THE WOLF OF WALL STREET

THE WOLF OF WALL STREET

Adeguando la sua epica, quella improntata alla rappresentazione dell’ambiente criminale, alla descrizione del mondo dei broker di Wall Street, e immergendo il tutto in un clima eccessivo e quasi lisergico, Martin Scorsese dirige con The Wolf of Wall Street una commedia nerissima; la rappresentazione di un mondo amorale quanto anarchico, con al centro una figura di istrione a cui dà vita uno straordinario Leonardo DiCaprio.

La Wall Street dionisiaca

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Se c’è un regista che poteva portare sullo schermo, efficacemente, una storia come quella di The Wolf of Wall Street – trasposizione dell’omonimo libro autobiografico di Jordan Belfort, broker di New York che operò tra gli anni ‘80 e i ‘90 – questo è sicuramente Martin Scorsese. Nella vicenda di ascesa e caduta di Belfort, infatti, così intimamente americana nonché pervasa dall’epica (amorale e affascinante) del fuorilegge, c’è tanto della poetica del regista di Quei bravi ragazzi e Casino; tanto della sua descrizione, cioè, di quell’universo e di quella psicologia criminali che il regista ha saputo indagare così lucidamente lungo oltre un quarantennio di carriera. Per questo, per quanto l’idea di questo film sia del protagonista Leonardo DiCaprio, questa resta un’opera scorsesiana al 100%, con un regista che traduce efficacemente in immagini – e fa sua – una sceneggiatura opera di uno scriptwriter a sua volta già introdotto nell’argomento (il Terence Winter della serie I Soprano). D’altronde, in questo 2014, già David O. Russell, col suo American Hustle – L’apparenza inganna, aveva portato sullo schermo l’affinità e i contatti tra le imprese gangsteristiche e le truffe finanziarie di una Wall Street marcia, animata da fuorilegge da Far West urbani e moderni: ma Scorsese alza qui l’asticella, restringendo la sua indagine a una sola personalità, e mettendone in luce la parabola con toni da dark comedy, costantemente orgiastici e surriscaldati.

L’ascesa orgiastica

The Wolf of Wall Street, Margot Robbie e Leonardo DiCaprio in una scena
The Wolf of Wall Street, Margot Robbie e Leonardo DiCaprio in una scena del film

Nella trama di The Wolf of Wall Street siamo a fine anni ‘80, quando la stessa economia americana stava trasformandosi, dando sempre più spazio alla finanza e a un modello economico smaterializzato, privo di ancoraggi con la creazione di posti di lavoro. Un contesto, quello raccontato nel film, in cui facilmente potevano emergere (e altrettanto facilmente affondare) squali ed eroi improbabili, guidati dal più puro e bestiale istinto di arricchimento, nella sua forma più amorale. Proprio in quest’ambito si sviluppa la vicenda di Jordan Belfort, uomo di umili origini, venuto a contatto con Wall Street in un solo giorno e inebriato dal suo clima; partendo, come nelle migliori tradizioni americane, da un garage di periferia – con la vendita di titoli a basso costo (penny stock) ad americani della classe media – Belfort inizia un’ascesa tumultuosa ai vertici della finanza, fatta di operazioni sempre più spericolate (legali e non), di un vortice ubriacante e senza fine di guadagni, innaffiato da massicce dosi di sesso, alcol, droghe e dipendenze di ogni genere. Un percorso sfrenato e dionisiaco, conclusosi (o forse no) in carcere, e poi raccontato nel libro che è stato all’origine di questo lavoro.

Una grottesca epopea criminale

The Wolf of Wall Street, un danzante Matthew McConaughey
The Wolf of Wall Street, un danzante Matthew McConaughey nel film di Martin Scorsese

Il film di Martin Scorsese, nel tracciare un parallelo tra l’epica criminale da sempre così ben maneggiata dal regista, e il racconto di un fuorilegge moderno, che ha i grattacieli di Wall Street come terreno d’azione, non si limita tuttavia a fare una descrizione antropologica dell’universo dei broker; sono le modalità di rappresentazione, a ben vedere, a rendere The Wolf of Wall Street un film speciale. Modalità che, nello specifico, spezzano e sovrastano la classica, un po’ compassata (per quanto apprezzabile) messa in scena di film come il già citato American Hustle. Nel film di Scorsese, tutto è gigantesco, smisurato, eccessivo: laddove l’epica gangsteristica è ormai materia nota, per lo spettatore competente, il film surriscalda la messa in scena e la rende barocca, ne sovraccarica il ritmo, dà alla narrazione un tono (apparentemente) fuori controllo, improntato alla commedia nera. Un’epopea criminale a tutti gli effetti, quella di Scorsese, in cui tuttavia dominano i toni grotteschi; e in cui la tragedia, travolta dallo sguardo cinico del regista, diventa sovente (voluta) farsa. Tutto è oltre limite e smisurato, in quest’ultimo lavoro del regista italoamericano, a cominciare dal minutaggio: tre ore che potrebbero spaventare, vista l’abitudine dello spettatore moderno ad associare questo tipo di durate a film di tutt’altro genere (storie di supereroi o saghe fantasy). Ma la sfida, per il regista, è proprio quella di recuperare la dimensione epica – quella che non teme l’estensione temporale – associandola a una storia che ne smonta con cinismo le basi.

