Uma Thurman

Una foto dell'attrice Uma Thurman

Nata il 29 aprile 1970 a Boston, Massachusetts, da padre Robert Thurman — il primo monaco buddhista americano ordinato, poi professore di studi indotibetani alla Columbia University — e da madre Nena von Schlebrügge, modella svedese di origini tedesche e russe, Uma Karuna Thurman cresce in un contesto domestico di rara singolarità: una casa di Amherst, nel Massachusetts, attraversata dalla meditazione e dal pensiero buddhista, in cui il nome sanscrito — Uma, dea della luce — non è un vezzo esotico ma una dichiarazione di appartenenza spirituale. La famiglia trascorre circa due anni ad Almora, in India, prima che il padre ottenga la cattedra universitaria. È un’infanzia che non somiglia a nessun’altra nella Hollywood che Thurman si troverà ad abitare, e quella distanza di origine — culturale, filosofica, geografica — resterà visibile in una presenza scenica che si rivelerà unica rispetto alle sue contemporanee.

Da adolescente è insicura della sua altezza superiore alla media ma comincia a fare la modella a New York mentre persegue la carriera d’attrice, e a sedici anni ha già lasciato la scuola e vive in modo indipendente dai genitori in un appartamento monolocale a Manhattan. Le apparizioni sulle copertine di British Vogue nel dicembre 1985 e nel maggio 1986 la portano all’attenzione di Hollywood prima ancora che abbia recitato in un film di rilievo. Il debutto cinematografico — intitolato Laura, in originale Kiss Daddy Goodnight (1987), thriller di serie B — è irrilevante, ma l’anno successivo arriva il lavoro che stabilisce le prime coordinate della sua carriera adulta. Le relazioni pericolose (1988) di Stephen Frears, in cui è Cécile de Volanges — la giovane innocente manipolata e distrutta dagli intrighi di Glenn Close e John Malkovich — la inserisce in un cast di altissimo livello e in un film premiato con tre Oscar. Terry Gilliam la vuole in Le avventure del barone di Munchausen nello stesso anno, e il regista Philip Kaufman la sceglie per Henry & June (1990), in cui interpreta June Miller accanto ad Fred Ward e Maria de Medeiros: il film, adattamento dei diari di Anaïs Nin, diventa il primo a ricevere negli Stati Uniti la classificazione NC-17 — il nuovo rating che sostituisce la X per distinguere i film per adulti dalla pornografia, e colloca Thurman in un circuito cinefilo europeo che mal si concilia con l’industria hollywoodiana convenzionale.

Gli anni Novanta sono percorsi da una ricerca di direzione che non trova immediatamente la propria forma: Robin Hood – La leggenda (1991) di John Irvin — adattamento televisivo del celebre personaggio con Patrick Bergin — e Analisi finale (1992) di Phil Joanou, thriller erotico con Richard Gere, sono lavori di transizione. Nel 1990 sposa l’attore Gary Oldman, incontrato sul set di State of Grace; divorziano nel 1992. Poi, nel 1994, arriva il film che ridefinisce tutto.

Pulp Fiction di Quentin Tarantino è l’opera che trasforma Uma Thurman in un’icona culturale senza che lei debba fare quasi nulla di convenzionalmente spettacolare: Mia Wallace — moglie del gangster Marsellus, con il caschetto nero e la sigaretta, che balla il twist con John Travolta e viene salvata da un’overdose con un’iniezione di adrenalina nel cuore — è un personaggio costruito sulla superficie e sulla presenza, sulla qualità dello sguardo e sull’ironia trattenuta; un personaggio in cui Thurman porta qualcosa di intraducibile che il cinema americano dell’epoca non aveva mai visto. Il ruolo le vale la nomination all’Oscar, al BAFTA e al Golden Globe come miglior attrice non protagonista, e l’immagine dell’attrice sul poster del film — sdraiata sul letto con sigaretta e libro pulp — diventa uno degli oggetti visivi più riprodotti degli anni Novanta. Tarantino la definisce pubblicamente la sua musa, e quella definizione — lusinga e gabbia insieme — condizionerà la percezione pubblica di entrambi per i due decenni successivi.

