LUCKY

LUCKY

Secondo lungometraggio di Natasha Kermani, presentato nella sezione Le stanze di Rol del Torino Film Festival 2020, Lucky è una sorta di apologo femminista in forma di horror/slasher, che funziona soprattutto grazie alla sua compattezza e a un’ultima parte intelligente, che aggiunge un’interessante variante a un canovaccio che rischiava di scivolare nella ripetitività.

La fortuna è donna

Presentato nella sezione Le stanze di Rol del Torino Film Festival 2020, Lucky è il secondo lungometraggio della regista statunitense – di origini iraniane – Natasha Kermani, messasi in evidenza nel 2017 col fantascientifico Imitation Girl. Il film ruota attorno alla figura di May, scrittrice di libri di auto-aiuto destinati al pubblico femminile, che una notte viene aggredita in casa da uno sconosciuto mascherato. Suo marito Ted riesce a mettere fuori gioco l’aggressore – che si dilegua prima dell’arrivo della polizia – ma il suo comportamento è strano: l’uomo, infatti, sembra rassegnato al fatto che lo sconosciuto si presenterà ogni notte per tentare di ucciderli. L’atteggiamento della stessa polizia fa pensare a May che questa non abbia preso abbastanza sul serio la sua denuncia. Da allora, per la donna è l’inizio di un incubo: il misterioso individuo si ripresenta ogni notte, e ogni volta riesce a sopravvivere alle ferite sempre più gravi che May gli infligge. Nel frattempo Ted è sparito, e la polizia continua a trattare la donna con condiscendenza: May capisce così di essere da sola contro una creatura forse sovrannaturale.

È un horror atipico, Lucky, che sfrutta la quasi totale unità di luogo (gran parte del film si svolge dentro la lussuosa residenza della scrittrice) per raccontare una storia che assume sempre più nettamente i contorni dell’incubo. La casa, luogo del calore e di una tranquillità borghese che la donna è riuscita a conquistare facendo duri sacrifici, diventa una trappola potenzialmente mortale, che ogni notte farà fuoriuscire il suo babau per attentare alla vita della protagonista. L’iniziale dimensione razionale, e sostanzialmente realistica, della vicenda digrada progressivamente nei territori del fantastico e del grottesco, quando l’aggressore riesce puntualmente a sopravvivere – e a dileguarsi – dopo ogni scontro con May, e quest’ultima si scopre sempre più isolata (e inascoltata) di fronte alla minaccia. Lo sconosciuto senza volto diviene una presenza costante nell’esistenza sempre più sconvolta della donna, che a un certo punto smette di cercare di razionalizzare la minaccia e accetta l’idea di combatterla sul suo stesso terreno.

Già dal titolo e dalle sue implicazioni (l’aggettivo “fortunata” viene ripetuto più volte alla protagonista nel corso della storia) Lucky sembra essere un apologo femminista in forma di horror/slasher, con un progressivo spostamento del focus dalla realtà di May in quanto vittima di una serie di aggressioni, a quella del suo essere una donna costretta a cavarsela da sola, circondata da un universo maschile indifferente, distratto o addirittura complice. Una donna che riesce a fare della scrittura il suo lavoro – accettando tutti i compromessi che questo comporta – o che riesce a sopravvivere a un’aggressione in casa, viene etichettata semplicemente come fortunata, con un disconoscimento del valore di base del suo stesso agire. May, autrice di libri che esortano il genere femminile a prendere in mano il proprio destino e a non sottostare agli imperativi di una società ancora – in gran parte – governata dagli uomini, si trova a dover mettere in pratica i dettami dei suoi libri: nel farlo, la donna scopre quanto sia difficile passare dalla teoria alla pratica, specie in una situazione potenzialmente mortale.

È tuttavia un femminismo dai tratti grotteschi, quello di Lucky, piuttosto cinico e disilluso di fronte a una realtà che vede la protagonista sempre più indifesa, e infine arresa a un universo maschile che la vuole nel ruolo di vittima da proteggere, secondo un copione da b-movie (e qui si può azzardare una lettura metacinematografica) che si ripete sempre uguale a se stesso, e che tutti danno per scontato. L’opposizione sembra futile, e si può solo sperare nel ritorno di un uomo che forse riuscirà a difendere la sua donna, alla stregua di una sua proprietà. Il “gioco” del film di Natasha Kermani è scoperto, e funziona soprattutto grazie alla compattezza del film, alla sua durata contenuta (solo 83 minuti) e a un’ultima parte che aggiunge un’interessante variante al canovaccio di base, rendendo tuttavia ancora più espliciti i suoi assunti. Una lettura del genere sicuramente originale, coerente con le sue premesse e capace di intrattenere in modo intelligente, senza perdere la sua natura di prodotto orgogliosamente di genere.

Lucky (2020) poster locandina

Scheda

Titolo originale: Lucky
Regia: Natasha Kermani
Paese/anno: Stati Uniti / 2020
Durata: 83’
Genere: Horror, Thriller
Cast: Brea Grant, Chase Williamson, Dhruv Uday Singh, Grace Yee, Hunter C. Smith, Jesse Merlin, Kausar Mohammed, Kristina Klebe, Larry Cedar, Leith M. Burke, Nikea Gamby-Turner, Shelly Skandrani, Susan Kemp, Tara Perry, Yasmine Al-Bustami
Sceneggiatura: Brea Grant
Fotografia: Julia Swain
Musiche: Jeremy Zuckerman
Produttore: Chelsea Davenport, Kimberly Hwang, Patrick Ewald, Robert V. Galluzzo
Casa di Produzione: Epic Pictures Group

Trailer

Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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