HEART OF THE BEAST – NEL PROFONDO SELVAGGIO

HEART OF THE BEAST – NEL PROFONDO SELVAGGIO

Pur tecnicamente discreto – al netto della sua linearità e dei toni spesso enfatici della sua narrazione – Heart of the Beast - Nel profondo selvaggio si rivela un prodotto concettualmente e ideologicamente irricevibile; almeno per chi, come noi, ha sviluppato una determinata sensibilità sui temi dell’oppressione animale, del militarismo e del dominio di genere.

Il dominio mascherato da amicizia

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Chi scrive deve ammettere di trovarsi un po’ in difficoltà nel recensire un film come questo Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio. Una difficoltà legata non tanto alla mera fattura cinematografica del lavoro di David Ayer, quanto al discorso ideologico che il film stesso sottende, sia nel suo soggetto che nella sua stessa realizzazione. Lo diciamo chiaramente, e senza mezzi termini: solo due anni fa ci saremmo probabilmente trovati a scrivere un articolo molto diverso, su un’opera come questa, certamente corredato da un voto diverso. Ma le sensibilità cambiano, nel corso del tempo, comprese quelle di chi fa critica cinematografica; e da par nostro pensiamo sia illusorio credere che queste non debbano influenzare in alcun modo l’approccio e la valutazione di un prodotto culturale (che sia esso un film, un libro, una canzone o altro). Così un discreto, tecnicamente valido survival thriller come quello diretto da David Ayer risulta oggi – per chi come il sottoscritto ha sviluppato, negli ultimi anni, una sensibilità antispecista – un prodotto semplicemente respingente e irricevibile: questo sia per i concetti che la sua narrazione trasmette (il dominio umano su un altro essere senziente – finalizzato nello specifico a una pratica come la guerra – elevato a virtù, e mascherato da amicizia e reciprocità) sia per l’evidente sfruttamento messo in atto dalla produzione, per tutta la durata delle riprese, dello stesso essere senziente (qui il cane-attore Odino). Ma vediamo di andare con ordine.

L’Odissea di Belmont e Odino

Heart of the Beast, Brad Pitt e Odino in un'immagine del film
Heart of the Beast, Brad Pitt e Odino in un’immagine del film

Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio (l’inutile sottotitolo è stato aggiunto dalla distribuzione italiana) si incentra sul personaggio di James Belmont (interpretato da Brad Pitt, anche produttore), ufficiale delle forze speciali dell’esercito in congedo che, durante una solitaria escursione in idrovolante col suo cane Odino, accusa un malore e precipita nell’inospitale territorio dell’Alaska. Ferito e indebolito, l’uomo riesce comunque a ricongiungersi col cane, a sua volta in fin di vita dopo lo schianto: ma, grazie alle sue conoscenze delle pratiche di primo soccorso e di quelle di sopravvivenza, Belmont riesce a rimettere piedi sia se stesso che Odino. I due dovranno così iniziare la lunga traversata delle terre selvagge in cui sono precipitati, guardandosi sia dalle asperità del territorio, sia dal pericolo dei predatori; una traversata resa ancor più ardua dai postumi dell’attacco cardiaco accusato dall’uomo, e dal disturbo da stress post-traumatico di cui soffre il cane.

I limiti artistici

Heart of the Beast, Brad Pitt e Odino in un momento del film
Heart of the Beast, Brad Pitt e Odino in un momento del film

Pur al netto del suo aberrante impianto ideologico (che, lo ripetiamo, per quanto ci riguarda ne ha condizionato fortemente la ricezione) Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio risulterebbe comunque, a livello cinematografico, un lavoro poco più che medio; sontuoso visivamente quanto lineare e privo di sostanziali sorprese nello svolgimento, basico nei richiami emotivi che mette in campo, un po’ enfatico e spesso ridondante nelle pur semplici cose che vuole dire. Il PTSD di cui soffre Odino viene visualizzato fisicamente attraverso frammenti di incubi stilizzati, ripresi con un filtro giallastro che da un lato vorrebbe forse evidenziarne la natura onirica, ma dall’altro finisce per depotenziarne la fisicità – ivi compreso il colore rosso del sangue. Durante la traversata dei due sofferenti protagonisti, il tema della guerra (e quello degli orrori che questa sembra aver lasciato nella loro psiche) non viene mai realmente problematizzato, ma piuttosto messo in campo come un dato di fatto: la scelta del protagonista di congedarsi viene genericamente spiegata come la conseguenza di un orrore che, pur divenuto estremo e insopportabile, restava un necessario scotto da pagare per servire il proprio paese. Un approccio ideologico preciso – e certamente, a sua volta, molto parziale – che viene chiaramente spiegato nell’incontro iniziale del protagonista col compagno di escursione interpretato da J.K. Simmons (incontro per il resto superfluo per l’economia della trama, probabilmente pensato solo nell’ottica dell’inserimento di un altro nome di peso nel cast).

