Martin Scorsese

Una foto del regista Martin Scorsese

Nato il 17 novembre 1942 nel Queens, a New York City, da Catherine e Charles Scorsese, entrambi operai nel distretto della moda di Manhattan, le cui famiglie provenivano da Palermo, in Sicilia, Martin Charles Scorsese cresce nel cuore di Little Italy, il quartiere che fornirà il materiale umano e morale di buona parte della sua opera. Un ragazzo gracile e cagionevole, che abbandona i piani di entrare in seminario per iscriversi alla New York University, dove consegue una laurea in letteratura inglese e poi un master in cinema. È la NYU la sua vera palestra: lì incontra i film della Nouvelle Vague e del neorealismo italiano, lì scopre Rossellini e Godard, lì capisce che il cinema può essere letteratura, pittura, autobiografia. Suo padre e sua madre, con cui mantiene un legame strettissimo per tutta la vita, compaiono in ruoli minori ma significativi in diversi suoi film — la madre interpreta la mamma di Joe Pesci in Quei bravi ragazzi: una familiarità tra vita e finzione che è quasi un’estetica prima ancora di essere una scelta.

Il primo film teatrale, Chi sta bussando alla mia porta (1967), è un ritratto intimo della vita nelle strade di Little Italy, con Harvey Keitel nel ruolo di un alter ego del regista — cattolico, tormentato, irretito dalla colpa. Seguono lavori minori e commissionati: Scorsese lavora come assistente alla regia e montatore del documentario Woodstock (1970), trasformando più di cento ore di girato grezzo del concerto del 1969 in un film di tre ore che vince l’Oscar come miglior documentario. Nel 1972 dirige America 1929 – Sterminateli senza pietà (in originale Boxcar Bertha) per Roger Corman — dottorato di ricerca che Corman offre a tutti i giovani registi capaci di girare veloce e spendere poco — prima di arrivare al film che cambia tutto.

Mean Streets (1973) è il film con cui Scorsese porta Little Italy sullo schermo con un’urgenza autobiografica che il cinema americano non aveva mai visto. Il film segna la prima collaborazione con Robert De Niro, il sodalizio destinato a diventare uno dei più fecondi della storia del cinema. La regia è già quella di un autore pienamente formato: macchina a mano instabile, musica pop usata con una precisione drammaturgica da manuale, personaggi in bilico tra la fedeltà alle regole della strada e l’impossibilità di quella fedeltà. Due anni dopo, Alice non abita più qui (1974) dimostra inaspettatamente la sua capacità di lavorare fuori dai propri territori elettivi, con una sensibilità femminile e un registro commovente che stupisce la critica.

Il vertice della prima stagione arriva con Taxi Driver (1976). Travis Bickle — soldato del Vietnam, insonne, allucinato, che percorre di notte le strade di una New York percepita come fogna a cielo aperto — è uno dei personaggi più potenti e divisivi nella storia del cinema americano. Il film vince la Palma d’oro al Festival di Cannes e consacra Scorsese come uno dei protagonisti del New Hollywood, la generazione di registi che negli anni Settanta reinventa il cinema americano su modelli europei. New York, New York (1977) e L’Ultimo valzer (1978) segnano una pausa riflessiva — il primo un omaggio al musical classico, il secondo un documentario sul concerto d’addio della Band — prima del ritorno al grande cinema con Toro scatenato (1980).

Toro scatenato (Raging Bull) è un film che Scorsese inizia a girare convinto di essere all’ultima opera della sua carriera. Dopo la cattiva esperienza con New York, New York, si aspetta che sia il suo congedo dal cinema, e decide di mettere tutto se stesso in questo racconto del pugile Jake LaMotta, senza risparmiare nulla. Girato in un bianco e nero di straordinaria qualità fotografica, con De Niro che trasforma il proprio corpo attraverso un processo di preparazione che diventa leggenda, il film è un’esplorazione della violenza come forma di autodistruzione, della gelosia come patologia, del corpo maschile come territorio di guerra. Le prime reazioni alla sua uscita sono miste — la violenza disturba, il ritmo disorienta — ma nel giro di pochi anni Toro scatenato viene riconosciuto come uno dei massimi capolavori del cinema americano del Novecento.

Gli anni Ottanta sono percorsi da una creatività irregolare ma mai banale: Re per una notte (1982), commedia nera con De Niro e Jerry Lewis su un comico ossessionato dalla fama, anticipa con lucidità le patologie mediatiche degli anni a venire; L’ultima tentazione di Cristo (1988), adattamento del romanzo di Nikos Kazantzakis, scatena polemiche feroci dai gruppi cattolici e fondamentalisti e si rivela il lavoro più personalmente religioso di un regista che non smette mai di fare i conti con il cattolicesimo della sua infanzia. Con Colore di Denaro (1986), sequel del Lo spaccone con Paul Newman e Tom Cruise, ottiene invece il suo primo grande successo commerciale.

