limitazioni di budget) era forse quella di limitare la componente grafica e giocare sul fuori campo, la regia sceglie invece la mostra esplicita della minaccia, la materializzazione concreta e visibile dell’orrore: una scelta rischiosa che si rivela tuttavia vincente, e che accompagna lo spettatore nell’incalzante climax che segna l’ultima mezz’ora del film. Senza entrare troppo nel dettaglio della costruzione narrativa di The Complex Forms (e della sua risoluzione) possiamo dire che qualche spettatore potrà forse storcere la bocca di fronte a un esito conclusivo che – specie se confrontato col senso fisico di pericolo costruito dal film nell’ultima parte – riporta il plot nel campo del metafisico più radicale, di un’allegoria che una volta di più spiazza le attese, oltre a destabilizzare. Ma l’effetto è ovviamente voluto, e la sensazione che se ne ricava è quella di aver assistito a qualcosa di atipico quanto prezioso. Specie in un campo (quello del cinema indie di marca italica) in cui la tentazione della maniera è in agguato quanto, e forse più, che in ambiente mainstream.

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Locandina

The Complex Forms, la locandina del film

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Scheda

Titolo originale: The Complex Forms
Regia: Fabio D’Orta
Paese/anno: Italia / 2023
Durata: 74’
Genere: Fantascienza, Drammatico, Horror
Cast: David White, Carlo Giliberto, Cesare Bonomelli, Enzo Solazzi, Ezio Firmi, Francesco Remonato, Gian Luigi Maranesi, Giovanni Corridori, Giovanni Pochetti, Marco Sbardellati, Michele Venni, Sergio Iore
Sceneggiatura: Fabio D’Orta
Fotografia: Fabio D’Orta
Montaggio: Fabio D’Orta
Musiche: Riccardo Amorese
Produttore: Fabio D’Orta, Mariangela Bombardieri, Mariacristina Bombardieri
Casa di Produzione: Metronic Films

Trailer

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Giornalista, critico cinematografico, saggista. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it, Quinlan.it, Cineclandestino.it e Sul Palco. Dal 2018 al 2023 sono stato consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Ho partecipato ai volumi collettivi "Le forme della violenza. Cinema e dintorni" (Edizioni Efesto, 2018), "Almanacco TUPS. Nuovi disturbi autistici" (LEM Libraria, 2022) e "La triade dell'autismo. Etica, epistemologia, attivismo" (LEM Libraria, 2024). Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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