NAZA

NAZA

Yuval Abraham e Rachel Szor, già autori con Hamdan Ballal di No Other Land, raccontano il lato israeliano del post-7 ottobre e l’orrore a Gaza con un documentario premiato a Venezia. NAZA è una necessaria e dolorosa riflessione su responsabilità, distanza e disumanizzazione dell’altro/a. Distribuito in sala nelle giornate del 28, 29 e 30 settembre.

Sessanta chilometri, o giù di lì

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Gaza e Tel Aviv, oltre a trovarsi sulla stessa costa, distano 60/70 km in linea d’aria. Ce lo racconta una didascalia di NAZA, il terrificante e a tratti insostenibile reportage cinematografico diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor –realizzatori, con Hamdan Ballal, del documentario premio Oscar No Other Land – Premio speciale della giuria a Venezia 2026. In Israele la vita del film e dei due giovani autori – superano a malapena la trentina – non è facile, eufemismo. Il governo guidato da Benjamin Netanyahu, con l’appoggio dei media compiacenti e di una larga fetta dell’opinione pubblica, ha contestato l’integrità del film censurandolo, e ha agitato lo spauracchio della revoca della cittadinanza a neanche un mese dalla prima veneziana. Chi ha paura del film fa bene ad averne.

NAZA è un reportage di asciutta efficacia e incredibile potenza. Attraverso uno scrupoloso lavoro sulle fonti e relative testimonianze raccoglie e sintetizza le strategie dell’esercito e dell’intelligence militare israeliani dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023. Quella che viene presentata al pubblico interno e alla comunità internazionale come una chirurgica campagna per l’annientamento di Hamas è, in realtà, il brutale sterminio della popolazione palestinese nella Striscia di Gaza. Sessanta chilometri, settanta chilometri. È una didascalia importante e nel torrente emotivo del film rischia di passare inosservata. Si parte da qui perché NAZA è costruito sull’assenza e la distanza; sulle implicazioni morali, politiche e tecnologiche della distanza.

Le cose vanno talmente male che si può parlare di NAZA come di un film “necessario”

NAZA, un'impressionante immagine del documentario
NAZA, un’impressionante immagine del documentario

Al cinema, un modo per capire quanto sia grave una situazione è: se puoi parlarne in termini retorici e farla franca. NAZA racconta cose talmente importanti e dolorose da tollerare persino l’odiosa, ridicola etichetta di “film necessario”. Questo perché Yuval Abraham e Rachel Szor non perdono mai di vista l’obiettivo di NAZA, che è in tre parti. Denunciare una realtà odiosa, collegare la riflessione sulla tragica immediata attualità a un respiro universale, indagare sul rapporto tra cinema e verità. NAZA è prodotto, tra gli altri, dal più importante quotidiano progressista dell’emisfero occidentale, il britannico The Guardian, che si prende la responsabilità di renderlo accessibile dopo il passaggio in sala. La pelle del film è l’ibridazione cinematografica del giornalismo d’inchiesta (come da background dei suoi autori), la forma è il reportage. Una galleria di testimonianze – 24, tra funzionari di intelligence e IDF – catturate nel silenzio della notte di Tel Aviv, sui tetti avvolti dall’ombra. Tutti gli intervistati, con voci contraffatte e di cui non vediamo mai il viso, hanno partecipato al processo di pianificazione degli attacchi aerei a Gaza. Sfruttando le più sofisticate tecnologie – IA compresa – in appoggio a un sistema di sorveglianza che mappa le conversazioni telefoniche di ogni abitante della Striscia gli operativi, con un margine di errore del 15%, possono rintracciare eventuali membri di Hamas, isolarne le coordinate e dare luce verde all’attacco missilistico. In caso di militante di alto profilo – o di non così alto profilo, o non militante – l’attacco è autorizzato anche in presenza di civili, nel gergo militare danni collaterali. Nelle conversazioni interne all’IDF, i danni collaterali sono sintetizzati dall’acronimo NAZA.

Ecco, la distanza

NAZA, una foto tratta dal documentario
NAZA, una foto tratta dal documentario

Inutile, qui, approfondire il contenuto delle testimonianze. Sarebbe un errore. Mortificherebbe il rigoroso percorso di raccolta e analisi dei fatti, che va affrontato secondo il passo e il ritmo scelti da Yuval Abraham e Rachel Szor. Trattandosi poi di una testimonianza costruita sulle parole rese dagli intervistati, la distanza tra i fatti e la torsione linguistica necessaria a questa “testimonianza di secondo grado” non potrebbe essere colmata in modo accettabile. Ecco, la distanza.

