DIGGER

DIGGER

Il ritorno al cinema di Alejandro González Iñárritu è un film che parte come satira apocalittica e si trasforma gradualmente in qualcosa di più sfuggente e ambizioso: Digger utilizza la catastrofe per parlare non solo di responsabilità individuale e collettiva, ma anche di come una società reagisce quando è costretta a confrontarsi con le conseguenze delle proprie scelte.

Quando il mondo finisce, il petrolio continua a scorrere

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Alejandro González Iñárritu torna al cinema con un film che parte come una satira apocalittica sulle conseguenze del rapporto tra uomo, potere e ambiente, per poi trasformarsi progressivamente in qualcosa di più sfuggente e ambizioso. Digger mette al centro della storia Digger Rockwell, magnate texano del petrolio interpretato da Tom Cruise, uomo abituato a muoversi in un mondo nel quale denaro, influenza politica e potere economico sembrano essere strumenti sufficienti per governare qualsiasi crisi. Quando però un disastro ambientale di proporzioni gigantesche sconvolge gli equilibri del pianeta, anche Digger si trova davanti a qualcosa che non può essere semplicemente acquistato, manipolato o controllato. Il film utilizza così la catastrofe come punto di partenza per parlare non soltanto di responsabilità individuale e collettiva, ma anche del modo in cui una società reagisce quando è costretta a confrontarsi con le conseguenze delle proprie scelte. E, come spesso accade nel cinema di Iñárritu, quello che sembra essere un film si rivela progressivamente qualcos’altro.

Digger Rockwell è un uomo che ha costruito la propria fortuna sul petrolio e che conosce perfettamente le regole del potere. Non è semplicemente un imprenditore ricchissimo: è una figura capace di influenzare governi, istituzioni e opinione pubblica, convinta che ogni problema abbia una soluzione se si dispone delle risorse necessarie per trovarla. Il problema è che stavolta il problema è il mondo stesso. La catastrofe ambientale provocata dalle attività di estrazione petrolifera nell’Artico assume proporzioni tali da rendere impossibile qualsiasi tentativo di minimizzazione. Centinaia di migliaia di persone moriranno e milioni saranno costrette ad abbandonare le proprie case. Di fronte a una situazione del genere, Digger tenta inizialmente di fare quello che sa fare meglio: prendere il controllo della narrazione, cercare una via d’uscita e trasformare persino la tragedia in un’occasione per costruire una nuova immagine di sé. Ed è proprio qui che il film trova una delle sue armi migliori. Perché Digger non racconta soltanto una catastrofe. Racconta soprattutto il modo in cui gli esseri umani cercano di comportarsi quando comprendono di non poter più controllare le conseguenze delle proprie azioni. E in mezzo a tutto questo Iñárritu inserisce una figura come Ganesh, interpretato da Riz Ahmed, scienziato e voce della razionalità, uno dei personaggi che più apertamente rappresentano la necessità di guardare i fatti per quello che sono, senza trasformarli in una questione di convenienza politica o personale.

Quando la satira non ha più voglia di fare la satira

Digger, Tom Cruise e Riz Ahmed in un'immagine del film
Digger, Tom Cruise e Riz Ahmed in un’immagine del film

Iñárritu dirige, scrive e produce il film insieme ad Alexander Dinelaris, Nicolás Giacobone e Sabina Berman, costruendo un’opera che nella prima parte sembra muoversi all’interno di coordinate relativamente riconoscibili. La grande satira sul disastro ambientale, il miliardario irresponsabile, la classe dirigente incapace di affrontare la realtà, la comunicazione politica che trasforma la tragedia in spettacolo: gli elementi ci sono tutti. Ma Iñárritu non sembra interessato a fermarsi lì. La regia alterna momenti di spettacolarità a sequenze più grottesche e quasi assurde, mentre la scrittura gioca continuamente con la percezione dello spettatore. Il film cambia progressivamente pelle e, quando sembra ormai aver trovato la propria dimensione, decide di metterla in discussione. È una scelta che può spiazzare, soprattutto perché nella seconda parte Digger comincia a riflettere su se stesso, sul cinema, sulla rappresentazione della realtà e sulla possibilità stessa di raccontare una catastrofe senza trasformarla inevitabilmente in intrattenimento. Iñárritu porta dunque il discorso a un livello ulteriore: non basta più chiedersi cosa raccontare, bisogna chiedersi anche come raccontarlo. E qui entra in gioco il metacinema, che modifica radicalmente la natura dell’opera.

