Clint Eastwood

Una foto del regista, attore e produttore Clint Eastwood

Nato il 31 maggio 1930 a San Francisco, California, Clinton Eastwood Jr. è figlio di un operaio siderurgico e di una lavoratrice di fabbrica, e cresce in una famiglia che attraversa la Grande Depressione spostandosi continuamente lungo la costa ovest degli Stati Uniti. La famiglia si stabilisce definitivamente a Piedmont, in California, nel 1940, e Eastwood trascorre l’adolescenza tra lavori saltuari — caddie da golf, commesso in un alimentari — prima di essere arruolato nell’esercito durante la Guerra di Corea, senza peraltro mai vedere azione sul fronte. È proprio durante la ferma militare a Fort Ord che incontra un regista della Universal Pictures di nome Arthur Lubin, il quale intuisce qualcosa in quel giovane longilineare e silenzioso e lo introduce nell’industria. È un ingresso laterale, privo di qualunque formazione formale, che segnerà per sempre il suo rapporto con il cinema: non quello di un intellettuale o di un teorico, ma quello di un artigiano che impara sul campo.

Gli anni Cinquanta sono un decennio di piccoli ruoli non accreditati e di gavetta televisiva, fino all’approdo nel 1959 alla serie western Gli uomini della prateria (in originale Rawhide), in cui interpreta per sei stagioni il mandriano Rowdy Yates. È la televisione americana a costruire la sua popolarità domestica; è l’Italia a farne un mito globale. Quando il regista Sergio Leone lo ingaggia per la trilogia del dollaro — Per un pugno di dollari (1964), Per qualche dollaro in più (1965) e Il buono, il brutto, il cattivo (1966) — Eastwood non è ancora una star, ma tre film dopo è diventato qualcosa di più: l’archetipo di un nuovo tipo di eroe occidentale, amorale, silenzioso, implacabile, che sostituisce la retorica del buono contro il cattivo con l’ambiguità di un uomo che agisce per interesse proprio e finisce per fare la cosa giusta quasi per accidente. Il suo stile recitativo — minimalista, costruito sullo sguardo e sull’economia del gesto — si impone come risposta diretta alla teatralità del cinema classico americano, e quel modello verrà imitato per decenni senza mai essere davvero replicato.

Il ritorno negli Stati Uniti lo consacra come la maggiore star d’azione del cinema americano dei Settanta. Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! (Dirty Harry, 1971), in cui interpreta l’ispettore Harry Callaghan con i suoi metodi spicci e il suo disprezzo per le procedure, scatena un dibattito culturale intenso sul rapporto tra legge e violenza, tra ordine e giustizia, che ancora oggi non si è del tutto esaurito: il personaggio viene letto di volta in volta come proiezione reazionaria e come satira consapevole del giustizialismo popolare. Nello stesso anno Eastwood fa il suo esordio alla regia con Brivido nella notte, thriller erotico in cui si riserva anche la parte del protagonista, stabilendo da subito la propria modalità di lavoro: produttore, regista e interprete dei propri film, con un grado di controllo creativo che pochi attori della sua generazione riuscirebbero a ottenere o a gestire. Con i compensi ricevuti dai film di Leone aveva fondato nel 1967 la Malpaso Productions, la sua casa di produzione personale che da allora ha prodotto quasi tutta la sua filmografia: uno strumento di indipendenza industriale che gli consente di girare veloce, spendere poco e non rispondere a nessuno.

Gli anni Settanta e Ottanta sono percorsi da un’attività frenetica, in cui la carriera di attore e quella di regista procedono in parallelo senza mai del tutto integrarsi. Come attore, Eastwood costruisce una galleria di variazioni sul tema dell’uomo duro: Lo straniero senza nome (1973), Il texano dagli occhi di ghiaccio (1976), Fuga da Alcatraz (1979), i seguiti di Dirty Harry. Come regista, i risultati sono discontinui, ma includono già lavori di interesse genuino: Il texano dagli occhi di ghiaccio porta la logica del western revisionista a un grado di complessità morale inusuale per il genere, e Bird (1988) — biografia del sassofonista jazz Charlie Parker, riflesso della sua passione musicale profonda e duratura, coltivata anche come pianista — rivela una dimensione intima e culturalmente sofisticata che il pubblico mainstream raramente sospettava in lui. La critica dell’epoca lo guarda con sufficienza: Eastwood è ancora, nella percezione dominante, soprattutto un’icona popolare, non un autore.

