Ken Loach

Una foto del regista Ken Loach

Nato il 17 giugno 1936 a Nuneaton, nel Warwickshire, figlio di un operaio di fabbrica della classe lavoratrice, Kenneth Charles Loach cresce in un contesto che fornirà il materiale di tutta la sua opera: la Gran Bretagna industriale del dopoguerra, con le sue gerarchie di classe, le sue strutture di potere opache, la sua capacità di schiacciare le vite delle persone ordinarie con la stessa indifferenza con cui i macchinari schiacciano il metallo. Frequenta la King Edward VI Grammar School e poi studia legge al St. Peter’s College di Oxford, dove entra in contatto con il teatro universitario e scopre che la recitazione e la regia lo interessano più del diritto. Dopo la laurea trascorre due anni nella Royal Air Force, poi si avvicina al teatro professionistico prima di approdare alla BBC nel 1963 come regista televisivo: l’istituzione che formerà la sua tecnica e che gli darà, per qualche anno, la libertà necessaria a fare il tipo di cinema che ha in mente. Il film che più lo ha ispirato a intraprendere la carriera cinematografica è, per sua ammissione, Ladri di biciclette di Vittorio De Sica: un dettaglio biografico che illumina immediatamente la genealogia del suo cinema, radicato nel neorealismo italiano prima ancora che nella tradizione del Free Cinema britannico.

La collaborazione con il produttore Tony Garnett alla BBC produce una serie di docudrammi televisivi che sconvolgono la televisione britannica degli anni Sessanta. Il più importante è Cathy Come Home (1966), episodio del Wednesday Play che racconta la storia di una giovane coppia spinta senza sosta verso la povertà e la homelessness dal sistema burocratico britannico: l’impatto del film è così forte che porta direttamente a una modifica delle leggi sulla homelessness stessa, in uno dei casi più documentati nella storia della televisione in cui un’opera di finzione produce conseguenze legislative reali. È già, in embrione, tutta la poetica di Loach: la narrazione come atto politico, il realismo come forma di rispetto per chi non ha voce, il testo audiovisivo come spazio pubblico in cui le classi dominanti devono essere chiamate a rispondere delle proprie scelte.

L’esordio cinematografico è Poor Cow (1967), ritratto di una donna della classe operaia il cui marito è in prigione: un film che lo inserisce nella tradizione tardiva del Free Cinema britannico come uno dei suoi praticanti più coerenti. Kes (1969) — storia di Billy Casper, ragazzo maltrattato in casa e a scuola che trova il proprio unico legame affettivo nell’addestrare un gheppio — è il film che la critica britannica considera ancora oggi una delle opere più importanti mai girate nel paese: un’accusa a un sistema educativo che non riesce a creare esseri umani, che fonde il pessimismo realistico con un tema quasi vittoriano — il bambino solo e vittimizzato — aggiornato alla società inglese degli anni Sessanta. Il film ottiene la nomination ai BAFTA come miglior film e inaugura la collaborazione con il direttore della fotografia Chris Menges, che continuerà per molti anni.

Gli anni Settanta e Ottanta sono un periodo di difficoltà produttiva: molti dei suoi lavori televisivi vengono bloccati o ritardati dalla BBC, che teme le polemiche politiche che le opere di Loach sistematicamente generano. Which Side Are You On? (1984), documentario televisivo sullo sciopero dei minatori britannici, provoca controversie per il suo sguardo apertamente solidale con i lavoratori: un caso che si aggiunge a una lunga lista di interventi istituzionali sui suoi lavori, e che rafforza in Ken Loach la convinzione che il cinema indipendente sia l’unico spazio in cui possa operare senza compromessi. La rinascita professionale arriva con L’agenda nascosta (1990), thriller politico ambientato nell’Irlanda del Nord che indaga sulle pratiche di tortura dei servizi segreti britannici: il film ottiene il Premio della Giuria al Festival di Cannes e riporta Loach all’attenzione della critica internazionale.

