WEST SIDE STORY

WEST SIDE STORY

Rispettando la tradizione di una partitura musicale e narrativa ben nota, Steven Spielberg col nuovo West Side Story è riuscito a inserirsi come nuovo cantore di una storia d’amore eterna che, passando di bocca in bocca, continua a rivivere grazie alla forza di un romanticismo dolce e disperato.

Spielberg e la narrativa del sentimento

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Quante e quali sono le insidie da affrontare nel momento in cui si realizza il remake di un film entrato nella storia del cinema? Sicuramente Steven Spielberg deve essersi posto questa domanda prima di accendere le luci sul suo West Side Story per poi, però, dimenticare qualsiasi risposta ottenuta. Il risultato finale, infatti, è un film che è ingiusto e inesatto definire remake. Si tratta, piuttosto, della nuova narrazione di una delle storie d’amore più antiche, che vibra attraverso i toni e le sfumature linguistiche tipiche di Spielberg. In questo modo, dunque, il regista ci consegna un’esperienza rispettosa della tradizione ma, allo stesso tempo, capace di rinnovarsi attraverso piccoli e impercettibili tocchi capaci di amplificare la forza del sentimento. Tutti elementi che lo confermano il naturale erede di Frank Capra, riuscendo, con delle pennellate delicate e leggere, a imprimere un tocco fortemente personale, capace di veicolare l’emozione. Un talento prezioso, questo, esercitato ovviamente attraverso la bellezza estetica dell’immagine che, però, non è mai fine a se stessa. Il suo scopo, in effetti, è quello di imprimere un accento sul potere emozionale di un momento o creare una scenografia naturale capace di abbracciare con grazia la nascita di un amore giovanile.

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Più di tutto, però, incide in modo positivo la capacità del regista e dell’uomo di conoscere e comprendere la natura dei suoi personaggi. Dal modo in cui Tony e Maria sono fotografati e raccontati, si comprende tutta la tenerezza che vibra nelle intenzioni di Spielberg. La partecipazione per un giovane amore, tanto forte da essere assoluto ma destinato a scontrarsi con l’ineluttabile al di fuori del piccolo e prezioso universo creato, è percepibile quasi in modo tattile. Allo stesso modo cerca di comprendere le motivazioni alla base della rabbia che muove le azioni di Riff e la necessità di lottare per la sopravvivenza di Bernardo. Il tutto senza mai emettere un giudizio. Il suo atteggiamento, piuttosto, s’identifica con quello di Valentina, l’anziana portoricana capace di accogliere tutti loro, americani e non, sperando che il porto franco del suo negozio possa rappresentare un luogo di conciliazione e salvezza. Ed è proprio in questo momento che Spielberg realizza la magia più intensa dal punto di vista emozionale. Tra le mura di una piccola drogheria, infatti, lascia che Rita Moreno, la storica Anita del 1961, incontri la nuova Anita, creando un legame indissolubile tra passato e presente. Così, affidandosi a poche battute e a uno sguardo tra le due, il regista veste di diritto il ruolo di cantore, di nuovo narratore di una vicenda antica, quasi epica che, passando di bocca in bocca, continua a vivere.

Territorio e identità

West Side Story (2021) recensione

Ma com’è riuscito effettivamente, Spielberg, a fare di West Side Story una creatura propria pur mantenendosi all’interno della tradizione sia per quanto riguarda la narrazione che la messa in scena? Come già accennato, il lavoro di modernizzazione o, meglio, di attualizzazione non necessariamente deve avvenire da un punto di vista formale. Per Spielberg, infatti, l’ambientazione temporale, come la consecutio dell’intreccio, rappresentano una traccia intoccabile all’interno della quale muoversi agevolmente. E, propria nella sicurezza di alcuni elementi fissi, è stato possibile apportare delle innovazioni all’orchestrazione della partitura musicale di Leonard Bernstein e ad alcuni dialoghi, aggiornati e resi più attuali senza snaturarli rispetto all’ambientazione della fine degli anni cinquanta. In questo modo, dunque, Spielberg riesce a mettere maggiore attenzione e forza all’interno del problema razziale e dell’accettazione. Due aspetti, questi, che erano già al centro del film di Robert Wise e Jerome Robbins ma che, in questo caso, si legano in modo diretto all’attualità. In questa visione, dunque, lo scontro tra la banda dei Jets e dei portoricani Sharks rappresenta la conquista di un territorio e, di conseguenza, di un’identità. Quello che Spielberg mette in scena è chiaramente un confronto senza esclusione di colpi tra due umanità alla disperata ricerca di un luogo cui appartenere. E, nel nome di questa esigenza, vale anche la pena lottare e morire per un cumulo di macerie dalle quali è destinato a nascere un nuovo volto di New York a loro inaccessibile.