Il 1990 porta Quei bravi ragazzi, che molti considerano ancora il suo film più compiuto. Tratto dalla storia vera del mafioso diventato informatore dell’FBI Henry Hill, il film combina il fascino popolare del cinema criminale con l’esperienza vissuta dell’infanzia newyorchese di Scorsese, in un affresco del crimine organizzato che scorre con la leggerezza vertiginosa di un numero musicale e la precisione di un teorema morale. Il film ottiene sei nomination all’Oscar e viene premiato come miglior film dell’anno dal New York Film Critics Circle. Seguono Cape Fear – Il promontorio della paura (1991), remake del film di J. Lee Thompson con De Niro in un ruolo da villain memorabile, L’età dell’innocenza (1993) — adattamento del romanzo di Edith Wharton che sorprende per la sua eleganza formale e la sua distanza dai generi abituali — e Casinò (1995), che con Quei bravi ragazzi forma un dittico sulla violenza e la corruzione come fondamenta del sogno americano.

Il primo decennio del Duemila porta un Scorsese disposto a misurarsi con scale produttive fino ad allora inusitate: Gangs of New York (2002), con un budget di circa cento milioni di dollari, ricostruisce la Manhattan dell’Ottocento come teatro di una guerra tribale che non è conclusa ma semplicemente rimossa dalla memoria collettiva. The Aviator (2004) è un ritratto di Howard Hughes che usa la biografia come specchio di un’America ossessionata dalla grandezza e dalla caduta. Ma il ritorno al centro della scena avviene con The Departed – Il bene e il male (2006), remake del film hongkonghese Infernal Affairs, thriller poliziesco costruito su una struttura a specchio tra poliziotti e criminali che ottiene finalmente a Scorsese l’Oscar alla regia — il primo e finora unico della sua carriera. Shutter Island (2010) e Hugo Cabret (2011) ampliano ulteriormente il registro, il secondo rivelando una dimensione cinefila e quasi elegiaca, un omaggio a Georges Méliès che è anche una dichiarazione d’amore al cinema come forma d’arte. The Wolf of Wall Street (2013), tre ore di eccesso e amoralità che seguono l’ascesa e la caduta del broker Jordan Belfort, è il film in cui Scorsese porta più lontano la commistione tra seduzione e critica: lo spettatore ride e si diverte esattamente come dovrebbe vergognarsi.

Con The Irishman (2019), prodotto da Netflix, Scorsese realizza qualcosa di inaspettato: non il film di un vecchio maestro che si guarda indietro, ma un’opera in cui la nostalgia è smontata e ridotta a cenere. Frank Sheeran — Robert De Niro ringiovanito digitalmente, poi invecchiato in tempo reale — è un personaggio che ricorda e non ricorda, che ha fatto cose che non sa più se ha fatto davvero, in un film sulla vecchiaia, la memoria e il crimine che non concede alcuna redenzione. Killers of the Flower Moon (2023), produzione Apple Studios da duecento milioni di dollari tratta dal bestseller di David Grann sull’assassinio sistematico dei membri della nazione Osage negli anni Venti, è l’opera in cui Scorsese porta la sua riflessione sulla violenza americana fuori dall’urbanità in cui l’aveva sempre ambientata: nelle praterie dell’Oklahoma, tra DiCaprio al suo sesto film con lui e De Niro al decimo, costruisce un affresco della complicità come struttura morale e della storia come trauma irrisolto. Il New York Film Critics Circle lo premia per la terza volta come miglior film dell’anno, dopo Quei bravi ragazzi e The Irishman.

Una carriera di oltre cinquant’anni, ventisei lungometraggi narrativi e diciassette documentari: Scorsese è probabilmente il caso più rigoroso nella storia del cinema americano di un autore che non ha mai ceduto l’identità al sistema, che ha portato la Nouvelle Vague dentro Hollywood senza lasciarsi assorbire da Hollywood, che ha trasformato la piccola Italia di Manhattan in una mitologia universale. Il suo lascito come teorico e custode del cinema è inseparabile da quello come regista: ha fondato nel 1990 la Film Foundation per la preservazione del patrimonio cinematografico mondiale, e la sua voce pubblica sul degrado dell’industria e sulla riduzione del cinema a prodotto di consumo — la famosa polemica sui film Marvel come non-cinema — è quella di un uomo che non distingue tra fare film e salvare i film: per lui, le due cose sono sempre state la stessa cosa.