Gli anni Novanta sono la sua stagione più fertile nella produzione cinematografica di Ken Loach. Riff Raff – Meglio perderli che trovarli (1991) e Piovono pietre (1993) — quest’ultimo Premio della Giuria a Cannes — costruiscono con il produttore Sally Hibbin la struttura produttiva che permetterà l’indipendenza assoluta. Ladybird Ladybird (1994), storia di una donna della classe operaia a cui i servizi sociali tolgono ripetutamente i figli, è il suo lavoro più emotivamente devastante del decennio. Terra e libertà (1995), sulla guerra civile spagnola vissuta attraverso gli occhi di un miliziano inglese, è il film politico più esplicitamente ideologico della carriera di Loach: la sconfitta degli anarchici e dei marxisti non stalinisti per mano del Partito Comunista filostaliniano viene raccontata con una passione e una precisione storica che la critica di sinistra europea accoglie come un atto di necessaria memoria. My Name Is Joe (1998), con Peter Mullan nel ruolo di un ex alcolizzato di Glasgow che lotta per mantenere la sobrietà mentre cerca di proteggere la sua squadra di calcio amatoriale dalla criminalità locale, porta la sua poetica nel Nord della Scozia con una forza che vale a Mullan il premio come miglior attore a Cannes.

La collaborazione con lo sceneggiatore Paul Laverty — iniziata con La canzone di Carla (1996) — diventa il sodalizio creativo definitivo della seconda metà della carriera di Loach: Laverty porta la ricerca sul campo, i contatti con le comunità che i film raccontano, una capacità di scrivere del dialogo che suona come parola parlata senza mai diventare trascrizione. Paul, Mick e gli altri (2001), il successivo Sweet Sixteen (2002) e il film sul movimento sindacale In questo mondo libero… (2007) costruiscono un corpus di lavori incentrati sulla precarietà del lavoro e sulla solidarietà come ultima risorsa disponibile. La consacrazione istituzionale definitiva era già arrivata però, un anno prima, con Il vento che accarezza l’erba (2006), storia della guerra d’indipendenza irlandese e della successiva guerra civile degli anni Venti, con Cillian Murphy: il film vince la Palma d’oro al Festival di Cannes, il massimo riconoscimento internazionale, e porta Ken Loach nell’elenco ristrettissimo dei registi che la Palma l’hanno vinta due volte.

Il mio amico Eric (2009) — commedia in cui un postino di Manchester riceve le visite immaginarie di Eric Cantona — è il suo film più leggero e più popolare, un tentativo riuscito di raggiungere un pubblico più ampio senza tradire le proprie ossessioni. Jimmy’s Hall – Una storia d’amore e libertà (2014), sulla vicenda dell’attivista irlandese James Gralton, viene dichiarato da Loach come il suo ultimo film: una promessa che per fortuna non mantiene. Io, Daniel Blake (2016) — storia di un carpentiere di Newcastle che si trova a combattere con il sistema burocratico dei sussidi di disoccupazione dopo un infarto — è il film in cui la sua poetica raggiunge la forma più concentrata e più politicamente urgente: vince la seconda Palma d’oro a Cannes, collocando Ken Loach nello stesso elenco di Bille August, Emir Kusturica, Michael Haneke, i fratelli Dardenne e Francis Ford Coppola come unici registi ad aver vinto il massimo premio del cinema mondiale per due volte. La tripletta si completa con Sorry We Missed You (2019), atto d’accusa contro la gig economy britannica attraverso la storia di un corriere che pensa di conquistare l’indipendenza diventando lavoratore autonomo e si ritrova invece più schiavo di prima, e con The Old Oak (2023), storia del proprietario dell’ultimo pub rimasto in un ex villaggio minerario del County Durham che stringe amicizia con i profughi siriani appena arrivati nella comunità: una trilogia informale ambientata nel nord-est dell’Inghilterra in cui Loach e Laverty hanno trovato il luogo che meglio incarna simultaneamente “lo sfruttamento grossolano, la disuguaglianza, il senso di abbandono e la vera forza e la storia di solidarietà della sua gente”. The Old Oak è il film che Loach ha indicato come il suo congedo dal cinema.A differenza di quasi tutti i suoi contemporanei, Ken Loach non ha mai ceduto al richiamo di Hollywood, e il suo nome non compare accanto a nessuna produzione americana: una coerenza rara nell’industria cinematografica, che ha pagato con una distribuzione spesso difficile dei propri lavori ma che ha mantenuto intatta la libertà creativa che considera condizione necessaria  per il suo cinema. Il metodo — attori non professionisti o semi-professionisti selezionati nelle comunità che i film raccontano, riprese in ordine cronologico per preservare la spontaneità delle reazioni, sceneggiature che gli attori ricevono solo poco prima di girare le scene per evitare che memorizzino i dialoghi — è insieme una tecnica e una filosofia: il cinema come atto di rispetto verso le persone che racconta, non come loro utilizzazione. Ottantanove anni, due Palme d’oro, cinquant’anni di cinema che ha costantemente scelto di stare dalla parte di chi ha meno: una carriera praticamente unica nel panorama del cinema europeo contemporaneo.