La rivalutazione definitiva arriva nel 1992 con Gli spietati, western crepuscolare in cui Eastwood interpreta un ex fuorilegge che torna alla violenza per necessità economica, in un film che smonta sistematicamente la mitologia del genere a cui deve la sua fama. Il film gli vale l’Oscar come miglior film e miglior regia, trasformando in un colpo solo la percezione critica di trent’anni di carriera. È un caso raro nella storia del cinema: un attore-regista che usa il proprio mito per interrogarlo, e che vince la partita proprio perché conosce quel mito dall’interno. Seguono Nel centro del mirino (1993), diretto da Wolfgang Petersen, in cui è un agente dei servizi segreti ossessionato dal senso di colpa, e I ponti di Madison County (1995), adattamento sentimentale del romanzo di Robert James Waller che rivela una sensibilità melodrammatica sorprendente.

Il decennio successivo porta quella che molti considerano la sua seconda grande stagione autoriale. Mystic River (2003), con Sean Penn, Tim Robbins e Kevin Bacon, è un thriller sul trauma infantile e sulla violenza che si sedimenta nelle comunità: le interpretazioni di Penn e Robbins valgono rispettivamente l’Oscar come miglior attore protagonista e non protagonista, rendendo Mystic River il primo film a vincere entrambe le categorie dai tempi di Ben-Hur. Million Dollar Baby (2004), storia di un allenatore di boxe e di un’aspirante pugile, è probabilmente il maggiore successo inatteso della sua carriera: un film che conquista gli Oscar per miglior film, migliore attrice protagonista e migliore attore non protagonista e che confonde le aspettative di chiunque cercasse nel cinema di Eastwood soltanto un eroe senza macchia.

Nel 2006 realizza il dittico sulla battaglia di Iwo Jima: Flags of Our Fathers dal punto di vista americano e Lettere da Iwo Jima da quello giapponese, quest’ultimo premiato con il Golden Globe come miglior film straniero. È un gesto politicamente e cinematograficamente raro — guardare una delle battaglie fondative del mito militare americano attraverso gli occhi del nemico — che conferma la sua disponibilità a usare il cinema storico per interrogare le narrazioni nazionali. Gran Torino (2008) è invece il film in cui Eastwood porta al limite la propria immagine di uomo duro: il veterano della Corea Walt Kowalski, rabbioso e reazionario, che trova redenzione inaspettata nel rapporto con i vicini immigrati hmong, è una delle sue interpretazioni più dense ed era stata pensata, con un proposito poi non mantenuto, come la sua ultima da protagonista.

Gli anni Dieci consolidano la carriera di regista puro, con una produttività che non conosce rallentamenti: American Sniper (2014), biografia del cecchino Chris Kyle con Bradley Cooper, incassa quasi 550 milioni di dollari nel mondo diventando il film di guerra con il maggiore incasso della storia americana, e riaprendo il dibattito, già innescato da Dirty Harry, sul confine tra celebrazione e critica dell’eroismo militare. Seguono Sully (2016), Ore 15:17 – Attacco al treno (2018), Richard Jewell (2019) e Cry Macho – Ritorno a casa (2021), quest’ultimo girato a novant’anni compiuti. Nel 2024 dirige Giurato numero 2, thriller legale distribuito da Warner Bros., che completa una filmografia di quaranta film come regista nell’arco di cinquantatré anni, un record di prolificità e longevità senza equivalenti nel cinema americano contemporaneo.

È l’unica star drammatica americana ad aver plasmato quasi interamente la propria carriera attraverso film di propria produzione e frequente regia: nessun altro attore drammatico di quella statura si è diretto così spesso e con così ampia autonomia. La critica ha impiegato decenni ad accettare che quella parsimonia di stile — quella regia funzionale, senza virtuosismi, che si fa quasi invisibile — fosse una scelta estetica e non una limitazione tecnica: un cinema che si fida della storia e degli attori, e che considera l’ornamento formale una distrazione. Formatosi non nelle scuole di cinema ma sui set televisivi e nei deserti di Almería, Eastwood ha costruito la propria poetica dall’esterno del sistema, per poi abitarlo così a lungo da diventarne, nel bene e nel male, una delle coscienze più imprevedibili.