HOPE

HOPE

Racconto rigoroso, da parte della regista Maria Sødahl, della malattia e delle sue ricadute, Hope illumina il percorso di una coppia, e di una famiglia, alla luce di una nuova consapevolezza. Lo fa senza picchi emotivi, con una precisa scansione del racconto che accompagna i personaggi, e lo spettatore, verso una nuova, “impossibile” fiducia nel futuro.

Ritrovarsi consapevoli

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Il cinema legato alla malattia, e in particolare ai fantasmi del fine vita, rappresenta un sottogenere sempre fecondo, per quanto scivoloso e a costante rischio di cadere nella retorica. Un rischio di cui sembra consapevole la regista Maria Sødahl, che racconta con questo Hope una vicenda di derivazione autobiografica. Il film, datato 2019 e uscito in questi giorni nelle sale con Movies Inspired, è infatti ispirato all’esperienza della stessa regista, che sette anni fa si trovò ad affrontare una diagnosi di tumore in fase terminale. Una materia certamente non nuova, al cinema, ma che viene affrontata qui con pudore e assenza di impennate emotive; una trattazione che è semplice cronaca dell’impatto di una diagnosi su una situazione familiare (apparentemente) stabile, sugli equilibri di vita così come si sono solidificati nel corso del tempo, e su una biografia personale scritta con l’idea di avere un arco di vita più ampio a disposizione. Un rigore che è certamente figlio di una cultura scandinava, da sempre trattenuta e poco portata all’emotività esplicita, ma altrettanto certamente non solo di quella.

Ripensare il futuro

Hope, Stellan Skarsgård e Andrea Bræin Hovig in una scena
Hope, Stellan Skarsgård e Andrea Bræin Hovig in una scena del film

Articolata lungo poco più di una settimana di tempo, la narrazione di Hope si apre due giorni prima di Natale, quando la protagonista Anja, un’attrice appena tornata da un tour all’estero, si fa visitare per un problema alla vista. Il verdetto è inaspettato, quanto infausto nella prognosi: un tumore al cervello già in fase terminale, probabile risultato di una metastasi di una precedente neoplasia ai polmoni. Alla donna, a cui viene proposto un delicato intervento chirurgico, restano probabilmente pochi mesi di vita.

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Anja si trova così di fronte al problema di comunicare la diagnosi ai suoi familiari: la donna vive infatti insieme al suo compagno Tomas, ai tre figli avuti dalla coppia e agli altri tre figli dell’uomo, nati da un precedente matrimonio. Una famiglia allargata che si troverà a far fronte alla notizia proprio durante il periodo natalizio, quello in cui tradizionalmente si celebrano i legami e se ne sottolinea l’importanza. Sarà l’occasione, per Anja e Tomas – ma anche per gli altri membri del nucleo familiare – di riflettere sugli anni trascorsi insieme, di far emergere non detti e incomprensioni, e di reimmaginare un futuro alla luce della mutata situazione. Un futuro che per Anja potrebbe essere più breve di quanto prima pensato.

Il percorso e il fine

Hope, Andrea Bræin Hovig e Stellan Skarsgård in una foto
Hope, Andrea Bræin Hovig e Stellan Skarsgård in una foto del film

Se il titolo stesso di Hope pone l’accento su un elemento apparentemente eliso del tema del film, quello della speranza, la storia porta alla luce il concetto stesso in modo graduale, attraverso un racconto scandito in giorni, che progressivamente fa luce sul presente – ma soprattutto sul passato – del nucleo familiare di Anja. La macchina da presa di Maria Sødahl conduce lo spettatore all’interno di un contesto di legami segnati da piccoli e grandi rancori, di affetti a volte consumati dal tempo e dalla forzata distanza (la coppia protagonista), dal peso dell’aspettativa sociale (il rapporto tra Anja e i figli dell’uomo, più complesso e contrastato di quello coi figli di sangue), dai non detti e dalle incomprensioni che allontanano (la figlia adolescente della donna). Alla speranza del titolo si giunge, nel film, tramite un difficile percorso di riavvicinamento che passa anche attraverso decisioni dolorose – quella dei due di confessarsi i reciproci tradimenti, per esempio; un percorso costantemente messo alla prova da una patologia, e anche da una terapia, che intaccano gravemente l’equilibrio psicologico della donna, e la sua stessa lucidità di lettura dei fatti. Una lucidità che, tra passi avanti e altri indietro, dovrà recuperare anche lo stesso Tomas, chiamato a un ruolo di supporto per lui del tutto nuovo.

Mutazioni impercettibili e sostanziali

Hope, Andrea Bræin Hovig e Stellan Skarsgård in una sequenza
Hope, Andrea Bræin Hovig e Stellan Skarsgård in una sequenza del film

C’è rigore, in Hope, un andamento del racconto lineare e classico, uniti a un minimalismo visivo che demanda il grosso dell’impatto del film alla recitazione degli attori, oltre che a una scrittura precisa ed equilibrata. La regista resta costantemente sui volti di Maria e Tomas (i due ottimi interpreti Andrea Bræin Hovig e Stellan Skarsgård), scrutandone piccoli e grandi gesti, i tentativi di rinnovata condivisione in un contesto che vede (forse) la fine approssimarsi, le impennate emotive della donna – stimolate tanto dalle progressive ondate di consapevolezza, quanto dall’azione dei farmaci – unite allo spaesamento sul volto dell’uomo; uno spaesamento lentamente trasformato in contrastata presa di coscienza, e desiderio di riempire il tempo residuo e sanare le ferite del passato. La sceneggiatura procede attraverso l’accumulo progressivo di eventi, che non celano l’imponderabilità del futuro ma mutano nel profondo i personaggi e le loro reazioni; resta tuttavia l’assenza di enfasi e di sottolineature emotive dirette, coerentemente a uno sviluppo narrativo che vuole rendere la gradualità di un percorso (umano e affettivo) piuttosto che sottolinearne gli strappi. Il risultato, teso a cercare la profondità della resa emotiva, più che a trattenerne le manifestazioni più esplicite, porta la storia quasi impercettibilmente verso una mutazione, sia nel tono del racconto che nell’atteggiamento degli stessi personaggi; una mutazione che accoglie e sostanzia il concetto stesso espresso dal titolo del film. Il modo in cui ci si arriva, il percorso, colpisce certo per rigore ed efficacia.

Hope, la locandina italiana
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Scheda

Titolo originale: Håp
Regia: Maria Sødahl
Paese/anno: Svezia, Danimarca, Norvegia / 2019
Durata: 125’
Genere: Drammatico, Sentimentale
Cast: Stellan Skarsgård, Alexander Mørk Eidem, Alfred Vatne, Andrea Bræin Hovig, Daniel Storm Forthun Sandbye, Dina Enoksen Elvehaug, Einar Økland, Eirik Hallert, Elli Rhiannon Müller Osborne, Gjertrud L. Jynge, Ingrid Bugge, Johannes Joner, Kristin Voss Hestvold, Steinar Klouman Hallert, Terje Auli
Sceneggiatura: Maria Sødahl
Fotografia: Manuel Alberto Claro
Montaggio: Christian Siebenherz
Produttore: Thomas Robsahm, Lizette Jonjic
Casa di Produzione: Film i Väst, Motlys, Oslo Pictures, Zentropa International Sweden, Zentropa Entertainments20
Distribuzione: Movies Inspired

Data di uscita: 12/05/2022

Trailer

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Marco Minniti
Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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