PER ASPERA AD ASTRA
La quarta edizione della rassegna romana eXtramondi ha offerto l’occasione per recuperare Per aspera ad astra, del regista sovietico Richard Viktorov: una pellicola che, vista oggi, che conserva un fascino particolare perché appartiene ad un’epoca in cui la fantascienza non serviva soltanto a immaginare il futuro, ma anche a interrogarsi sulla società in cui si sarebbe voluto vivere e, ancora prima, su che cosa significhi essere “umani”. Il tutto condito da un disastro ecologico.
Un’aliena in famiglia
Nel XXIII secolo, quando l’uomo ha ormai esteso la propria presenza nello spazio, l’equipaggio dell’astronave Pushkin scopre una nave aliena distrutta e, al suo interno, un’unica superstite di nome Niyya (Elena Metyolkina), dalle capacità decisamente fuori dal comune. Portata sulla Terra, viene affidata alla famiglia dello scienziato Sergej Lebedev (Uldis Lieldidzs), dove dovrebbe lentamente abituarsi alla vita degli esseri umani. Dovrebbe…
Sceneggiato da Kir Bulyčëv, scrittore di fantascienza ancora oggi inedito in traduzione italiana, insieme a Richard Viktorov e diretto da quest’ultimo, Per aspera ad astra – presentato nell’ambito della rassegna eXtramondi 4 all’interno del focus sulla fantascienza sovietica – è un’opera interessante soprattutto per il modo in cui mescola temi e registri completamente diversi, dando l’impressione di contenere al suo interno più film di quanti siano i due capitoli in cui è diviso (La ragazza artificiale e Gli angeli del cosmo).
Che cosa significa essere umani?

Per aspera ad astra parte infatti come una storia di esplorazione spaziale piuttosto classica per poi spostare il focus su Niyya, in quello che è il nucleo più riuscito del film. Qual è la sua vera natura? Telecinesi, teletrasporto, capacità fisiche fuori dal comune e persino un dispositivo impiantato nel cervello che permette di controllarla a distanza fanno pensare a qualcosa di profondamente diverso da un essere umano. La sua diversità diventa però uno strumento per interrogarsi se un essere così diverso dall’uomo possa essere più umano degli uomini che lo circondano mettendo in discussione ciò che consideriamo “normale”. Niyya infatti allo stesso tempo riesce ad emozionarsi, ad affezionarsi e ad innamorarsi. Una tematica, questa, che attraverserà molta fantascienza successiva, dall’immediato Blade Runner (1982) a A.I. – Intelligenza artificiale (2001), fino al più recente Ex Machina (2014). In questo senso, appare interessante osservare due modalità con cui la fantascienza sovietica ha utilizzato lo spazio per parlare, fondamentalmente, dell’uomo. L’accostamento di Per aspera ad astra è ovviamente con Solaris (1971); se Tarkovskij trasforma la fantascienza in una riflessione complessa e spesso sfuggente sui limiti della conoscenza, Viktorov utilizza Niyya per una domanda più diretta su che cosa ci rende effettivamente umani. In entrambi i casi, però, lo spazio non è soltanto il luogo dell’esplorazione, ma diventa uno strumento per mettere in discussione l’identità e i confini dell’umano. Anche se i due film si muovono su piani filosofici e cinematografici molto diversi e non sovrapponibili, la loro differenza appare comunque significativa.

La ricerca delle proprie origini conduce dunque verso Dessa, un pianeta devastato da una catastrofe ecologica. La superficie del pianeta è infatti ormai quasi inabitabile con l’aria che è diventata una merce e la sua popolazione costretta a vivere sotto terra. A sfruttare questa situazione è Turanchoks (Vladimir Fyodorov), industriale che ha costruito il proprio potere sulla vendita di maschere, aria e strumenti necessari alla sopravvivenza. Per aspera ad astra diventa quindi una critica piuttosto esplicita alla trasformazione dei bisogni essenziali in strumenti di potere, inserita però in una visione chiaramente ideologica del futuro. La Terra del XXIII secolo viene infatti presentata come una società pacifica e solidale, capace di intervenire sui pianeti in difficoltà, mentre l’avidità privata e lo sfruttamento conducono inevitabilmente alla rovina. È una forma di utopia sovietica proiettata nello spazio, in cui esplorare non significa solo conquistare nuovi mondi ma anche aiutare e correggere gli squilibri incontrati lungo il cammino.
Il futuro con qualche minuto di troppo

La varietà di questioni trattate (filosofiche, ecologiche e politiche, cui si affiancano la storia d’amore e l’avventura spaziale fatta di mostri e battaglie) se da un lato rende Per aspera ad astra un’opera quantomeno curiosa, dall’altro ne mette in luce i limiti. Inevitabilmente, non tutti i suoi elementi ricevono lo stesso spazio o la stessa profondità, lasciandone alcuni abbozzati e altri affrontati in maniera molto didascalica. Il ritmo è infatti spesso troppo lento, soprattutto nella prima parte, all’interno di una struttura piuttosto squilibrata che vede una metà più concentrata sulla figura di Niyya e un’altra che amplia improvvisamente la scala del racconto. La sensazione è quella di una storia allungata ma che avrebbe beneficiato di una maggiore sintesi.
Le stelle, nonostante tutto

Anche quando qualcosa non funziona, però, quasi ogni elemento sembra nascere dalla volontà di immaginare qualcosa di nuovo ed è proprio questa sincerità con cui Per aspera ad astra mette in scena le proprie idee, a conferirgli una personalità particolare. Vale quindi la pena recuperarlo perché è una testimonianza affascinante di come il cinema sovietico immaginasse il futuro, inteso come qualcosa che va al di là della semplice conquista dello spazio. Un futuro tecnologicamente avanzato, ma ancora alle prese con gli stessi problemi dell’umanità di sempre in cui esportare una determinata idea di solidarietà e responsabilità collettiva. Un viaggio quindi tutt’altro che semplice, proprio come suggerisce il titolo: attraverso le difficoltà, verso le stelle.
Locandina

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Scheda
Titolo originale: Через тернии к звёздам
Regia: Richard Viktorov
Paese/anno: Unione Sovietica / 1981
Durata: 148’
Genere: Drammatico, Fantascienza, Sentimentale
Cast: Aleksandr Lazarev, Aleksandr Mikhailov, Aleksey Vanin, Artyom Karapetyan, Boris Shcherbakov, Gleb Strizhenov, Igor Ledogorov, Igor Yasulovich, Lyudmila Nilskaya, Nadezhda Sementsova, Nikolai Timofeyev, Uldis Lieldidžs, Vadim Ledogorov, Valeriy Nosik, Vatslav Dvorzhetsky, Vladimir Fyodorov, Vladislav Kovalkov, Yelena Fadeyeva, Yelena Metyolkina, Yevgeni Karelskikh
Sceneggiatura: Richard Viktorov, Kir Bulychov
Fotografia: Aleksandr Rybin
Montaggio: Lyubov Pushkina
Musiche: Aleksei Rybnikov
Produttore: Aleksandr Kazachkov, Yuri Obukhov
Casa di Produzione: Gorky Film Studio

