DIGGER

DIGGER

Se Digger è davvero il dottor Stranamore del cambiamento climatico, come vuole farci credere l’ambizioso Alejandro González Iñárritu, è compiaciuto e prevedibile; in due parole, un disastro. Se leggiamo il film come autobiografia di un autore che misura i limiti del suo discorso, la riflessione su malleabilità della percezione e il rapporto arte/ vita acquista un senso più interessante.

La grande metafora

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Per capire il cinema di Alejandro González Iñárritu, e quindi Digger, è utile ricordare che la regia è un mostro bifronte. C’è la faccia materiale, e quella immateriale. La faccia materiale è messa in scena, modalità di rappresentazione e un catalogo di convenzioni da abbracciare/disintegrare a seconda delle circostanze. Accanto, c’è la regia immateriale, la trasmissione di sentimenti, idee, punti di vista. Se all’arte della messa in scena bastasse una faccia, la prima, Alejandro González Iñárritu sarebbe il più grande regista del mondo, o lì vicino. E Digger – teatrale satirica fantasia catastrofista, Dottor Stranamore riveduto e malamente corretto con il cambiamento climatico al posto dell’apocalisse nucleare, il primo Tom Cruise post-Mission Impossibile – illustrerebbe con ammirevole spirito di sintesi le virtù del suo autore. Il cinema e la regia, però, sono anche altro.

Come si racconta, cosa si racconta

Digger, una scena del film
Digger, una scena del film

Digger gioca con i codici della rappresentazione per indagare la teatralità dell’immagine e la fragilità della percezione, sorretto da un’estetica barocca e una fluidità dei movimenti di macchina – fotografia del grande Emmanuel Lubezki – messe al servizio di un prevedibile contenuto spacciato per pomposa, iconoclasta, verità d’autore. Alejandro González Iñárritu è il più leggibile e il più controverso regista vivente. Autore più per sfacciata auto incoronazione che per la prova del tempo o il consenso critico – non importa, evitiamo la mitomania – è uno dei pochi a sapere come si fa a raccontare per immagini. Non basta. Filerebbe tutto liscio, se Alejandro González Iñárritu si accontentasse (si fa per dire) del lavoro sull’immagine, estetica sublimata che si fa significato, idea, visione. È una pista complicata, e raramente funziona. Ma i preziosismi di Wes Anderson e la brandizzazione operata da Nicolas Winding Refn sul corpo del suo cinema – con esiti nefasti, leggasi Her Private Hell – per quanto imprecisi, sono una lucida presa d’atto sul senso e la direzione dei rispettivi percorsi autoriali. Può darsi che Digger abbia ragione. Può darsi che la satira e la deformazione barocca dell’immagine spieghino nel modo migliore la crisi climatica, i costi dell’ambizione, la natura ciclica e gattopardesca della vita, il rapporto tra arte e realtà e le pericolose virtù della rappresentazione. Il film allude a tutto questo, il problema è la solennità autoimposta dei discorsi e una forma che non sa rinnovarsi. Digger è un film pieno di idee sul mondo e sul cinema, e in nessun caso sono affrontate nella loro complessità. Non servono alla storia per funzionare, ma per trasmettere una patina di prestigio autoriale a un film zoppicante. Se consideriamo che Digger riflette sulla natura labile della percezione e della verità, è un trionfo di coerenza. Forse involontario, ma è l’ancora di salvezza per capire e rivalutare film. Cambiamo prospettiva.

Il distruttore diventa salvatore

Digger, Tom Cruise e Riz Ahmed in un'immagine del film
Digger, Tom Cruise e Riz Ahmed in un’immagine del film

Digger Rockwell (Tom Cruise) è l’uomo più ricco del mondo, ergo il più odioso. Tiene nel taschino il Presidente degli Stati Uniti (John Goodman), tollera i progetti pseudoambientalisti della sorella (Sandra Hüller) e ha uno stuolo di competenti, nervosette voci scientifiche (primo tra tutti Riz Ahmed) che lo avvertono dei pericoli di uno sfruttamento insensato delle risorse naturali. Detto, fatto. L’esplosione in Groenlandia di un giacimento di metano illecitamente manipolato produce un iceberg gigantesco diretto verso l’Europa. Digger è la storia del distruttore del mondo che, nell’imminenza del disastro, cerca di governare la narrazione provando a diventare il suo salvatore. Il nuovo Digger Rockwell non nasconde la sua corruzione, anzi la ostenta, svela i legami di complicità con la maggioranza silenziosa – inutile prendersela con i ricchi, se il mondo va a rotoli è anche perché dobbiamo soddisfare i nostri elevati standard di vita – e convince tutti che solo il denaro, il suo, può salvarci dall’abisso. Il tono satirico è cucito sulla teatralità della rappresentazione e non siamo distanti, nei toni, dal grottesco deteriorarsi della situazione nel mondo reale. Kubrick però non voleva girare una satira.