L’intersezionalità (involontariamente) spiegata

Heart of the Beast, Brad Pitt in una foto del film
Heart of the Beast, Brad Pitt in una foto del film

Poi, ci sono gli aspetti problematici (usiamo pure un eufemismo) di questo Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio, che impattano con la nostra sensibilità antispecista e anche, nello specifico, con quella antimilitarista e antisessista. Da questo punto di vista, al film di David Ayer va senz’altro riconosciuto un merito, seppur involontario: quello di aver mostrato plasticamente quell’intersezione tra dominio di specie, annientamento dell’alterità tramite lo strumento della guerra, e ideologia di genere, che viene spesso ridicolizzata da chi tratta certe istanze come deliri estremisti – ultimi rimasugli della famigerata “cultura woke”. Il personaggio interpretato da Brad Pitt, non a caso, è un ex militare ma anche un cacciatore: il suo interesse per la natura, e la presunta “pace” che da questo deriverebbe, sono comunque subordinati al sangue che il suo fucile dovrà (nuovamente) versare per curare gli orrori da lui stesso commessi – sangue che il film inutilmente, e ipocritamente, sceglie in apertura di non mostrare. La sceneggiatura sembra dirci che l’aver massacrato altri individui in guerra – e l’aver costretto il suo cane a partecipare a tale massacro – in fondo è stato anche utile, oltre che inevitabile: senza l’addestramento alla sopravvivenza imparato sul campo di battaglia – e trasmesso allo stesso Odino – i due sicuramente non sarebbero riusciti a fronteggiare un’esperienza estrema come quella qui raccontata. Ciliegina sulla torta, l’unico personaggio femminile (interpretato dall’attrice Anna Lambe), che vediamo in apertura e in chiusura, ha il ruolo di colei che si prende cura della vita, che la salva e la protegge: da anni gli stereotipi di genere – il machismo militare da una parte, la cura femminile dall’altra – non venivano portati sullo schermo in modo così limpido. E allora, ci si consenta pure di chiudere con una considerazione: i prodotti ideologicamente più pericolosi, nella Hollywood attuale, non sono tanto quelli esplicitamente e rozzamente reazionari, come il recente Citizen Vigilante di Uwe Boll. Sono invece quelli più subdoli, ed è esattamente il caso di questo film.

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Locandina

Heart of the Beast, la locandina del film di David Ayer

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Scheda

Titolo originale: Heart of the Beast
Regia: David Ayer
Paese/anno: Stati Uniti / 2026
Durata: 101’
Genere: Avventura, Drammatico
Cast: J.K. Simmons, Brad Pitt, Anna Lambe
Sceneggiatura: Cameron Alexander
Fotografia: Mauro Fiore
Montaggio: Dody Dorn
Musiche: Jared Michael Fry
Produttore: David Ayer, Damien Chazelle, Olivia Hamilton, Brad Pitt
Casa di Produzione: Wild Chickens Productions, GulfStream Pictures, Kino World, Domain Entertainment, Temple Hill Entertainment
Distribuzione: Eagle Pictures

Data di uscita: 24/09/2026

Trailer

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Giornalista, critico cinematografico, saggista. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it, Quinlan.it, Cineclandestino.it e Sul Palco. Dal 2018 al 2023 sono stato consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Ho partecipato ai volumi collettivi "Le forme della violenza. Cinema e dintorni" (Edizioni Efesto, 2018), "Almanacco TUPS. Nuovi disturbi autistici" (LEM Libraria, 2022) e "La triade dell'autismo. Etica, epistemologia, attivismo" (LEM Libraria, 2024). Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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