Ari Aster

Nato il 15 luglio 1986 a Princeton, nel New Jersey, da madre poetessa e artista visiva e da padre musicista jazz, entrambi ebrei americani, Ari Aster cresce immerso in una famiglia che coltiva le arti come forma d’esistenza quotidiana. La famiglia si trasferisce brevemente in Inghilterra, dove il padre apre un jazz club a Chester, prima di stabilirsi definitivamente nel Nuovo Messico quando Aster ha dieci anni: un’infanzia itinerante, tra contesti culturali diversi, che lascia tracce riconoscibili nella sua sensibilità di narratore. Il suo primo incontro con il cinema avviene a quattro anni, durante la proiezione di Dick Tracy: una scena con una mitragliatrice davanti a un muro di fuoco lo spaventa al punto da farlo scappare fuori dal teatro, inseguito dalla madre. Non è un aneddoto trascurabile: il terrore come risposta immediata, viscerale, pre-razionale all’immagine cinematografica è qualcosa che Aster trasformerà in poetica.
Dopo aver frequentato la Santa Fe University of Art and Design, consegue un MFA all’AFI Conservatory di Los Angeles, la stessa istituzione che aveva formato Lynch quarant’anni prima. È proprio il film di tesi a segnare il suo primo, dirompente ingresso nell’attenzione pubblica. The Strange Thing About the Johnsons (2011) — corto che racconta con uno sguardo clinico e deliberatamente disturbante una storia di abuso sessuale intrafamiliare in cui è il figlio ad abusare del padre — diventa un fenomeno virale, controverso tanto per il soggetto quanto per la scelta di ambientare la vicenda in una famiglia afroamericana, una decisione che alimenta un dibattito sui confini dell’utilizzo del tabù nel cinema. Il corto rivela già in nuce l’approccio che definirà tutta la sua opera: la famiglia come spazio del perturbante, la violenza emotiva portata al grado di insostenibilità, l’umorismo nero come valvola di un materiale altrimenti inabitabile.
Seguono altri cortometraggi che affinano progressivamente lo stile: Munchausen (2013), film horror silente con Bonnie Bedelia nel ruolo di una madre che impedisce al figlio di lasciare la casa per andare all’università, e i cortometraggi The Turtle’s Head e C’est la Vie (2014 e 2016), entrambi caratterizzati da una commistione di umorismo nero e angoscia psicologica che anticipa la direzione dei lungometraggi. Nel 2011 realizza anche il cortometraggio Beau, prima versione embrionale di un’idea che troverà la sua forma compiuta dodici anni dopo.
Il debutto nel lungometraggio arriva nel 2018 con Hereditary – Le radici del male, prodotto da A24 e presentato al Sundance Film Festival. Il film, storia soprannaturale di una famiglia che si sgretola dopo un lutto, ottiene un’accoglienza straordinaria alla sua prima proiezione e incassa oltre ottanta milioni di dollari a fronte di un budget di dieci: un risultato che consacra Aster come uno degli autori più importanti della nuova generazione horror americana e contribuisce a lanciare il termine elevated horror come categoria critica. La pellicola prende il cinema di genere e lo piega verso la tragedia greca — lo stesso film contiene un riferimento esplicito alle profezie della tragedia greca attraverso una lezione di liceo, sottolineando come i protagonisti siano destinati alla sconfitta da forze che agiscono al di fuori della loro comprensione — costruendo una visione del destino familiare come condanna iscritta nel corpo e nel sangue. Toni Collette, protagonista del film, dirà che Aster era il regista più preparato con cui avesse mai lavorato, e che aveva il film completamente girato e montato nella propria testa due anni prima dell’inizio delle riprese.
L’anno successivo, Midsommar (2019) porta la stessa logica in uno spazio radicalmente diverso: un gruppo di studenti americani in vacanza in Svezia si trova coinvolto in un culto pagano ambiguo e minaccioso, in un film in cui Aster sostituisce le tenebre di Hereditary con una luce nordica abbagliante e ininterrotta, rivelando che l’orrore non ha bisogno dell’oscurità per manifestarsi. Il film incassa circa quarantotto milioni di dollari in tutto il mondo a fronte di un budget di nove milioni e lancia definitivamente la carriera di Florence Pugh. I due film, pur nelle differenze di ambientazione e tono, condividono la stessa struttura profonda: una protagonista emotivamente devastata, una comunità che cela un disegno oscuro, una rivelazione finale che non è soluzione ma ulteriore precipitazione.
Con Beau ha paura (2023) Aster esegue una virata radicale. Il film, con Joaquin Phoenix nel ruolo di un uomo paranoico di mezza età impegnato in un’odissea surreale per raggiungere la madre, è una commedia horror grottesca della durata di tre ore che riceve recensioni contrastanti e si rivela un flop commerciale, incassando undici milioni e mezzo di dollari a fronte di un budget di trentacinque milioni. Il film è probabilmente il più personale e il meno negoziabile della sua filmografia — una discesa negli inferi freudiani del rapporto materno che non concede nulla alla leggibilità convenzionale. Lo stesso padre di Aster, dopo il flop, gli suggerisce di smettere di scrivere i propri film. È una battuta che Aster ha riferito pubblicamente, con quella miscela di autoironia e cocciutaggine che caratterizza il suo rapporto con il pubblico.
Nel 2025 esce Eddington, neo-western satirico ambientato in un piccolo paese del Nuovo Messico durante i primi mesi della pandemia del 2020, con Joaquin Phoenix nel ruolo di uno sceriffo scettico sulle misure di contenimento del virus e Pedro Pascal in quello del sindaco favorevole ai mandati di mascherina. Come in tutta la filmografia di Aster, il film esplora la premonizione che forze al di fuori della comprensione dei protagonisti stiano orchestrando un disegno destinato a travolgerli: ma in Eddington il twist è che non esiste nessuna cospirazione, e che l’assenza di un ordine segreto è la cosa più terrificante di tutte. La critica lo accoglie come il suo lavoro più ambizioso, capace di sintetizzare la violenza viscerale di Hereditary, la ricchezza psicologica dei personaggi di Midsommar e l’audacia formale di Beau ha paura, in un film che porta il suo stile nella sfera della satira politica e della critica culturale.
Con soli quattro lungometraggi all’attivo, Aster ha già costruito un corpus di lavoro immediatamente riconoscibile e criticamente denso: ogni suo film mette al centro un protagonista schiacciato da forze che lo precedono — familiari, culturali, cosmiche — e trasforma quella schiacciatura in uno spettacolo di rara intensità formale. Il suo debutto ha contribuito a lanciare e definire il termine elevated horror, ma è un’etichetta che già Beau ha paura ed Eddington rendono insufficiente: Aster non è un regista horror che si è elevato, è semplicemente un autore che usa il perturbante come grammatica, indipendentemente dal genere in cui opera.
