James Gray

Una foto del regista James Gray

Nato il 14 aprile 1969 a Flushing, Queens, New York, James Gray cresce in una famiglia di immigrati ebrei di origine ucraina della classe operaia: il cognome di famiglia è originariamente Greyzerstein, cambiato per non attirare attenzione, e i nonni materni sono rifugiati che hanno attraversato Ellis Island nei primi anni Venti per sfuggire all’antisemitismo. Questa storia familiare di migrazione, adattamento e assimilazione forzata — di persone che rinunciano a una parte di se stesse per sopravvivere in un paese che non le ha ancora accettate — è il materiale autobiografico che attraversa tutta la sua filmografia, a volte in modo esplicito e a volte come pressione sotterranea che determina la qualità morale dei personaggi. Da bambino cresce a Queens aspirando a diventare pittore: un’inclinazione visiva che resterà riconoscibile in un cinema costruito sull’inquadratura come composizione, sulla luce come atmosfera prima ancora che come funzione narrativa. Frequenta la USC School of Cinematic Arts, dove il film studentesco Cowboys and Angels attira l’attenzione del produttore Paul Webster, che lo incoraggia a scrivere la sceneggiatura del proprio primo lungometraggio.

Little Odessa (1994) — storia di un sicario che torna al quartiere russo di Brighton Beach a Brooklyn per un lavoro, trovandosi a fare i conti con la famiglia da cui era fuggito — esce quando Gray ha venticinque anni. Il film vince il Leone d’argento al Festival di Venezia del 1994, con un cast composto da Tim Roth, Edward Furlong, Vanessa Redgrave e Maximilian Schell: un esordio di primo piano che colloca immediatamente James Gray in una tradizione precisa — quella del cinema americano di fine anni Settanta, Sidney Lumet, Coppola — e che lo introduce alla critica francese, destinata a diventare il suo pubblico più fedele e più appassionato. Cannes è il festival che è stato insieme generoso e ingrato con lui: il luogo in cui Gray ha cementato la propria reputazione tra i critici e cinefili francesi, molti dei quali lo considerano erede dei grandi autori americani come Scorsese e Coppola, e il festival che per anni lo ha selezionato in concorso senza mai assegnargli un premio.

Passano sei anni prima del secondo film. The Yards (2000), con Mark Wahlberg e Joaquin Phoenix nei ruoli di due giovani intrappolati tra la criminalità e la lealtà familiare nell’ambiente degli appalti municipali di New York — viene selezionato in concorso a Cannes ma non premiato. È il primo di una serie di film che la critica americana accoglie con rispetto discontinuo mentre quella francese osserva con devozione crescente: un divario che diventa nel tempo una delle costanti più comentate della carriera di Grey. Il sodalizio con Joaquin Phoenix — che diventa il suo attore di riferimento per tre film consecutivi — produce lavori in cui la tensione tra ambizione e compromesso, tra lealtà e sopravvivenza, si manifesta attraverso corpi che non sanno dove mettere le mani.

Sette anni separano The Yards dal film successivo. I padroni della notte (We Own the Night, 2007), di nuovo con Phoenix e Wahlberg nei ruoli di due fratelli su fronti opposti della legge nella New York degli anni Ottanta, ottiene il maggior successo commerciale della sua carriera fino ad allora — oltre cinquantaquattro milioni di dollari di incasso — confermando la qualità della sua regia dell’azione ma anche, secondo la critica più severa, una certa dipendenza da strutture narrative già esplorate. Con Two Lovers (2008), James Gray compie la deviazione più inaspettata della sua carriera: abbandonando la struttura del crime drama per costruire una storia d’amore ambientata a Brighton Beach, con Phoenix nel ruolo di un uomo instabile diviso tra due donne — Gwyneth Paltrow e Vinessa Shaw — in una storia che attinge alle memorie del quartiere in cui ha cresciuto. La critica lo accoglie come il suo film più personale e più riuscito fino ad allora, e Gray ottiene la nomination all’Independent Spirit Award per la miglior regia.

