Colman Domingo

Nato il 28 novembre 1969 a Filadelfia, Pennsylvania, terzo di quattro figli in una famiglia della classe operaia il cui padre Clarence è di origini guatemalteco-beliziane e la madre è afroamericana, Colman Jason Domingo cresce in un contesto che non ha nessuna connessione diretta con l’industria dello spettacolo, e costruisce la propria strada verso di essa con la lentezza metodica di chi sa che il talento senza struttura non basta. Si laurea in giornalismo alla Temple University di Filadelfia, formazione che lascia tracce nel tipo di attenzione alla narrazione come servizio pubblico che caratterizza le scelte della sua carriera adulta. È il teatro a rivelargli la vocazione, e il teatro — non il cinema né la televisione — a formare il tipo di attore che diventerà: capace di abitare la scena con una presenza che non dipende dalla macchina da presa, che genera il proprio campo gravitazionale indipendentemente dal mezzo.
Gli anni Novanta e i primi Duemila sono un decennio di costruzione paziente e quasi invisibile: piccoli ruoli nelle varie incarnazioni di Law & Order, lavori teatrali a New York che accumulano credibilità senza costruire fama. Il primo riconoscimento significativo arriva con Passing Strange (2008), il musical rock scritto da Stew che racconta la formazione artistica e sentimentale di un giovane afroamericano attraverso un viaggio da Los Angeles all’Europa: Domingo riceve le sue prime nomination al Tony Award e all’Olivier Award per il ruolo in questo spettacolo, che ha anche un significato biografico profondo. Il giorno dopo la morte di sua madre nel 2006, era andato all’audizione per Passing Strange, musical che trattava della perdita di un genitore e che rappresentava il suo secondo lavoro a Broadway. “Quello spettacolo è la ragione per cui sono ancora in vita”, ha dichiarato. “Sembra drammatico, ma è la verità.” L’anno successivo, la nomination al Tony per The Scottsboro Boys (2010) — musical di Kander e Ebb sulla storia vera di nove giovani afroamericani accusati ingiustamente di stupro nell’Alabama del 1931 — consolida la sua reputazione come uno dei migliori attori teatrali della sua generazione.
Il passaggio alla televisione avviene con un ruolo che, per chiunque altro, sarebbe stata semplicemente una parte in un serial popolare: Victor Strand in Fear the Walking Dead (2015–2023), spin-off della popolare serie AMC sui non-morti. Domingo porta nel personaggio — un uomo d’affari elegante e moralmente ambiguo, che naviga l’apocalisse zombie con la stessa freddezza con cui aveva navigato il capitalismo — una complessità che il genere non si aspettava e che trasforma Strand in uno dei personaggi più discussi dell’intera saga. Non solo recita nella serie per otto stagioni, ma diventa il primo attore nell’universo di The Walking Dead a sedersi sulla sedia del regista, dirigendo diversi episodi con un occhio visivo già formato: un gesto che anticipa la dimensione produttiva che assumerà crescente importanza nella sua carriera.
Il lavoro che porta Colman Domingo a un’attenzione critica più ampia è la partecipazione alla serie Euphoria (dal 2019) di Sam Levinson, in cui interpreta Ali Muhammad — il mentore e sponsor di Rue, la protagonista interpretata da Zendaya — in un ruolo ricorrente ma di presenza scenica sproporzionata rispetto al tempo concesso. Il personaggio, un ex tossicodipendente in recupero che trova nel dialogo e nella spiritualità la propria ancora, è costruito sulla sottrazione: ogni scena con Zendaya è un duetto in cui Domingo porta la parte del silenzio e dell’ascolto, e quella qualità di presenza che non richiede di essere al centro per occuparlo. Nel 2022 vince il Primetime Emmy Award come miglior attore ospite in una serie drammatica per questo ruolo. Nel mezzo, accumula apparizioni in film di primo piano — Lincoln (2012) di Spielberg, The Butler – Un maggiordomo alla Casa Bianca (2013) di Lee Daniels, Selma – La strada per la libertà (2014) di Ava DuVernay, Se la strada potesse parlare (2018) di Barry Jenkins, Ma Rainey’s Black Bottom (2020) di George C. Wolfe, Zola (2020) di Janicza Bravo — in ruoli quasi sempre di supporto che costruiscono nel tempo una galleria di personaggi di straordinaria varietà.
