Robert Eggers

Nato il 7 luglio 1983 a New York City, Robert Houston Eggers cresce tuttavia lontano dalla metropoli: la madre si trasferisce con lui a Laramie, nel Wyoming, dove incontra e sposa Walter Eggers, professore di letteratura inglese. Nel 1990 la famiglia si stabilisce a Lee, nel New Hampshire, dopo che il patrigno ottiene un incarico di preside all’Università del New Hampshire. È in questo paesaggio nordico, rurale e invernale — con i suoi boschi, le sue leggende, il suo calvinismo residuale — che si formano le ossessioni che attraverseranno tutta la sua opera. Come ha dichiarato Eggers, “fattorie coloniali diroccate, streghe — facevano parte del folklore dell’infanzia in cui ero immerso”. Al liceo dirige una versione teatrale di Nosferatu, curandone anche la scenografia: uno spettacolo visto da un proprietario di teatro locale che lo invita a realizzare una versione più professionale, e che Eggers ha indicato come il momento che ha orientato il resto della sua carriera.
Nel 2001 torna a New York per frequentare l’American Musical and Dramatic Academy, dove matura un interesse per la progettazione e la regia teatrale prima di approdare al cinema. Comincia la propria carriera professionale come regista e scenografo nel teatro sperimentale e classico di downtown New York, lavorando parallelamente come production designer per il cinema, la televisione e il teatro. È una formazione che lascia tracce profonde e permanenti nel suo modo di concepire il set: ogni film di Eggers nasce da una ricerca storica e materiale che trasforma il progetto visivo in fondamento drammaturgico, non in ornamento. Per The Witch legge diari del Seicento, atti processuali e testi teologici; per The Lighthouse studia registri marittimi dell’Ottocento e gli effetti psicologici specifici dell’isolamento sui guardiani di faro; per The Northman consulta archeologi e storici del mondo vichingo; per Nosferatu si immerge nel cinema espressionista tedesco e nel folklore rumeno ottocentesco. In ciascun caso, la fase di ricerca si protrae per anni prima che le riprese comincino.
L’esordio nel lungometraggio arriva con The Witch (2015), presentato al Sundance Film Festival dove vince il premio alla regia. Eggers aveva lavorato alla concezione del film per quattro anni, documentandosi sui sistemi di credenza puritani, sulle strutture grammaticali e lessicali dell’epoca e sul folklore delle streghe della Nuova Inghilterra, prima di trasformare quel materiale in una storia sulla dissoluzione di una famiglia religiosa del Seicento cacciata dalla comunità e costretta a vivere ai margini di un bosco ostile. Distribuito da A24, il film incassa oltre quaranta milioni di dollari a fronte di un budget di quattro milioni e lancia la carriera di Anya Taylor-Joy nel suo primo ruolo cinematografico di rilievo. Il film inaugura anche la collaborazione con il direttore della fotografia Jarin Blaschke, che accompagnerà Eggers in tutti i lavori successivi con una coerenza visiva che è essa stessa un elemento stilistico: la luce sempre studiata come fonte diegetica, il formato dell’immagine come scelta semantica, non tecnica.
Con The Lighthouse (2019), co-sceneggiato con il fratello Max, Eggers radicalizza ulteriormente la propria poetica. Il film — girato in bianco e nero in formato quasi quadrato, con Willem Dafoe e Robert Pattinson nei ruoli di due guardiani di faro sull’orlo della follia — porta i personaggi in balia di un incantesimo nella luce, in una storia di isolamento, ossessione e annientamento che attinge alla mitologia dei mari del Nord e alla tradizione della tragedia greca. La descrizione che Eggers dà del set — “ci sono stati giorni in cui volevo morire, e io amo il freddo” — cattura qualcosa di essenziale nel suo metodo: la sofferenza delle condizioni di ripresa come condizione necessaria della verità emotiva del film. Costato undici milioni di dollari, il film ne incassa diciotto confermando che il suo pubblico è piccolo ma fedele, e che il cinema di Eggers trova la propria sostenibilità economica non nell’ampiezza del mercato ma nella densità del consenso critico.
The Northman (2022), co-sceneggiato con il poeta islandese Sjón, rappresenta il primo confronto con una scala produttiva significativamente più alta. La storia di Amleth — principe vichingo assetato di vendetta, figura archetipica che aveva ispirato l’Amleto di Shakespeare — porta Eggers fuori dai set chiusi e claustrofobici dei film precedenti verso un paesaggio epico di vulcani, foreste e villaggi dell’era vichinga, con un cast che include Alexander Skarsgård, Nicole Kidman, Anya Taylor-Joy, Ethan Hawke, Willem Dafoe e Björk. Il salto di scala si rivela la sfida più impegnativa della sua carriera fino ad allora: il film viene accolto con grande rispetto critico ma risultati commerciali inferiori alle aspettative degli studios, confermando la difficoltà strutturale di collocare un cinema radicalmente autoriale all’interno delle logiche del blockbuster.
Il ritorno a una scala più controllata avviene con Nosferatu (2024), progetto inseguito per quasi un decennio. Eggers era stato contattato per scrivere e dirigere il film già nel 2015, ma aveva esitato: sentiva di non essere ancora al punto della propria carriera in cui avrebbe dovuto affrontare un’opera di quella portata. Il film — che non è semplicemente un remake del Nosferatu di Murnau del 1922 ma un ritorno alle radici folkloriche del mito vampirico — porta sul set Bill Skarsgård nel ruolo del Conte Orlok e Lily-Rose Depp in quello di Ellen Hutter. Nella sua lettura del materiale, Eggers si è volutamente allontanato dall’immagine romanticizzata del vampiro contemporaneo per tornare alle tradizioni balcaniche e slave in cui la creatura era più vicina a uno zombie — gonfia di sangue, in decomposizione, legata all’idea di malattia e contagio — restituendo al mito la sua carica primordiale di orrore. Come ha dichiarato, “siamo tutti attratti dalle storie archetipiche. Fiabe, miti, favole: le raccontiamo di continuo perché hanno sempre significato nelle nostre vite”.
Con quattro soli lungometraggi, Eggers ha già costruito una delle filmografie più coerenti e formalmente riconoscibili del cinema contemporaneo. Ogni suo film è ambientato prima del Novecento, ogni suo film attinge alla tradizione folklorica del contesto geografico e culturale in cui è radicato, ogni suo film porta al centro un personaggio — quasi sempre solo o in coppia — alle prese con forze che lo precedono e lo eccedono. La ricerca storica è la sua vera firma: una trincea che nessun budget maggiore e nessuna tecnologia superiore possono replicare, perché non è un valore di produzione ma un’epistemologia — un modo di credere che il passato, se studiato con sufficiente attenzione, riveli non il pittoresco ma il perturbante.