Non è il dottor Stranamore

Digger, Tom Cruise in una scena del film
Digger, Tom Cruise in una scena del film

Il dottor Stranamore nasce come un film serio. È l’assurdità della proposizione – perché l’umanità percorre il sentiero nucleare pur sapendo che porta all’annientamento totale? – a convincerlo che non si può essere realistici con questo tipo di orrore. È troppo grande, inconcepibile: è ridicolo. Mentre Alejandro González Iñárritu vira Digger in satira perché la grande metafora autoriale ha bisogno di un certo tono per essere percepita come tale. Il problema del film è, superficialmente, la piattezza degli argomenti e la staticità formale, simile a troppo cinema ambizioso o pretenzioso dei tempi recenti. Funziona Tom Cruise, che usa la vanità del personaggio per una prova d’attore poliedrica, sensibile e sopra le righe, occhi al premio senza averne troppo l’aria. C’è vita nell’elettrico nervosismo di Riz Ahmed e nell’inquietante fissità di Jesse Plemons, il personaggio strategicamente più importante: lui ci racconta che anche quando le cose cambiano è possibile sopravvivere prendendo in mano la narrazione. La manipolazione più sottile della verità è però quella più vicina ai nostri occhi, e la più difficile da cogliere. È il segreto di Digger, l’inganno esposto in piena luce, più del colpo di scena che proprio non si può spoilerare. No, Digger non è Stranamore e no, non parla davvero della crisi climatica.

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Verità e percezione

Digger, un'immagine del film
Digger, un’immagine del film

O, meglio, non parla solo di quello, e la crisi non è necessariamente la priorità. Il cinema ambizioso funziona quando la fotografia dell’ombelico dell’autore lega con una visione più a largo raggio. Qui il meccanismo è inverso, ma il risultato è simile. Come satira dei costi insensati dell’avidità e del nostro problematico rapporto con l’ambiente, Digger è in deficit di ispirazione, salvo l’intuizione di mostrarci che il disastro è qui mentre pensiamo di avere ancora tempo. La plasticità e la teatralità della messa in scena colpiscono meno perché chiamano in causa idee messe alla prova, con esiti contrastati, nella carriera più o meno recente del nostro, da Bardo a Birdman. Nella sua pomposa e autocelebrativa imperfezione, Digger colpisce nel segno quando usa la copertura del cambiamento climatico per spiegarci come l’arte esplori la precarietà della vita e, soprattutto, nel fotografare la fragilità di ogni verità. La percezione è più importante della verità, e chi la controlla è in grado di dettare la linea e fare narrazione. La metafora climatica di Digger, insoddisfacente e piena di sé, copre la sua gemella: l’autobiografia di un autore che insieme mette in scena, accanto alla crisi del mondo, un’autocritica rilettura del suo modello di autorialità. L’autore attacca la percezione di sé, ne misura costi e squilibri, la condanna a morte e dalle ceneri mette in scena un nuovo spettacolo, un’altra vita, un nuovo cinema. Digger è quintessenza dell’autorialità troppo sicura di sé di Alejandro González Iñárritu come Alejandro González Iñárritu è realmente Digger Rockwell, l’ambizioso visionario che ribalta la narrazione mettendosi in croce e rinascendo a nuova vita (d’autore), in un cinema che è la riproposizione del vecchio con altri mezzi. Digger è due metafore in una, autoriale e climatica. Otto alla prima, quattro alla seconda, sei è la media e la sensazione è che, sul fondo di difetti d’impostazione e oltre il suo controllo, Alejandro González Iñárritu si sia raccontato con inedita sincerità e, forse senza volerlo, abbia contaminato la sua sproporzionata ambizione con un po’ di genio.

Locandina

Digger, la locandina italiana del film

Gallery

Scheda

Titolo originale: Digger
Regia: Alejandro G. Iñárritu
Paese/anno: Stati Uniti, Regno Unito, Messico / 2026
Durata: 129’
Genere: Drammatico
Cast: Jesse Plemons, John Goodman, Michael Stuhlbarg, Sandra Hüller, Burn Gorman, Tom Cruise, Riz Ahmed, Stephen Wight, Aoife Hinds, Corey Johnson, James Dryden, Robert James Smith, Danny Kirrane, Ian Chance, Kenton Craig, Mercedes Hernández, Robert John Burke, Sophie Wilde, Aetheria Angel, Andreea Păduraru, Annette Holland, Charlie Bentley, Charlotte Coleman, Emma D’Arcy, Ewen Weatherburn, Joe Hurst, John Polivka, Keith Higinbotham, Lee Zarrett, Linxi Doël, Mary Higgins, Nick Davison, Nick Owenford, Oleg Hill, Pip Torrens, R.A. Donnelly, Ross Hatt, Teddy Hawley, Tom Ashley, Tom Bell, Will Taylor, Ágota Dunai
Sceneggiatura: Alexander Dinelaris, Sabina Berman, Nicolás Giacobone, Alejandro G. Iñárritu
Fotografia: Emmanuel Lubezki
Montaggio: Stephen Mirrione, Conor O’Neill
Musiche: Cosmo Sheldrake
Produttore: Alejandro G. Iñárritu, Tom Cruise, Mary Parent, Michael Sharp
Casa di Produzione: Warner Bros. Pictures, Legendary Pictures
Distribuzione: Warner Bros.

Data di uscita: 01/10/2026

Trailer

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Nato a Roma a un certo punto degli anni '80 del secolo scorso. Laurea in Scienze Politiche. Amo il cinema, la musica, la letteratura. Aspirante maratoneta.

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