Michael Mann

Una foto del regista Michael Mann

Nato il 5 febbraio 1943 a Chicago, Illinois, Michael Kenneth Mann cresce nei quartieri operai della città che diventerà il paesaggio interiore di quasi tutta la sua opera: Chicago come luogo del vento, del cemento, della luce artificiale che trasforma la notte in qualcosa di metallico e bello. Da ragazzo lavora come operaio edile, cuoco di fast food e commesso in un alimentari prima di iscriversi all’Università del Wisconsin a Madison, dove si laurea in inglese nel 1965 scoprendo nella letteratura e poi nel cinema la forma capace di contenere simultaneamente storia, tecnologia e filosofia — le tre ossessioni che attraverseranno tutta la sua carriera. Si trasferisce a Londra per conseguire il master alla London School of Film Technique — oggi London Film School — nel 1967, e rimane in Inghilterra per diversi anni lavorando nel cinema pubblicitario prima di tornare negli Stati Uniti e avviarsi verso la televisione.

La gavetta americana avviene scrivendo per i polizieschi televisivi degli anni Settanta — Starsky & Hutch, Sulle strade della California — un contesto in cui Mann sviluppa il metodo di lavoro basato sulla ricerca ossessiva e sulla fedeltà procedurale che resterà la sua firma più riconoscibile. Il salto alla regia avviene con il film televisivo La corsa di Jericho (1979), storia di un detenuto che si prepara a correre la maratona dell’istituto, che gli vale l’Emmy Award: un esordio che segnala già la sua predisposizione per protagonisti definiti dalla competenza estrema, uomini che il mestiere ha consumato fino all’essenziale. L’esordio cinematografico è Strade violente (1981), storia di un ladro professionista di Chicago — interpretato da James Caan — che tenta inutilmente di costruirsi una vita normale: il film stabilisce in forma compiuta il paradigma che Mann esplorerà per quattro decenni, quello dell’uomo ridotto alla propria funzione, in cui il confine tra poliziotto e criminale è questione di posizione, non di natura.

Il 1984 è l’anno in cui Mann costruisce il fenomeno culturale che lo rende celebre al grande pubblico: Miami Vice, la serie televisiva che crea e produce per la NBC, trasforma l’estetica del poliziesco americano con una radicalità che nessuno aveva previsto — le tinte pastello, le giacche senza camicia, il sole dell’oceano, la musica synth di Jan Hammer — e ridefinisce il rapporto tra televisione, moda e cultura pop per l’intero decennio. La serie è uno degli episodi più riusciti nella storia dell’influenza del cinema sull’immaginario collettivo, e Mann ne ricava una libertà produttiva che usa immediatamente per tornare al cinema. Manhunter – Frammenti di un omicidio (1986) — primo adattamento cinematografico del romanzo di Thomas Harris su Hannibal Lecter, anticipando di cinque anni Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme — porta il thriller psicologico in un territorio visivo di tensione e luce fluorescente che la critica rivaluta progressivamente come uno dei lavori più personali della sua filmografia.

L’ultimo dei Mohicani (1992) è la svolta verso una scala epica che Mann non aveva ancora esplorato: la sequenza della battaglia del forte — con migliaia di comparse, nessun effetto digitale, una coreografia concepita con l’aiuto di una compagnia di danza incontrata per caso durante i sopralluoghi in Mozambico — è uno dei momenti più spettacolari e meno imitabili della sua filmografia. Il film lancia definitivamente la carriera di Daniel Day-Lewis e dimostra la capacità di Mann di gestire il cinema di massa senza mai cedere alla standardizzazione del prodotto.

Heat – La sfida (1995) è il film che la critica considera il suo capolavoro, e probabilmente il più influente nel cinema crime americano degli ultimi trent’anni. La storia del detective Vincent Hanna — Al Pacino — e del ladro Neil McCauley — Robert De Niro — come figure speculari, professionisti assoluti in opposizione inevitabile, è costruita con una pazienza narrativa che il cinema d’azione hollywoodiano non si era mai concessa: quasi tre ore di durata, sequenze di vita quotidiana alternate a scene d’azione di precisione chirurgica, il tutto dominato da una visione notturna di Los Angeles come città della solitudine e della competenza. Come scrisse il critico Kenneth Turan nella sua recensione originale, “nessuno vede tanta eroica grandezza esistenziale nel romanticismo fatalistico degli uomini duri e delle donne che cercano di amarli” quanto Mann. La celebre sequenza della rapina in banca — con il suono assordante dei fucili automatici che rimbalza tra i grattacieli di downtown Los Angeles — è tra le sequenze d’azione più imitate nella storia del cinema contemporaneo: Christopher Nolan la cita direttamente ne Il cavaliere oscuro (2008), e la sua influenza è riconoscibile in quasi tutto il cinema di genere che è venuto dopo.