La svolta verso il primo piano del cinema arriva nel 2023 su due fronti simultanei. Rustin di George C. Wolfe, prodotto da Netflix con Barack e Michelle Obama tra i produttori esecutivi, porta Domingo nel ruolo di Bayard Rustin — l’attivista afroamericano gay che organizzò la Marcia su Washington del 1963 ed è rimasto a lungo ai margini della storia ufficiale del movimento per i diritti civili, proprio a causa della propria omosessualità. La critica riconosce unanimemente l’eccellenza della sua interpretazione, che mostra la gamma e il carisma che rendono Domingo una presenza così entusiasmante sullo schermo. Il ruolo gli vale la prima nomination all’Oscar come miglior attore protagonista, rendendolo il primo afro-latino a ricevere questo riconoscimento nella storia dell’Academy: un doppio primato che riflette sia la qualità del lavoro sia la tardività strutturale con cui l’industria cinematografica americana riconosce certe presenze.
Nello stesso anno, Il colore viola di Blitz Bazawule — adattamento musicale del romanzo di Alice Walker, prodotto da Spielberg, Oprah Winfrey e Scott Sanders — lo vede nel ruolo di Mister, il marito violento e controllante della protagonista: un personaggio costruito sulla chiusura e sull’esercizio del potere, agli antipodi rispetto a Rustin, che rivela la gamma di Domingo proprio nella distanza tra i due lavori dello stesso anno.
Il capolavoro tardivo arriva con Sing Sing (2023) di Greg Kwedar, film indipendente prodotto dallo stesso Colman Domingo attraverso la propria casa di produzione Edith Productions — fondata insieme al marito Raúl Domingo, con cui è sposato dal 2014. Il film porta Domingo nel ruolo di John “Divine G” Whitfield, che ha trascorso oltre ventiquattro anni in carcere dopo essere stato condannato ingiustamente per omicidio, e che in quel periodo ha costruito all’interno del Sing Sing Correctional Facility di New York un programma teatrale di riabilitazione. Il film — girato in parte con i veri ex detenuti del programma — è uno di quei lavori in cui la finzione e il documentario si toccano in un punto di rara potenza emotiva: Domingo presenta il film al Toronto International Film Festival, dove riceve il Tribute Award for Distinguished Career Achievement, e Sing Sing viene acquisito da A24 per la distribuzione. La seconda nomination consecutiva all’Oscar come miglior attore — due anni di seguito, per due film radicalmente diversi — è un record che pochissimi attori della storia recente dell’Academy possono vantare.
Il Time lo nomina nel 2024 tra le cento persone più influenti al mondo. Come drammaturgo, Domingo ha scritto e prodotto pièce che raccontano l’esperienza nera e queer con la stessa densità con cui abita i personaggi altrui — Wild With Happy, Dot, il book del musical Summer: The Donna Summer Musical e Lights Out: Nat “King” Cole — e in veste di produttore ha sostenuto lo spettacolo vincitore del Premio Pulitzer Fat Ham a Broadway nel 2023. È professore di recitazione alla USC School of Dramatic Arts, dopo essere stato Juilliard School Creative Associate e membro del corpo docente della Yale School of Drama: una trasmissione del mestiere che considera parte integrante del proprio lavoro, non un’appendice accademica.
È un orgoglioso uomo gay di origini afro-latine, e quella posizione — identitaria, culturale, politica — è visibile nelle scelte che fa: Rustin, attivista gay cancellato dalla storia per la propria omosessualità; Divine G, che usa il teatro in carcere come atto di sopravvivenza e di affermazione; Ali in Euphoria, che offre a una ragazza in crisi il tipo di ascolto che i sistemi non sanno dare. Non è un cinema di tesi ma di incarnazione: Colman Domingo porta la propria intera persona in ogni ruolo, e quella persona — complessa, politica, formata dal teatro prima che dal cinema — è la ragione per cui la macchina da presa non riesce a contenere del tutto ciò che porta con sé.