Così, tra i blocchi popolari che, alla fine degli anni cinquanta, definivano la zona attualmente caratterizzata dagli edifici del Lincoln Center, si consuma un faccia a faccia in cui la sopravvivenza e la riconoscibilità sono la posta più alta. La differenza, però, è nelle motivazioni che spingono questi due gruppi a confrontarsi. Tanto speranzosi sono i giovani portoricani, sognando e lavorando per una vita migliore, tanto completamente sbandati e privi di uno scopo appaiono gli americani, figli di un sottoproletariato senza riscatto. E, ancora una volta, Spielberg sospende ogni tipo di giudizio. Definire una spartizione tra giusto e sbagliato non è il suo compito. Piuttosto preferisce mettere in evidenza gli effetti devastanti di questa lotta tra gli invisibili. Quello che stupisce maggiormente è come nessuno dei due gruppi si renda conto di quanto simile possa essere la loro disperazione e di quanto, di fronte alla società borghese, siano ugualmente giudicabili. Il problema, però, è che non basta sposare un gringo per diventare una gringa e che “gente come loro, non riescono a capire ciò che è diverso”. Una frase quest’ultima che Spielberg mette sulle labbra di Tony quasi casualmente, come una piccola e insignificante giustificazione, ma che rappresenta molto di più. È una traccia quasi invisibile ma essenziale del tocco del regista e del suo modo di rileggere l’intera storia, collegandola a un presente storico che può specchiarsi in modo sorprendente in questa ricostruzione cinematografica.

Celebrazione dell’amor giovane

West Side Story (2021) recensione

Se c’è un amore che può definirsi eterno è proprio quello tra Tony e Maria. D’altronde ha mosso i suoi primi passi nel lontano 1596, quando i due protagonisti si chiamavano Romeo e Giulietta. Nel corso del tempo hanno cambiato nome e ambientazione, ma non ha importanza. Può mutare il tempo, il luogo e l’identità dei personaggi purché venga mantenuta intatta la forza travolgente di un amore giovanile per cui non esistono mezze misure, timori o incertezze. Un sentimento così follemente naturale in cui le parole “mai” e “per sempre” hanno un significato assoluto, dove un “ti amo” è una dichiarazione d’appartenenza senza possibilità di ripensamento. Qualunque cosa accada. Ed è questo che Spielberg mette in evidenza senza abbassare i toni del romanticismo o timore di cadere nel sentimentalismo.

Anzi, completamente vinto dalla forza disperata di questo sentimento, che diventa riscatto e libertà per entrambi, costruisce notti in cui far riecheggiare il canto a Maria, e trasporta i due nella tranquillità ombreggiata dei Chiostri per concedergli il tempo di un giuramento eterno, reso tale soprattutto dall’ineluttabile brevità cui è destinato. Dal momento in cui Tony e Maria incrociano i loro sguardi, fino al doloroso epilogo, sembra trascorrere un lungo lasso di tempo. In realtà tutto si svolge velocemente, nel corso di ventiquattro ore. Una giornata in cui è possibile capire di poter amare e morire per qualcuno senza alcuna possibilità di tirarsi indietro. E in questo vortice di emozioni, Spielberg s’inserisce ancora una volta per enfatizzare la forza del sentimento offrendogli la possibilità di creare un vortice emozionale che dallo schermo colpisce al cuore degli spettatori senza ritegno e pudore. Perché non esiste vergogna nell’amore.

West Side Story (2021) poster locandina

Scheda

Titolo originale: West Side Story
Regia: Steven Spielberg
Paese/anno: Stati Uniti / 2021
Durata: 156’
Genere: Musical
Cast: Adriel Flete, Andrei Chagas, Ansel Elgort, Ariana DeBose, Brian d’Arcy James, Carlos E. Gonzalez, Carlos Sanchez Falu, Corey Stoll, David Alvarez, David Aviles Morales, Iris Menas, Jacob Guzman, Josh Andrés Rivera, Kelvin Delgado, Mike Faist, Rachel Zegler, Ricardo Zayas, Ricky Ubeda, Rita Moreno, Sebastian Serra
Sceneggiatura: Tony Kushner
Fotografia: Janusz Kaminski
Montaggio: Sarah Broshar, Michael Kahn
Musiche: Leonard Bernstein
Produttore: Kristie Macosko Krieger, Steven Spielberg, Kevin McCollum, David Saint
Casa di Produzione: TSG Entertainment, 20th Century Studios, Amblin Partners, Amblin Entertainment
Distribuzione: Walt Disney Studios Motion Pictures

Data di uscita: 23/12/2021

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Tiziana Morganti
Fin da bambina, ho sempre desiderato raccontare storie. Ed eccomi qui, dopo un po’ di tempo, a fare proprio quello che desideravo, narrando o reinterpretando il mondo immaginato da altri. Da quando ho iniziato a occuparmi di giornalismo, ho capito che la lieve profondità del cinema era il mio luogo naturale. E non poteva essere altrimenti, visto che, grazie a mia madre, sono cresciuta a pane, musical, suspense di Hitchcock, animazioni Disney e le galassie lontane lontane di Star Wars; e un ruolo importante l’ha avuto anche il romanticismo di Truffaut. Nel tempo sono diventata giornalista pubblicista; da Radio Incontro e il giornale locale La voce di Roma, passando per altri magazine cinematografici come Movieplayer e il blog al femminile Smackonline, ho capito che ciò che conta è avere una struggente passione per questo lavoro. D’altronde, viste le difficoltà e le frustrazioni che spesso s’incontrano, serve un grande amore per continuare.

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