Insider – Dietro la verità (1999) — storia vera del ricercatore Jeffrey Wigand che denuncia le pratiche fraudolente dell’industria del tabacco, con Russell Crowe e Al Pacino — è uno dei lavori di Michael Mann più acclamati dalla critica: gli vale tre nomination agli Oscar tra cui miglior film, miglior regia e miglior sceneggiatura non originale, e dimostra la sua capacità di portare la stessa intensità visiva e narrativa del cinema d’azione in un thriller giornalistico-legale di straordinaria sobrietà. Ali (2001), ritratto di Muhammad Ali con Will Smith, segna il primo esperimento con la tecnologia digitale: un passo che cambierà in modo irreversibile il suo rapporto con l’immagine.

Con Collateral (2004) — thriller notturno in cui un tassista viene preso in ostaggio da un killer professionista interpretato da Tom Cruise — le immagini digitali sfocate con un’enorme profondità di campo e una sensibilità fotografica notturna di straordinaria qualità diventano l’estetica distintiva di Mann: un abbandono deliberato del “cinema” tradizionalmente inteso in favore di qualcosa che somiglia di più a un documento del tempo reale, una presenza nella notte invece che una sua ricostruzione. La scelta divide la critica e continua a dividerla: c’è chi vi legge l’evoluzione naturale di una poetica del realismo, chi vi vede la perdita di quella qualità pittorica che rendeva i suoi film degli anni Ottanta e Novanta così immediatamente belli. L’adattamento cinematografico di Miami Vice (2006), con Colin Farrell e Jamie Foxx, porta quell’estetica digitale alla sua forma più estrema e più divisiva: un film che rinuncia all’ironia nostalgica che il pubblico si aspettava per costruire qualcosa di quasi documentaristico e completamente privo di distanza dalla propria materia. Nemico pubblico – Public Enemies (2009), storia del gangster John Dillinger con Johnny Depp, è il film in cui il digitale e il periodo storico degli anni Trenta si scontrano nel modo più visivamente interessante della stagione digitale del regista.

Blackhat (2015), thriller informatico con Chris Hemsworth nei panni di un hacker scarcerato per combattere un attacco cibernetico, è accolto male da critica e pubblico ma contiene sequenze d’azione di rara qualità formale: il film di Mann più incompreso, che qualche critico tuttavia ha già iniziato a rivalutare. Ferrari (2023), progetto inseguito per oltre vent’anni — la storia di Enzo Ferrari nel 1957, con Adam Driver in una delle interpretazioni più fisicamente controllate della sua carriera — si può definire unapologetically masculine come tutto il cinema di Mann, e altrettanto viscerale nelle sequenze di corsa: un film su un uomo che non conosce la propria psicologia, che agisce per istinto e non per calcolo, in cui la velocità e la morte sono le sole realtà che contano. Come Mann stesso ha dichiarato, Ferrari non si porrebbe mai la domanda “Dovrei o non dovrei?”: la sua domanda è invece “Perché non dovrei?” — una definizione di personaggio che illumina retrospettivamente tutta la galleria di uomini ossessivi e professionalmente assoluti che Mann ha costruito nel corso della carriera.

Per un regista apparentemente popolare, Michael Mann è insolitamente anticommerciale: attrae le stelle e comanda budget enormi, ma ha avuto pochi grandi successi al botteghino. Il suo è un cinema che prende materiali concepiti come intrattenimento mainstream — film d’azione, thriller, biopic di uomini iconici — e li avvicina in modi che spiazzano e a volte spiazzano completamente il pubblico previsto. La sua influenza si estende ben oltre il cinema: serie come True Detective e Breaking Bad devono qualcosa alla sua visione di un mondo in cui competenza e codice morale sono inseparabili, e in cui l’estetica dello spazio urbano notturno è essa stessa una forma di caratterizzazione. Ha pubblicato nel 2022 il romanzo Heat 2, prequel e sequel simultaneo del film del 1995, che ha immediatamente aperto discussioni su un adattamento cinematografico: una possibilità che Mann non ha mai escluso, con la stessa ostinazione tranquilla con cui ha sempre costruito i propri progetti — lentamente, con una precisione che non ammette fretta, con la certezza che il tempo giusto arriverà.