I film che seguono rivelano una ricercatezza di scelta che il mercato non sempre premia: Gattaca – La porta dell’universo (1997) di Andrew Niccol, fantascienza distopica con Ethan Hawke e Jude Law — Hawke diventa il suo secondo marito nel 1998, dalla relazione nascono due figli, Maya e Levon, entrambi poi diventati attori; divorziano nel 2005 — è un film che supera la prova del tempo meglio di quasi tutti i suoi contemporanei. I miserabili (1998) di Bille August e The Golden Bowl (2000) di James Ivory completano una sequenza di scelte colte e non commerciali che confermano la sua predisposizione per il cinema di qualità europeo più che per il blockbuster hollywoodiano. Nel 2002, si aggiudica il Golden Globe come miglior attrice in una miniserie o film televisivo con Gli occhi della vita di Mira Nair, ritratto della fotografa di guerra Margaret Bourke-White.

Il ritorno al centro dell’attenzione globale avviene nel 2003 e 2004 con i due capitoli di Kill Bill, in cui Tarantino costruisce intorno a Uma Thurman il personaggio più elaborato della sua carriera: la Sposa, assassina professionista che sopravvive a un massacro nel giorno delle proprie nozze e attraversa due film di citazionismo cinefilo in cerca di vendetta, è un personaggio pensato esplicitamente per lei, scritto con lei, costruito sulla sua fisicità e sulla sua presenza. Il risultato è uno dei più grandi ruoli femminili della storia del cinema d’azione, in cui la forza e la vulnerabilità si alternano con una naturalezza che nessuna controfigura potrebbe replicare. Durante la produzione, Tarantino la convince a guidare personalmente un’automobile in una scena su una strada messicana nonostante le sue riserve sulla sicurezza del veicolo; l’incidente che ne consegue le provoca danni permanenti al collo e al ginocchio: una vicenda che Thurman rende pubblica solo nel 2018, con una lucidità e una precisione che segnano uno dei momenti più significativi del dibattito #MeToo nel cinema americano. Nello stesso articolo sul New York Times denuncia le violenze subite da Harvey Weinstein nel 1994 a Londra, descrivendo con una calma deliberata — “stavo prendendo tempo”, dice — il motivo per cui aveva atteso anni prima di parlare. La testimonianza di Thurman, per la sua chiarezza e per il coraggio di mettere insieme le responsabilità di Weinstein e quelle di Tarantino (che si scuserà pubblicamente per la vicenda dell’incidente, riconciliandosi con l’attrice), contribuisce in modo decisivo all’accelerazione del movimento.

Gli anni contemporanei e quelli successivi alla trilogia con Tarantino portano risultati più discontinui: Batman & Robin (1997) di Joel Schumacher — in cui è Poison Ivy, villain di lacca verde — è già alle spalle, ma The Producers – Una gaia commedia neonazista (2005), adattamento del musical di Mel Brooks, rivela doti canore inaspettate. Il decennio successivo è segnato da scelte eterogenee: Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo – Il ladro di fulmini (2010), la serie televisiva musicale Smash (2012) per NBC, e Imposters (2017-2018), serie in cui interpreta una truffatrice seriale di relazioni sentimentali — uno dei ruoli televisivi più adatti alla sua capacità di costruire l’ambiguità con economia di mezzi. Nel 2011 è membro della giuria della sezione principale al Festival di Cannes, e nel 2017 debutta a Broadway in The Parisian Woman di Beau Willimon: una carriera teatrale che riprende le origini della propria formazione e che rivela una ricercatezza di scelte che il cinema commerciale raramente le ha permesso di esercitare.Uma Thurman è una delle attrici della sua generazione la cui traiettoria è più difficile da descrivere con le categorie usuali: né star nel senso convenzionale — troppo selettiva, troppo imprevedibile — né attrice d’autore nel senso europeo, nonostante le collaborazioni con Gilliam, Ivory, Niccol. Il personaggio di Mia Wallace e quello della Sposa hanno proiettato la sua immagine pubblica in una direzione che non esauriva il suo repertorio, e la carriera successiva ai due film con Tarantino è stata in parte il tentativo di recuperare una libertà di scelta che il mito costruito intorno a quei lavori rendeva difficile da esercitare. La denuncia del 2018 — pronunciata con la stessa pacatezza glaciale della Sposa prima di un duello — ha restituito a quella traiettoria una dimensione più complessa e più vera: quella di un’attrice che ha navigato per trent’anni le contraddizioni di un’industria costruita sul potere maschile, portandosi dietro non solo i ruoli memorabili ma anche il peso di ciò che quei ruoli le erano costati.