SILENT HEART

SILENT HEART
di Bille August


Presentato nel romano Nordic Film Fest, Silent Heart di Bille August affronta in modo diretto un tema spinoso come quello dell'eutanasia, restando tuttavia appesantito da un'attitudine declamatoria, e poco all'insegna della misura, che alla lunga inficia il coinvolgimento.

Fine vita: oggi

Esther, malata terminale di SLA, ha deciso di porre fine ai suoi giorni prima che la malattia degeneri e le impedisca una vita dignitosa. Per dare l’ultimo saluto alle persone care, la donna ha radunato i familiari e gli amici più stretti nella sua villa, per un weekend il più possibile spensierato, in cui potrà per l’ultima volta godere della loro presenza. Il suicidio, pianificato insieme al marito nei minimi dettagli, avrà luogo subito dopo la partenza degli invitati. A casa di Esther, in apparenza serena e risoluta nella sua decisione, giunge così un eterogeneo gruppo di persone; i familiari sembrano aver accettato di buon grado la decisione della donna, e il ritrovo inizia come Esther aveva auspicato, ma presto la tensione, e i rancori irrisolti della famiglia, inizieranno a farsi sentire.

I temi dell’eutanasia, del fine vita, con le enormi problematiche etiche, sociali e giuridiche che questi portano con sé, sono stati più volte, negli ultimi anni, oggetto delle attenzioni del cinema. Viene subito in mente, come termine di paragone più immediato per questo Silent Heart, il recente film israeliano (tuttora inedito in Italia) The Farewell Party: spunto di partenza molto simile (una festa di addio per un individuo che ha deciso di porre fine ai suoi giorni) ma diversissimi gli sviluppi e il tono. Laddove il film di Tal Granit e Sharon Maymon era infatti un’intelligente (e toccante) commedia nera, il lavoro di Bille August, presentato nell’attuale edizione del Nordic Film Fest, è un dramma da camera dalla struttura assolutamente classica.

Un’opera, quella di August – cineasta danese eclettico, dalla lunga carriera – che punta a fornire uno spaccato familiare e interpersonale in un contesto estremo, puntando su un’accumulazione graduale e quasi tangibile della tensione, che diviene – con l’avvicinarsi del momento atteso – scontro ed emersione del rimosso. Un insieme di personaggi a tinte forti, con caratteri attentamente delineati, finiranno per scontrarsi in una sorta di “ring” che svelerà definitivamente il non detto, portando alla luce (anche) l’umanissima natura egoista di ogni sentimento di amore o affetto.

Il risultato è un melodramma che gioca (anche visivamente) sul calore degli interni contrapposti al freddo isolamento della campagna che circonda la villa, su quanto in un’occasione del genere si nasconde e quanto si lascia invece – più o meno volutamente – trasparire. Il tutto è portato avanti con un tono che tende a sottolineare la pregnanza emotiva della vicenda, non nascondendone le implicazioni dal carattere più che mai universale. Quello di August è in effetti un dramma che tocca temi di una rilevanza tale da catalizzare inevitabilmente un interesse che prescinde dal suo valore estetico. Nonostante il cinema si sia misurato più volte, nel corso della sua storia, con questi motivi, Silent Heart riesce a riprenderne le premesse nel modo più puro ed essenziale (pochi personaggi, unità di tempo e di luogo) facendoli arrivare direttamente alla mente e all’emotività di chi guarda.

Il film ha il merito di delineare attentamente i suoi personaggi, di svelarne con intelligente gradualità segreti, indole e debolezze, e di accompagnare efficacemente lo spettatore verso una risoluzione conclusiva che vedrà trasformati tutti i soggetti coinvolti. Lo fa, il regista danese, con un tocco che non ha paura del registro esplicito, della messa in campo non mediata di pulsioni e sentimenti, della ridondanza nell’espressione narrativa dei suoi concetti. Una scelta che – complice la buona recitazione di tutto il cast – vuole aiutare l’empatia, ma soprattutto la leggibilità cinematografica di motivi più che mai universali; una scelta che tuttavia, tutta nel segno dei toni espliciti, del sovraccarico emotivo, di uno sguardo che resta incollato (a tratti in modo soffocante) ai suoi personaggi, potrebbe indisporre chi cerchi al cinema misura ed equilibrio.

In Silent Heart, August si prende i suoi rischi in quanto a retorica e a enfasi ricattatoria, e a tratti non sembra aver pienamente sotto controllo la portata del suo materiale; i toni esplicitamente patetici, la sottolineatura reiterata dei concetti-chiave della storia, le scivolate in un melò a volte ridondante e poco efficace, sono il prezzo che il film sconta all’attitudine poco incline ai mezzi toni e alle nuances del regista. Qualche passaggio narrativo, inoltre, si rivela non gestito al meglio (ne è esempio una risoluzione della vicenda che presenta più di un problema di credibilità), mentre verso la fine del film si trova un twist che appare, per come viene svelato, pretestuoso quanto facilmente anticipabile. Limiti, questi ultimi, che in qualche modo raffreddano l’interesse verso un film come Silent Heart, confinandone l’importanza nel campo dell’etica e della – comunque notevole – rilevanza dei temi trattati, più che in quello di una non perfetta riuscita artistica.

Titolo originale: Stille hjerte
Regia: Bille August
Paese/anno: Danimarca / 2014
Durata: 98’
Genere: Drammatico
Cast: Danica Curcic, Ghita Nørby, Jens Albinus, Morten Grunwald, Oskar Sælan Halskov, Paprika Steen, Pilou Asbæk, Vigga Bro
Sceneggiatura: Christian Torpe
Fotografia: Dirk Brüel
Montaggio: Anne Østerud, Janus Billeskov Jansen
Musiche: Annette Focks
Produttore: Jesper Morthorst
Casa di Produzione: SF Film

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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