Steven Spielberg

Steven Allan Spielberg nasce il 18 dicembre 1946 a Cincinnati, Ohio, da Leah Frances Posner, pianista e ristoratrice, e Arnold Spielberg, ingegnere elettronico specializzato nello sviluppo dei computer, entrambi figli di famiglie di immigrati ebrei russi. Cresce in una famiglia itinerante — New Jersey, Phoenix, poi la California — e fin dall’infanzia usa la telecamera del padre per girare cortometraggi western, film di guerra, storie di invasioni aliene. Viene respinto tre volte dalla USC Film School, e la sua educazione cinematografica formale si riduce a qualche corso alla California State University di Long Beach, abbandonata presto per seguire la strada che si era già costruito da solo. La vera scuola è la Universal Studios, dove Spielberg riesce a ottenere un pass da visitatore e comincia a frequentare i set con una perseveranza che rasenta l’ossessione, fino a farsi notare dai dirigenti.
Dopo aver diretto episodi di serie televisive come Mistero in galleria e Colombo, Spielberg porta sullo schermo Duel (1971), film televisivo con Dennis Weaver nel ruolo di un automobilista braccato da un camionista anonimo e implacabile. Durante la distribuzione europea del film, ha la fortuna di incontrare Federico Fellini, un incontro che per lui ha il valore di una consacrazione simbolica. L’esordio cinematografico arriva con Sugarland Express (1974), che inaugura anche la collaborazione decennale con il compositore John Williams, con cui lavorerà in tutti i suoi film teatrali tranne cinque.
È con Lo squalo (1975) che Spielberg cambia la storia del cinema — e non solo la propria. Realizzato in uno dei set più difficili nella storia del cinema, il film irrompe nelle sale il 20 giugno 1975 e ridefinisce il significato stesso del termine “blockbuster”: per la prima volta un film viene distribuito simultaneamente in migliaia di sale, accompagnato da una campagna pubblicitaria televisiva capillare, trasformando la visione collettiva di un film estivo in qualcosa che somiglia a un evento culturale di massa. Non solo rompe ogni record di incasso, ma cambia il modo in cui Hollywood distribuisce e commercializza i propri film, soprattutto quelli estivi. La critica ha discusso a lungo se questo sia stato un bene o un male per il cinema americano: Spielberg ha inventato il blockbuster moderno, e con esso ha anche creato le condizioni per la sua progressiva industrializzazione.
Gli anni successivi consolidano una stagione di cinema popolare di qualità che non ha molti paragoni nella storia del medium. Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) — che Spielberg sceglie di girare rifiutando il sequel di Lo squalo — porta la fantascienza nel territorio del misticismo e della meraviglia infantile. I predatori dell’arca perduta (1981), ideato insieme a George Lucas come omaggio consapevole ai serial d’avventura degli anni Quaranta, inventa Indiana Jones e costruisce uno dei franchise più duraturi nella storia di Hollywood. E.T. – L’extraterrestre (1982) porta quella stessa meraviglia al suo grado più puro e commovente: la storia dell’alieno abbandonato e del bambino che lo protegge diventa il film con il maggiore incasso di tutti i tempi fino all’uscita di Jurassic Park, e rimane probabilmente il film in cui il “tocco Spielberg” — quella capacità di attivare nel pubblico adulto la sensibilità emotiva dell’infanzia — raggiunge la sua espressione più compiuta. Fin dai suoi esordi esistono due Spielberg: l’umanista e lo showman, due tendenze che nei suoi lavori migliori si alimentano a vicenda, mentre nei meno riusciti entrano in cortocircuito.
Il tentativo di uscire dall’enclave del cinema fantastico e d’avventura avviene con Il colore viola (1985), adattamento del romanzo di Alice Walker sulla condizione delle donne nere nel Sud americano del Novecento, e con L’impero del sole (1987), tratto dal romanzo autobiografico di J.G. Ballard — lo stesso Ballard di cui Cronenberg aveva appena adattato Crash. Entrambi i film ottengono consensi discontinui: la critica fatica a credere che il regista di E.T. possa trattare senza sentimentalismi materiale di quella natura. La diffidenza si rivelerà, col tempo, ingiusta.