Il gatto, il padrone e l’Apocalisse

Digger, Tom Cruise col suo amato felino durante una visita veterinaria
Digger, Tom Cruise col suo amato felino durante una visita veterinaria

Tom Cruise costruisce un protagonista estremamente particolare, tralasciando il lavoro fatto dai truccatori con le protesi, perché dietro l’apparente sicurezza del personaggio c’è un uomo molto più contraddittorio di quanto possa sembrare. Cruise domina il film e riesce a restituire perfettamente l’energia di un uomo abituato a essere sempre al centro della stanza, sempre un passo avanti agli altri, sempre convinto di poter trovare una soluzione. Ma c’è un dettaglio apparentemente piccolo che dice moltissimo su Digger: il suo gatto, vecchio e malato. Per quell’animale Digger prova un amore immenso. È disposto a smuovere mari e monti per cercare di salvarlo, a mobilitare risorse e persone, a fare tutto ciò che è necessario per permettere a quella singola creatura di continuare a vivere.E qui il film trova una delle sue contraddizioni più interessanti.Per salvare un gatto, Digger è disposto a fare qualsiasi cosa.Quando invece le sue attività contribuiscono a creare una catastrofe che provocherà centinaia di migliaia di morti e milioni di sfollati, la stessa urgenza sembra improvvisamente scomparire.È un dettaglio che definisce il personaggio molto più di un lungo monologo.Digger non è semplicemente un uomo incapace di provare sentimenti. Al contrario: è perfettamente capace di amare, ma il suo amore è selettivo. È potentissimo quando riguarda ciò che sente vicino, ciò che considera proprio, ciò verso cui riesce a sviluppare un rapporto personale. Diventa invece molto più astratto quando riguarda una collettività composta da persone che non conosce.Una singola vita concreta riesce a suscitare in lui una mobilitazione emotiva enorme. Centinaia di migliaia di vite diventano invece una conseguenza troppo grande, troppo lontana, troppo impersonale per produrre lo stesso effetto.E Cruise riesce a tenere insieme proprio questa contraddizione.Quanto alla prossima stagione dei premi, crediamo sia inevitabile parlare di Tom Cruise e John Goodman, che dopo questa maiuscola performance è di diritto in corsa sul terreno del miglior attore non protagonista nei panni del presidente Compson. Goodman è semplicemente gigantesco (non ci riferiamo alla corporatura, visto che avrebbe perso circa 100kg).Il suo presidente è una presenza che riesce a essere allo stesso tempo grottesca, autorevole e inquietante, e l’attore sfrutta ogni possibilità per trasformare il personaggio in una delle figure più memorabili del film.E proprio nella categoria del supporting actor si apre anche un discorso interessante con John Leguizamo, reduce da una grandissima interpretazione nell’Odissea di Christopher Nolan. Due prestazioni molto diverse, due attori con caratteristiche completamente differenti, ma entrambi capaci di lasciare un segno importante, indelebile. È un vero peccato sapere già che soltanto uno dei due possa essere premiato (o nessuno dei due).Riz Ahmed, invece, conferma ancora una volta quanto sappia dare profondità anche a un personaggio costruito come punto di riferimento razionale all’interno di una storia completamente fuori controllo.Avremmo voluto vedere maggiormente in scena Emma D’Arcy, Sandra Hüller e Jesse Plemons, tre interpreti che avevano tutte le capacità per poter incidere maggiormente sul racconto. Buone anche le prove di Michael Stuhlbarg, Sophie Wilde e Robert John Burke in ruoli secondari.

