VERITY
Ci sono thriller psicologici che riescono a insinuare il dubbio nella testa dello spettatore. Verity riesce soprattutto a insinuare il dubbio sulla qualità della propria sceneggiatura. Una premessa interessante viene infatti sviluppata con una scrittura fragile, una regia poco ispirata e un uso dell'erotismo tanto insistito quanto fuori luogo. Amazon MGM usa l’immagine di Anne Hathaway, Josh Hartnett e di Dakota Johnson (qui anche produttrice) per mandare in sala un filmetto che altrimenti non avrebbe visto quasi nessuno su piattaforma.
Una casa, un manoscritto e una famiglia da dimenticare
- Anne Hathaway salva il salvabile
- Da Una di Famiglia a Una famiglia di problemi
- Un palazzo costruito su una palude
- La tensione non si compra al mercato
- E poi c’è l’erotismo. Purtroppo.
- Non può esserci un buio più scuro di quello della mezzanotte
- Andate al cinema, a vedere altro.
- Locandina
- Gallery
- Scheda
- Trailer
- SPOILER ALERT
- THE DROPOUT
- GLI OCCHI DI TAMMY FAYE
Lowen Ashleigh è una scrittrice in difficoltà che viene incaricata di completare la fortunata serie di romanzi di Verity Crawford, rimasta gravemente ferita in seguito a un misterioso incidente.
Per lavorare ai libri, Lowen si trasferisce nella casa della famiglia Crawford, dove vive Jeremy, il marito di Verity. La scrittrice, ormai immobilizzata e apparentemente incapace di comunicare, sembra essere una presenza quasi spettrale all’interno della casa.
Durante la sua permanenza, Lowen scopre un manoscritto privato nel quale Verity racconta aspetti inquietanti della propria vita familiare. Da quel momento iniziano i dubbi: quanto c’è di vero in quelle pagine? E quanto può fidarsi delle persone che la circondano?
La premessa funziona. Una casa isolata, una famiglia con dei segreti, una donna misteriosa e un documento capace di mettere tutto in discussione sono ingredienti più che sufficienti per costruire un buon thriller.
Peccato che Verity, diretto da Michael Showalter, riesca a trasformare una buona materia prima in qualcosa di molto meno interessante.
Anne Hathaway salva il salvabile

Sul cast c’è poco da dire, nel bene e nel male. Anne Hathaway è l’unica interprete che riesce davvero a lasciare il segno. Nel ruolo di Verity sfrutta soprattutto lo sguardo e l’immobilità per creare una presenza ambigua e inquietante, dando al personaggio una profondità che la sceneggiatura non sempre gli garantisce. Dakota Johnson e Josh Hartnett sono invece sottotono.Johnson rimane troppo spesso prigioniera di una protagonista poco sfaccettata, mentre Hartnett non riesce a dare particolare spessore a Jeremy. Peccato, perché negli ultimi anni ha fatto cose buone, con Ritchie, Nolan e Shymalan.
Hathaway, dunque, salva il salvabile. E senza la prova della stacanovista Anne (è il suo quinto film che guardiamo in questo 2026, dopo Il Diavolo veste Prada 2, Mother Mary, Odissea e la magnifica sorpresa che è stata La fine di Oak Street) accompagnata da prestazioni quasi sufficienti (siamo buoni con loro, non lo saremo più avanti nella recensione) degli altri due protagonisti, il voto sarebbe inevitabilmente ancora più basso.
Da Una di Famiglia a Una famiglia di problemi

Il plot iniziale ci ha ricordato inevitabilmente Una di famiglia: una protagonista entra nella vita di una famiglia apparentemente normale e scopre progressivamente che dietro quella facciata si nasconde qualcosa di molto più torbido.
Il paragone, però, serve soprattutto a evidenziare la distanza tra i due risultati.
Una di famiglia prendeva una premessa simile e la trasformava in un thriller capace di costruire progressivamente tensione e inquietudine. Verity procede invece in maniera molto più meccanica, accumulando rivelazioni e situazioni sospette senza riuscire a dare loro lo stesso peso.
Dove l’altro film lasciava che fosse lo spettatore a mettere insieme i pezzi, qui spesso sembra che la sceneggiatura abbia paura di non essere capita e provveda a sottolineare ogni elemento (tipico per un film da piattaforma, impacchettamento per chi guarda i film con lo smartphone in mano).
Il risultato finale è quindi l’esatto opposto di quello che ci aveva regalato Una di famiglia: un’idea promettente che perde progressivamente forza invece di acquistarla.
Un palazzo costruito su una palude

È nella sceneggiatura che Verity mostra le sue debolezze più evidenti. Il film cerca di tenere insieme thriller psicologico, mystery familiare, dramma sentimentale ed erotismo, senza riuscire a trovare un equilibrio convincente. I personaggi vengono spesso utilizzati come strumenti per far avanzare la storia invece di essere sviluppati come persone credibili. I dialoghi non aiutano. In alcuni momenti sembrano scritti apposta per spiegare allo spettatore ciò che dovrebbe essere in grado di comprendere da solo.
Il problema non è che il film sia prevedibile in senso assoluto. È che fa troppo poco per rendere credibili le proprie svolte. Le motivazioni dei personaggi vengono spesso sacrificate alla necessità di arrivare alla scena successiva, e così la storia finisce per chiedere allo spettatore una sospensione dell’incredulità molto più ampia di quella che un thriller dovrebbe pretendere. L’ambiguità, poi, viene utilizzata come una sorta di passepartout narrativo: quando una situazione non è abbastanza solida, basta lasciarla sospesa e chiamarla “misteriosa”. Peccato che non tutto ciò che non viene spiegato sia automaticamente intelligente.
La tensione non si compra al mercato

