HAIKU 27
Cortometraggio horror che tratta il tema delle dipendenze, Haiku 27 ha il merito di evitare la retorica, mettendo invece in scena un palpitante incubo cyberpunk, attraverso il quale il regista Nikolaj Servettini rende omaggio agli anni ‘90, al filone del J-Horror, e alla cultura popolare nipponica in genere. Presentato nella rassegna eXtramondi 4.
Il mostro e il samurai
Trattare un tema come quello delle dipendenze in chiave esplicitamente horror è un’operazione concettualmente – in apparenza – semplice, quanto in realtà rischiosa. Il rischio della retorica, e quello della figurativizzazione più facile e smaccata del “mostro”, restano sempre lì dietro l’angolo; senza contare il pericolo – magari involontario – di ammantare la rappresentazione di un moralismo che certo non fa parte del DNA del genere. Si smarca per fortuna, con una certa intelligenza, da questi rischi il cortometraggio di Nikolaj Servettini Haiku 27, incubo a occhi aperti tra horror e cyberpunk presentato nella quarta edizione della rassegna romana eXtramondi. Un lavoro, quello del giovane regista perugino (classe 1997) che mostra da una parte una notevole fascinazione per il cinema di genere del sud-est asiatico di qualche decennio fa (Shinya Tsukamoto, Hideo Nakata, Kiyoshi Kurosawa, e in genere tutto il filone del J-Horror) dall’altra una capacità tutta peculiare – e certo personale – di mettere in scena un incubo viscerale e allegorico, senza rinunciare alla carica sociale che la sua rappresentazione porta con sé.
Una difesa disperata

È semplice, se vogliamo anche elementare, l’idea alla base di Haiku 27: Yori, giovane bassista punk interpretato dall’ottimo Jacopo Servettini, è alle prese con la solitudine, con la dipendenza da eroina e con un padrone di casa che vorrebbe sbatterlo fuori dal (minuscolo e lurido) appartamento in cui abita. Gli strumenti con cui tenere lontani demoni reali e immaginari sono due, anzi tre: il suo basso elettrico, con quelle note sparate a tutto volume a cercare di sovrastare il muto richiamo della dipendenza, la sua katana, arma per eccellenza dei samurai solitari, e i versi in giapponese, gli haiku del titolo, vergati sui fogli attaccati alle pareti a mò di scudo e protezione (in una maniera che somiglia un po’ a quella usato da Sam Neil nella parte finale de Il seme della follia di John Carpenter). Ma il nemico esterno e quello interno non sono così facili da sconfiggere, specie se non si hanno alleati, e se la bestia contro cui si combatte sembra avere sempre più fame…
Fame insaziabile

Il titolo Haiku 27 fa riferimento, oltre alla citata poesia breve nipponica, al famigerato “club dei 27”, ovvero l’età che ha visto la scomparsa, in epoche diverse, di molti dei nomi-cardine della musica rock. Un riferimento che il regista intelligentemente lascia sullo sfondo, evitando i richiami diretti (come poteva essere, per esempio, quello di ambientare il film il giorno del compleanno del protagonista) e suscitando semmai l’empatia – e non la pietà – attraverso l’orrore esplicito: il carattere allegorico del cortometraggio non toglie nulla alla sua estrema fisicità, con la messa in scena del disfacimento del corpo del protagonista che procede parallelo a quelle mutazioni fisiche (un po’ cronenberghiane, ma soprattutto debitrici del classico per eccellenza di Tsukamoto, Tetsuo) che simboleggiano l’avanzata inesorabile della dipendenza, oltre alla sua insaziabile fame. Una fame richiamata esplicitamente dall’immagine della tarantola, e da quella ragnatela vergata sul muro, al cui centro si staglia un minaccioso, e sempre più grande, buco nero.
Una denuncia orgogliosamente “di genere”

Sembra per molti versi uscito direttamente dagli anni ‘90, Haiku 27; e in fondo il richiamo esplicito al cinema di quel decennio (unito ad alcuni segni inequivocabili nell’ambientazione, tra cui la TV analogica e la VHS registrata di Opera di Dario Argento) è perfettamente funzionale alla resa di un concetto che resta, in definitiva, universale. Nikolaj Servettini sceglie apprezzabilmente di non usare il digitale per i trucchi, affidandosi interamente agli effetti prostetici nel mettere in scena le mutazioni del corpo del protagonista, e soprattutto l’inquietante creatura (lo Yokai Yorogumo del folklore giapponese) dietro alle cui fattezze c’è l’attrice Lavinia Tosi. Il climax della storia, accompagnato dalle note – disperate, come la lotta stessa del protagonista che ne fa uso – della soundtrack di Tiziano Altieri, giunge a un finale in cui diventa evidente la componente di denuncia sociale dell’opera; componente che tuttavia – anche nell’esplicita dedica finale dei titoli di coda – non deborda mai rispetto alla sua dichiarata, diremmo anche orgogliosa, natura di genere.
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Scheda
Titolo originale: Haiku 27
Regia: Nikolaj Servettini
Paese/anno: Italia / 2025
Durata: 15’
Genere: Cortometraggio, Drammatico, Horror
Cast: Jacopo Servettini, Lavinia Tosi, Mauro Silvestrini
Sceneggiatura: Nikolaj Servettini
Fotografia: Emanuele Palladino
Montaggio: Emanuele Palladino
Musiche: Tiziano Altieri
Casa di Produzione: Aqua Arida Production