Yuppies anarchici

The Wolf of Wall Street, Leonardo DiCaprio e Jonah Hill se la ridono
The Wolf of Wall Street, Leonardo DiCaprio e Jonah Hill se la ridono in una scena del film di Martin Scorsese

Nel descrivere l’attività di Jordan Belfort, reso sullo schermo da un Leonardo DiCaprio che mostra una volta di più la sua versatilità, Scorsese utilizza tutti dettagli possibili, facendo una ricognizione divertita (eppure lucida) su una vita di continui eccessi: quella di Belfort è un’esistenza sempre in bilico tra high e higher, che vede il suo luogo di lavoro trasformato in uno spazio in cui si conducono moderni happening orgiastici, con tanto di nani e ballerine, e contorno di droghe allucinogene dagli esilaranti effetti. L’eloquio dell’uomo è esso stesso grottesco ed eccessivo, con discorsi motivazionali che sembrano un misto tra il sermone di un predicatore televisivo e quello di un sergente dei marines in acido. Si vede in controluce un parallelo tra l’anarchismo della controcultura americana post-Woodstock (quella che già aveva perso la sua innocenza, e che vedeva l’uso di droghe ormai come pura, allucinata fuga dalla realtà) e quello moderno degli eighties, in cui la dipendenza è quella da bond e transazioni finanziarie, e le visioni hanno per oggetto un benessere smisurato e lisergico. Agli hippies si sostituiscono gli yuppies, i colori dei figli dei fiori sono rimpiazzati dai completi gessati dei broker di Wall Street; ma l’anarchia e l’illusione di immortalità sono gli stessi. Così come il fare intimamente autodistruttivo.

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Non (solo) lo show di un mattatore

The Wolf of Wall Street, un Jonah Hill "buongustaio"
The Wolf of Wall Street, un Jonah Hill “buongustaio” in una scena del film di Martin Scorsese

Un ritratto virato in acido, The Wolf of Wall Street, che funziona anche grazie a un approccio che evita di fare del film una sorta di one man show: al già citato DiCaprio – che offre un’interpretazione istrionica e di grande caratura, improntata a un barocchismo solo apparentemente incontrollato – si unisce infatti la prova del collega e sodale Jonah Hill, volto amabile che nasconde un’anima (nel fondo) altrettanto inquietante; e quella, breve quanto memorabile, del padre spirituale Matthew McConaughey, interprete di quello che è un vero e proprio sacerdote, che inizia il personaggio di Belfort al culto della finanza e alle sue pratiche. C’è spazio anche per una magnetica e promettente Margot Robbie, e persino per un Rob Reiner che a tutti i cinefili farà piacere ritrovare, anche se stavolta davanti alla macchina da presa (qui veste i panni del padre del protagonista). Per un film che nasce come biopic (almeno sulla carta) è sorprendente l’equilibrio e la capacità da parte della sceneggiatura di caratterizzare ogni singolo personaggio, riuscendo a offrire un quadro d’insieme lucido – seppur volutamente improntato all’eccesso, e all’iperrealismo – di un preciso ambiente sociale. Così come è sorprendente la perdurante voglia di osare e sperimentare di un regista ormai ultrasettantenne, capace di adeguare la sua poetica al mutare dei tempi, mantenendola centrata e assolutamente pregnante.

The Wolf of Wall Street, la locandina italiana

Scheda

Titolo originale: The Wolf of Wall Street
Regia: Martin Scorsese
Paese/anno: Stati Uniti / 2013
Durata: 180’
Genere: Commedia, Drammatico
Cast: Jon Bernthal, Margot Robbie, Matthew McConaughey, Jean Dujardin, Jon Favreau, Leonardo DiCaprio, P.J. Byrne, Shea Whigham, Kyle Chandler, Jonah Hill, Ethan Suplee, Christine Ebersole, Jake Hoffman, Joanna Lumley, Kenneth Choi, Rizwan Manji, Aya Cash, Barry Rothbart, Bo Dietl, Brian Sacca, Cristin Milioti, Henry Zebrowski, Jon Spinogatti, Katarina Cas, Mackenzie Meehan, Rob Reiner
Sceneggiatura: Terence Winter
Fotografia: Rodrigo Prieto
Montaggio: Thelma Schoonmaker
Musiche: Simone Benyacar
Produttore: Joey McFarland, Adam Somner, Martin Scorsese, Riza Aziz, Leonardo DiCaprio, Richard Baratta, Emma Tillinger
Casa di Produzione: EMJAG Productions, Red Granite Pictures, Appian Way, Sikelia Productions
Distribuzione: 01 Distribution

Data di uscita: 23/01/2014

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Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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