Michael Showalter non riesce a dare al film quella dimensione claustrofobica che avrebbe dovuto essere fondamentale. La casa, che dovrebbe diventare progressivamente un luogo minaccioso, rimane spesso soltanto una bella ambientazione. La regia non sfrutta abbastanza gli spazi, i silenzi e gli sguardi per creare una vera atmosfera di paranoia.
Anche il ritmo procede a strappi: quando dovrebbe costruire l’attesa, accelera verso la rivelazione; quando dovrebbe farci sentire il peso di ciò che è accaduto, passa rapidamente all’evento successivo. È una regia che accompagna la storia, ma raramente la domina. E un thriller psicologico, soprattutto quando dispone di un’ambientazione del genere, avrebbe bisogno esattamente del contrario.
E poi c’è l’erotismo. Purtroppo.

L’altro grande problema di Verity è l’uso dell’erotismo. Non sarebbe un problema avere una componente sensuale. Anzi, in una storia di questo tipo potrebbe diventare uno strumento narrativo efficace per complicare rapporti, desideri e dinamiche di potere. Qui però l’erotismo è gratuito, esasperato e completamente privo di quella sensualità che dovrebbe giustificarne la presenza.
Le scene insistono sul corpo e sull’attrazione senza riuscire a trasformarle in tensione narrativa. Più che provocatorio, il risultato è spesso imbarazzante. Sembra quasi che il film confonda l’erotismo con il semplice fatto di mostrare personaggi che fanno sesso. E no: non funziona così. Se una scena dovrebbe essere sensuale e invece ti fa controllare quanto manca alla fine del film, forse qualcosa è andato storto.
Non può esserci un buio più scuro di quello della mezzanotte

Senza spoilerare gli sviluppi, possiamo dire che il finale non riesce a dare al film quella chiusura che sarebbe necessaria per riscattarne i problemi. La scelta di lasciare una certa ambiguità potrebbe essere perfettamente legittima. Il problema è che, per funzionare, una conclusione aperta deve generare riflessione, non semplicemente lasciare qualche punto interrogativo sul tavolo. Qui la sensazione è che il film arrivi al momento decisivo senza avere davvero costruito abbastanza bene le fondamenta sulle quali dovrebbe poggiare la sua conclusione. Il risultato è quindi più frustrante che perturbante. E soprattutto non basta una soluzione volutamente ambigua per trasformare automaticamente una storia irregolare (non vorremmo cadere nella scurrilità) in un thriller sofisticato. Il significato del titolo di questo paragrafo è che peggio di così non si poteva fare.
Andate al cinema, a vedere altro.

Tiriamo le somme: Verity parte da una premessa interessante, ma non riesce mai a trasformarla in un thriller davvero coinvolgente. O in un film erotico accattivante. O in qualsiasi altra cosa che questo film volesse diventare. Anne Hathaway è l’unica a riuscire davvero a salvare il salvabile, mentre il resto del cast rimane sottotono e la sceneggiatura continua a chiedere allo spettatore di credere a situazioni che il film non ha fatto abbastanza per rendere credibili.
Ma è soprattutto nel finale che Verity mostra tutta la sua presunzione: sembra convinto che basti lasciare lo spettatore nel dubbio per dargli qualcosa su cui riflettere. In realtà, quando hai passato due ore a costruire male i tuoi personaggi, a forzare le svolte e a confondere il mistero con la profondità, il dubbio finale non è necessariamente un pregio: può essere semplicemente il dubbio che ti venga in mente se hai appena buttato via il tuo tempo.
E così quello che avrebbe potuto essere un thriller morboso, inquietante e ambiguo finisce per essere il nulla cosmico. L’invito è sempre quello di andare al cinema, ma scegliete altro sul quale investire il vostro tempo ed il vostro denaro. Se invece siete tanto curiosi di vederlo, il consiglio è di aspettare un paio di mesi (o meno) e di vederlo su Prime Video.
Locandina

Gallery
Scheda
Titolo originale: Verity
Regia: Michael Showalter
Paese/anno: Stati Uniti / 2026
Durata: 117’
Genere: Drammatico, Thriller
Cast: Anne Hathaway, Dakota Johnson, Josh Hartnett, Michael Abbott Jr., Asel Swango, Brady Wagner, Daniel Echevarria, Irina Dvorovenko, Ismael Cruz Córdova, K.K. Moggie, Lou Martini Jr., Lukey Klein, Michael Muñiz, Nathan Tylutki, Sienna Kulovitz, Stephen Elrod, Thursday Farrar, Tom Galantich
Sceneggiatura: Nick Antosca
Fotografia: Jim Frohna
Montaggio: Jay Cassidy
Musiche: Volker Bertelmann
Produttore: Alex Hedlund, Nick Antosca, Colleen Hoover, Madolyn Tipton, Mariana Hellmund, Tanya Lim, Stacey Sher, Anne Hathaway, Jordana Mollick, Michael Showalter, Katie Aquino
Casa di Produzione: Amazon MGM Studios
Distribuzione: Eagle Pictures
Data di uscita: 01/10/2026