Il capolavoro della stagione classica è C’era una volta a New York (The Immigrant, 2013) con Marion Cotillard, Joaquin Phoenix e Jeremy Renner. Il film, ispirato dai ricordi e dai diari della nonna materna di Gray, segue Ewa — rifugiata polacca arrivata ad Ellis Island nel 1921 — attraverso il sottobosco criminale della New York degli immigrati: un film in cui la storia familiare diventa epopea morale, e in cui la fotografia di Darius Khondji costruisce un mondo di luce pitttorica che sembra provenire direttamente dalle fotografie dell’epoca. Gray ha dichiarato di considerare il film il migliore della sua carriera, e Marion Cotillard la miglior attrice con cui abbia mai lavorato. La distribuzione, tuttavia, è un disastro: dopo il rifiuto di Gray di apportare le modifiche al montaggio imposte dal distributore Harvey Weinstein, il film ottiene solo un’uscita simbolica nelle sale nel 2014, fatto che lo priva del pubblico che avrebbe meritato. È forse il caso più eclatante nella carriera di James Grey del divario tra la qualità intrinseca di un lavoro e la sua fortuna commerciale.

Civiltà perduta (The Lost City of Z, 2016) è la sua prima deviazione geografica radicale: la storia vera del colonnello Percy Fawcett, esploratore britannico ossessionato dalla ricerca di una civiltà perduta nell’Amazzonia, porta Gray fuori da New York e dentro il territorio dell’avventura epica. Con Charlie Hunnam, Robert Pattinson e Tom Holland, il film è una riflessione sulla follia dell’imperialismo e sull’impresa come forma di fuga da una vita che non si riesce ad accettare: la critica lo legge come un film di ispirazione coppoliana sull’odissea del viaggio dell’eroe di Jospeh Campbell, qui un viaggio circolare verso l’ignoto e ritorno. Ad Astra (2019), con Brad Pitt nei panni di un astronauta che attraversa il sistema solare alla ricerca del padre scomparso, porta quella stessa struttura nell’universo fantascientifico. Dopo la “tortuosa esperienza” di aver subito in sala di montaggio interventi sulle proprie intenzioni, Gray decide di tornare nel territorio più vicino a sé.

Armageddon Time – Il tempo dell’Apocalisse (2022) è il film più direttamente autobiografico della sua carriera. Ambientato a Queens nel 1980, racconta la storia di Paul Graff — dodicenne ebreo alter ego del regista — la cui ribellione scolastica trascina in guai seri anche il compagno afroamericano Johnny, con esiti profondamente ineguali per i due: Paul finisce in un costoso istituto privato i cui ex alunni includono Donald Trump, Johnny finisce per strada. “Ho cercato di mettere in ogni film che ho fatto cose direttamente autobiografiche, ma qui mi chiedevo: che piatti avevamo in sala da pranzo? Com’era la carta da parati? E abbiamo girato il film a novanta metri da casa mia”, ha dichiarato Gray. Con Jeremy Strong nel ruolo del padre — costruito sul modello reale che Gray descrive come “peggiore nella realtà che nel film” — e Anthony Hopkins nel ruolo del nonno ucraino, il film è anche una meditazione sulla responsabilità bianca e sul privilegio come struttura invisibile che si perpetua nelle famiglie più che nelle istituzioni. La critica di Time lo definisce il lavoro di uno dei migliori registi americani contemporanei, “come i francesi sanno, anche se il pubblico americano è stato lento a cogliere le meraviglie di The Immigrant e The Lost City of Z“.Quattro dei film di James Gray sono stati selezionati in concorso al Festival di Cannes — The Yards, I padroni della notte, Two Lovers e C’era una volta a New York — senza ricevere mai un singolo premio dalla giuria: un primato negativo che la critica cita spesso come esempio del disallineamento tra il riconoscimento informale e quello istituzionale. Il BFI lo descrive come uno dei filmmaker indipendenti americani più criticamente rispettati degli ultimi vent’anni, con un posto speciale nella critica francese: una formulazione diplomatica che nasconde la frustrazione di un autore il cui cinema — fondato sulla lealtà familiare, sulla colpa ereditata, sulla New York degli immigrati come territorio morale — ha trovato fuori dall’America la cassa di risonanza che in America gli è stata a lungo negata. La moglie ha raccontato che Gray valuta i pasti di famiglia usando la filmografia di Coppola come scala di riferimento: un “Padrino II” è il massimo, un “Jack” è quello di cui non si parla. Non è solo un aneddoto domestico: dice qualcosa sul tipo di cinefilo che è, sulla misura in cui il cinema non è per lui un mestiere separato dalla vita ma la lingua in cui la vita stessa viene misurata.