NAZA è una riflessione sull’impersonalità della moderna tecnologia e sulla natura felpata delle sue strutture – un frame, un anonimo pulsante e un invito ad agire – che consentono di creare di una zona grigia morale e una distanza fisica tra l’uccisore e l’ucciso, minimizzando qualsiasi accento di responsabilità morale. NAZA è un film sulla distanza, su un certo tipo di azioni, sulla responsabilità e sulla necessità di parlare di azione e responsabilità. Tra i produttori esecutivi c’è anche Jonathan Glazer. Con La zona d’interesse (2023) aveva costruito, nel perimetro del cinema di fiction e della ricostruzione storica, una potentissima riflessione su distanza, indifferenza, male assoluto. Lì si parlava del più spaventoso genocidio della storia.

Anatomia di un genocidio, visto da (non così) lontano

NAZA, una foto dei due registi Yuval Abraham e Rachel Szor
NAZA, una foto dei due registi Yuval Abraham e Rachel Szor

Qui il crimine contro l’umanità è in corso d’opera e si dibatte sulla classificazione, ma non è azzardato sottotitolare NAZA: anatomia di un genocidio, visto da (non così) lontano. Yuval Abraham e Rachel Szornon si limitano a raccontare il versante israeliano della questione. Così come No Other Land era la cronaca soprattutto palestinese dello stato delle cose fino al 7 ottobre e subito dopo, NAZA è l’orrore e l’indifferenza dalla parte degli assalitori. La distanza demistificata non è solo degli analisti che, usata l’impersonalità dei dispositivi come scudo, rifiutano qualsiasi tipo di responsabilità trincerandosi dietro la lontananza dagli obiettivi (la giustificazione tipo è di essere solo intermediari e non agenti diretti), ma anche dell’opinione pubblica israeliana, che dorme sonni tranquilli mentre a pochi chilometri c’è l’inferno. La macchina da presa spezza la fissità dei tetti di Tel Aviv indugiando sui particolari dell’innocua quotidianità di una società civile addomesticata. La scelta di storytelling è più vicina al cinema di finzione e chiarisce l’obiettivo di Yuval Abraham e Rachel Szor. Portare il format documentario agli estremi – in linea con l’apparente quotidiana impassibilità di La zona d’interesse, e l’empatia lacerante di La voce di Hind Rajab – per una terapia d’urto e un massiccio risveglio delle coscienze, israeliane e non. È la sfida di NAZA, documentario intollerabile per l’inquietante, paradossale, forza allusiva di ciò che è raccontato e non mostrato: annullare la distanza tra essere umano e essere umano. Il linguaggio strisciante dei testimoni di NAZA, che semplifica e banalizza burocraticamente l’orrore reso possibile dalle innovazioni tecnologiche, rende possibile il crimine definitivo, la disumanizzazione: si devono uccidere i terroristi, tutti i palestinesi lo sono, ergo tutti i palestinesi – qualcosa di meno che umani – meritano la morte. Nel breve periodo, certo, c’è la questione palestinese. Ma la necessità e l’irrinunciabilità di NAZA vengono soprattutto dalla barra dritta di Yuval Abraham e Rachel Szor che, dal focus puntato su un tragico caso particolare evocano scomode verità dal respiro universale. Banalità del male, irresponsabilità e indifferenza: ricorda qualcosa?

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Locandina

Naza, la locandina italiana del documentario

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Scheda

Titolo originale: NAZA
Regia: Rachel Szor, Yuval Abraham
Paese/anno: Regno Unito, Stati Uniti / 2026
Durata: 80’
Genere: Documentario
Sceneggiatura: Yuval Abraham, Rachel Szor
Fotografia: Rachel Szor
Montaggio: Rachel Szor
Musiche: Mica Levi
Produttore: James Wilson
Casa di Produzione: JW Films, Placeholder Films, The Guardian, Unseen Hand
Distribuzione: I Wonder Pictures

Data di uscita: 28/09/2026

Trailer

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Nato a Roma a un certo punto degli anni '80 del secolo scorso. Laurea in Scienze Politiche. Amo il cinema, la musica, la letteratura. Aspirante maratoneta.

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