La svolta definitiva arriva nel 1993, anno straordinario in cui Spielberg porta in sala contemporaneamente Jurassic Park — che diventa il film con il maggiore incasso di tutti i tempi — e Schindler’s List, la storia dell’industriale tedesco Oskar Schindler che salva oltre milleduecento ebrei polacchi durante l’Olocausto. Il film ottiene dodici nomination agli Oscar e sette statuette, tra cui miglior film e miglior regia, ed è il film in cui Spielberg affronta per la prima volta apertamente la propria identità ebraica, rimasta a lungo rimossa dalla sua opera. Non tutti lo accolgono senza riserve: c’è chi accusa Spielberg di “merchandizzare l’Olocausto”, ma il film resiste alle polemiche e si impone come una delle opere più importanti sul tema nella storia del cinema.
Nei mesi successivi all’uscita di Schindler’s List, Spielberg fonda insieme a Jeffrey Katzenberg e David Geffen la DreamWorks SKG, primo studio fondato da un regista a Hollywood dai tempi di United Artists. Salvate il soldato Ryan (1998), secondo film con cui vince l’Oscar alla regia, incassa 482 milioni di dollari nel mondo e raccoglie elogi unanimi per la sequenza dello sbarco in Normandia, definita da Time “probabilmente la più grande sequenza di combattimento mai girata”. La coppia formata da Schindler’s List e Salvate il soldato Ryan trasforma definitivamente la percezione pubblica di Spielberg: non più solo il re del botteghino, ma uno dei grandi autori del cinema americano contemporaneo.
Il decennio che segue è tra i più prolifici della sua carriera: A.I. – Intelligenza artificiale (2001), progetto lasciato incompiuto da Stanley Kubrick e raccolto da Spielberg in un gesto di devozione quasi filiale; Minority Report (2002), distopia fantascientifica con Tom Cruise tra le più lucide e perturbanti della sua filmografia; Prova a prendermi (2002), commedia biografica sul truffatore Frank Abagnale che rivela una leggerezza e un’eleganza formale spesso sottovalutate; Munich (2005), ricostruzione dell’operazione israeliana di rappresaglia dopo il massacro delle Olimpiadi del 1972, che è forse il suo film politicamente più coraggioso e moralmente più ambivalente. A questi seguono tra gli altri Lincoln (2012), ritratto del presidente nel momento cruciale dell’abolizione della schiavitù, Il ponte delle spie (2015) e The Post (2017), una trilogia informale sulla democrazia americana e sulle sue istituzioni in momenti di crisi che rivela una vocazione civica sempre più esplicita.
The Fabelmans (2022) è il film più atteso e più personale di questa ultima stagione: racconto semi-autobiografico della propria formazione, ambientato negli anni Cinquanta e Sessanta, in cui il giovane Sammy Fabelman scopre la passione per il cinema mentre assiste alla dissoluzione della propria famiglia. È il primo dei suoi film a esplorare apertamente la propria identità ebraica dopo Schindler’s List, e il più intimo della sua carriera. Nel 2023 produce Maestro di Bradley Cooper, biopic di Leonard Bernstein. Nel 2025 produce, con Sam Mendes, Hamnet – Nel nome del figlio di Chloé Zhao, adattamento del romanzo di Maggie O’Farrell sulla moglie di Shakespeare e sulla morte del figlio Hamnet, che vince il premio del pubblico al Festival di Telluride: un progetto in cui Spielberg è produttore e custode di un cinema d’autore che il mercato fatica sempre di più a sostenere. In questo ruolo ha dichiarato di stare “combattendo contro le maree” per tenere film come Hamnet nelle sale, in un panorama sempre più dominato dai blockbuster — un paradosso non privo di ironia, per l’uomo che quel paradosso lo ha in parte creato, e che nel giugno 2025 ha annunciato di non avere “alcuna intenzione di ritirarsi, mai.”
Tre premi Oscar, quattro Golden Globe, tre BAFTA, il Premio alla carriera dell’AFI nel 1995, un cavalierato onorario nel 2001, la Presidential Medal of Freedom nel 2015 e sette film depositati nel National Film Registry della Library of Congress come opere di rilevanza culturale, storica ed estetica. Nessun regista nella storia del cinema ha tenuto insieme con la stessa costanza i due poli apparentemente inconciliabili del successo popolare e della serietà artistica; nessuno ha trasformato il proprio nome in un aggettivo — “spielberghiano” — con un significato altrettanto riconoscibile e altrettanto dibattuto. La sua opera divide ancora, e probabilmente dividerà sempre: ma è difficile pensare al cinema americano del secondo Novecento senza che quella divisione ne occupi il centro.