Da Don’t Look Up a Stranamore: quando la catastrofe diventa uno spettacolo

Digger, una scena del film
Digger, una scena del film

Il terreno sul quale Digger si muove è quello della satira pungente con catastrofe imminente. Il paragone con Don’t Look Up viene quasi spontaneo: anche qui un pericolo enorme e potenzialmente devastante si scontra con interessi economici, potere politico, comunicazione e incapacità collettiva di affrontare una realtà che non può essere semplicemente cancellata. Ma il film di Iñárritu guarda anche più indietro, fino a Stanley Kubrick e a Il dottor Stranamore, dove l’assurdità della catastrofe nasceva proprio dalla distanza fra la gravità delle conseguenze e la follia dei comportamenti umani che le rendevano possibili. La differenza è che Digger prende questi meccanismi e li trasporta nel presente, in un mondo nel quale la catastrofe non è soltanto qualcosa che potrebbe accadere, ma qualcosa che è continuamente trasformato in comunicazione, propaganda, spettacolo, dibattito e soprattutto intrattenimento. E qui torna centrale il concetto di responsabilità. Il film pone una domanda scomoda: quanto è facile individuare un colpevole quando il sistema che ha prodotto la catastrofe coinvolge tutti? Digger è certamente uno degli uomini che hanno costruito la propria fortuna attraverso il petrolio. Ma il film allarga progressivamente il campo e mette in discussione anche la posizione di chi condanna il produttore mentre continua a vivere in una società completamente dipendente da ciò che quel produttore vende. È una delle intuizioni più interessanti della pellicola, perché impedisce alla satira di ridursi al semplice schema “cattivo ricco contro i poveri ed onesti cittadini”. Il problema è molto più grande. E proprio per questo la risata diventa progressivamente più amara.

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Quando il film smette di essere un film

Digger, Riz Ahmed in un'immagine del film
Digger, Riz Ahmed in un’immagine del film

È nella seconda parte che Digger compie la scelta più rischiosa. Quello che sembrava essere un grande film catastrofico satirico comincia a riflettere sulla propria natura, sul rapporto fra cinema e realtà e sul modo in cui una tragedia può essere trasformata in immagini. Il passaggio al metacinema può lasciare spiazzati. Personalmente è stato proprio questo uno degli aspetti che ci hanno colpito maggiormente, perché quando pensavamo di aver capito perfettamente dove Iñárritu volesse portarci, il film ha cambiato strada. Una scelta che inizialmente lascia interdetti, ma che poi si inizia ad apprezzare sempre di più. Perché Digger finisce per fare esattamente quello che racconta: mette in discussione il nostro bisogno di trasformare qualsiasi tragedia in una storia che possiamo consumare, commentare e infine archiviare. E allora il metacinema non è più soltanto un esercizio di stile. Diventa parte del discorso.

Il mondo finisce, ma il cinema continua

Digger, Tom Cruise in una scena del film
Digger, Tom Cruise in una scena del film

Digger è un film che diverte, intrattiene e soprattutto fa pensare parecchio alle questioni che mette sul tavolo attraverso la sua satira. E non è così frequente trovare un film capace di cercare contemporaneamente lo spettacolo, la provocazione e una riflessione sul modo stesso in cui guardiamo lo spettacolo. Questa trasformazione progressiva da satira apocalittica a qualcosa di molto più meta, quasi una riflessione sul cinema stesso e sul nostro bisogno di raccontare la fine del mondo. È una scelta che probabilmente dividerà gli spettatori. Anzi, lo sta già facendo. Chi scrive, alla fine, ne è rimasto convinto. Più di quanto avesse potuto aspettarsi. Forse il dettaglio più emblematico rimane proprio quel gatto. Perché in fondo Digger può essere capace di tutto per salvare una creatura che ama, mentre può rimanere quasi immobile davanti a una tragedia che riguarda milioni di sconosciuti. Una contraddizione assurda, grottesca, persino mostruosa, ma proprio per questo tremendamente umana. Ed il film parla soprattutto di noi e a noi, spettatori, gente comune, prendendoci in giro e allo stesso tempo facendoci riflettere. Perché di questi tempi, con i reel, la merda Netflix (ovviamente non si fa di tutta l’erba un fascio), e la nostra soglia di attenzione ai minimi storici, poter assistere a qualcosa di così profondo ma allo stesso tempo divertente, è veramente una ventata d’aria fresca.

Locandina

Digger, la locandina italiana alternativa del film

Gallery

Scheda

Regia: Alejandro G. Iñárritu

Trailer

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Cosentino trapiantato a Parma. Laureato in Scienze Motorie e specializzando in Management dello Sport ha la grande passione per il cinema, musica e tutto ciò che è arte.

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